26 Ottobre 2026
Sei Tempi di un’Economia: Cinque Secoli di Storia Economica Italiana, 1328–1861
Crescita, crisi, lavoro e confronti europei

- Nel 1861 gli italiani producevano meno che nel 1367: cinque secoli senza una crescita duratura.
- Si lavorava un quinto in più del Quattrocento, ma ogni giornata rendeva il 37% meno.
- Nel 1851 il Sud valeva il 53% del Nord al cambio, 75% considerando i prezzi.
Crescita, crisi, lavoro e confronti europei nelle nuove stime del PIL di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta
Introduzione
Nel 1861 il nuovo Regno d’Italia contava poco meno di 25 milioni di abitanti. Erano in grande maggioranza contadini, vivevano in un paese diviso fino a pochi mesi prima in sette Stati e producevano, secondo le stime più recenti, circa 1.130 dollari a testa all’anno, nella moneta convenzionale usata dagli storici economici. Era meno di quanto producessero gli italiani di cinque secoli prima. Nel 1367, vent’anni dopo la Peste Nera, la stessa grandezza aveva toccato 1.735 dollari.
Questo dato, da solo, basta a capovolgere una delle idee più radicate sulla storia economica: che il benessere cresca nel tempo, lentamente ma con costanza. Per l’Italia preunitaria non è andata così. Il reddito per abitante è salito e sceso più volte, ha conosciuto picchi e crolli, e alla fine del percorso si trovava sotto il livello di partenza dei momenti migliori.
Questo saggio racconta quella storia usando le nuove stime del prodotto interno lordo italiano costruite da Giovanni Federico, Alessandro Nuvolari, Leonardo Ridolfi e Michelangelo Vasta, pubblicate sull’Economic History Review e rese disponibili nel pacchetto di replica ICPSR 237682. Non è un saggio specialistico. L’obiettivo è offrire a un lettore curioso un quadro d’insieme, organizzato intorno a cinque domande semplici. In quali grandi fasi si divide la storia economica italiana dal Trecento all’Unità? Quanto era instabile un’economia preindustriale, anno per anno? Quanto lavoravano gli italiani e quanto rendeva il loro lavoro? Com’era fatta l’Italia alla vigilia dell’Unità, regione per regione? E come si collocava rispetto agli altri paesi dell’Europa meridionale e periferica?
Ogni sezione è accompagnata da un grafico o da una tabella costruiti direttamente sui dati del pacchetto. Le cifre sono espresse, salvo dove indicato, in dollari internazionali Geary-Khamis del 1990: un’unità di misura convenzionale che permette di confrontare redditi lontani nel tempo e nello spazio con gli stessi prezzi relativi.
Come si misura un’economia senza statistiche
Prima di guardare i numeri conviene capire da dove vengono. Nessuno, nel Trecento o nel Seicento, misurava il prodotto interno lordo. Il concetto stesso nasce nel Novecento. Le stime per i secoli precedenti sono ricostruzioni, e la loro affidabilità dipende dal metodo usato.
Gli autori partono da tre ingredienti. Il primo sono i salari reali: quanto guadagnavano muratori, manovali e braccianti in decine di città italiane, e quanto potevano comprare con quei salari. Il secondo sono le giornate di lavoro: quanti giorni all’anno lavorava in media un italiano, un dato che cambia molto nel tempo e su cui torneremo. Il terzo è la struttura dell’occupazione: quanti lavoravano nei campi e quanti nelle botteghe, nei commerci e nei servizi.
Combinando questi ingredienti con un modello della domanda di cibo, gli autori ricostruiscono anno per anno il prodotto per abitante del Centro-Nord e del Sud dal 1328 al 1861, e poi quello dell’Italia intera. Le serie vengono infine ancorate a un confronto a parità di potere d’acquisto con l’Inghilterra nel 1851, l’unico anno per cui esistono abbastanza dati per un confronto diretto dei prezzi e delle quantità prodotte in tutte le regioni.
Il risultato è una delle serie più lunghe e dettagliate oggi disponibili per un paese europeo. Ma va letta con le cautele di ogni ricostruzione. Le cifre per i secoli più lontani hanno margini d’errore stimabili intorno al dieci per cento, e differenze di pochi punti tra un anno e l’altro, o tra una regione e l’altra, vanno lette come sostanziale parità. Le grandi tendenze, invece, sono robuste: emergono con qualunque variante ragionevole delle ipotesi.
La lunga curva: sei tempi in cinque secoli
La Figura 1 mostra il PIL pro capite italiano anno per anno dal 1328 al 1861. La linea sottile è la serie annuale, con tutte le sue oscillazioni. La linea spessa è la tendenza di fondo, calcolata dagli autori con un metodo di lisciatura statistica. Le linee verticali tratteggiate segnano le cinque «svolte strutturali» che gli autori individuano con test econometrici: gli anni in cui la tendenza cambia direzione in modo statisticamente significativo.

Figura 1. PIL pro capite dell’Italia, 1328–1861, e svolte strutturali.
Le cinque date – 1407, 1509, 1598, 1689 e 1771 – dividono la storia economica italiana in sei tempi. Non coincidono con le cesure politiche tradizionali, come la discesa di Carlo VIII nel 1494, la pace di Cateau-Cambrésis nel 1559 o la Rivoluzione francese, e proprio per questo sono interessanti: sono suggerite dai dati, non dalla cronologia dei manuali. La Tabella 1 riassume ciascuna fase.
Tabella 1. Le sei fasi dell’economia italiana tra le svolte strutturali
| Fase | PIL pro capite medio ($) | Primo → ultimo anno ($) | Popolazione (milioni) | Centro-Nord medio ($) | Sud medio ($) |
| 1328–1406 | 1.396 | 1.205 → 1.405 | 10,5 → 5,8 | 1.462 | 1.232 |
| 1407–1508 | 1.434 | 1.567 → 1.322 | 5,8 → 8,0 | 1.465 | 1.348 |
| 1509–1597 | 1.330 | 1.364 → 1.243 | 8,1 → 11,1 | 1.370 | 1.247 |
| 1598–1688 | 1.435 | 1.360 → 1.544 | 11,2 → 11,5 | 1.504 | 1.292 |
| 1689–1770 | 1.382 | 1.493 → 1.354 | 11,6 → 15,4 | 1.468 | 1.182 |
| 1771–1861 | 1.208 | 1.287 → 1.126 | 15,5 → 24,9 | 1.307 | 1.050 |
Fonte: elaborazione su ICPSR 237682, fogli «GDPpc and population» e «Figure 4». I valori del primo e dell’ultimo anno sono annuali e quindi soggetti a oscillazioni di breve periodo.
Primo tempo, 1328–1406: la ricchezza dei sopravvissuti. La fase si apre con la catastrofe più grande della storia italiana. Tra il 1347 e il 1350 la Peste Nera uccide circa due italiani su cinque, e le epidemie successive continuano a colpire per tutto il secolo: all’inizio del Quattrocento la popolazione è scesa da 10,5 a meno di 6 milioni. Il reddito per abitante dei sopravvissuti, invece, sale: la terra e gli attrezzi restano, i lavoratori sono molti meno, i salari aumentano. Nel 1367 il PIL pro capite tocca il massimo dell’intera serie, 1.735 dollari.
Secondo tempo, 1407–1508: il lungo Quattrocento. È la fase con il reddito medio più alto, 1.434 dollari, insieme al Seicento. La popolazione riprende lentamente a crescere, da 5,8 a 8 milioni, e il reddito per abitante scende in modo graduale. È l’età di Lorenzo il Magnifico, di Brunelleschi e di Leonardo, ma anche di un’economia in cui il benessere conquistato dopo la peste si erode generazione dopo generazione, man mano che le bocche da sfamare aumentano. È anche il periodo in cui il Mezzogiorno è più vicino al Centro-Nord: 1.348 dollari contro 1.465, il 92%.
Terzo tempo, 1509–1597: il Cinquecento delle guerre e dei prezzi. La svolta del 1509, l’anno della battaglia di Agnadello che quasi cancella la Terraferma veneziana, apre la fase più povera prima del Settecento. Le guerre d’Italia attraversano la penisola, il sacco di Roma del 1527 segna simbolicamente la fine di un’epoca, la popolazione cresce rapidamente fino a 11 milioni e i prezzi del cibo salgono. Il reddito medio scende a 1.330 dollari.
Quarto tempo, 1598–1688: il Seicento inatteso. Secondo il racconto tradizionale, il Seicento è il secolo della decadenza italiana. I dati dicono il contrario: è una delle fasi più prospere, con un reddito medio di 1.435 dollari. La spiegazione è in parte tragica. Le pesti del 1630 nel Nord e del 1656 nel Sud riducono di nuovo la popolazione, che a fine secolo è ancora intorno agli 11,5 milioni come all’inizio. Meno abitanti significano, ancora una volta, più risorse per ciascuno. Ma c’è anche una componente di adattamento: le economie del Centro-Nord si riconvertono verso la seta, l’agricoltura commerciale e i servizi. Per il Centro-Nord è la fase con il reddito medio più alto tra le sei, 1.504 dollari.
Quinto tempo, 1689–1770: la stabilità che prepara la crisi. Le grandi pesti scompaiono, la popolazione cresce da 11,6 a 15,4 milioni e il reddito comincia a scendere, prima lentamente e poi più in fretta. Il Mezzogiorno è il più colpito: il suo reddito medio, 1.182 dollari, è il più basso tra le fasi viste fin qui.
Sesto tempo, 1771–1861: il crollo e la parziale ripresa. L’ultima fase è la più povera: 1.208 dollari di media. La popolazione esplode, da 15,5 a quasi 25 milioni, le guerre rivoluzionarie e napoleoniche devastano la penisola e nel 1800 il reddito per abitante tocca il minimo assoluto della serie, 918 dollari. La Restaurazione porta una ripresa, ma alla vigilia dell’Unità il reddito è di nuovo in calo.
Due lezioni emergono da questa lettura per fasi. La prima è che la popolazione è la variabile che più spesso spiega il reddito: le fasi ricche sono quelle in cui gli italiani erano pochi o non crescevano, quelle povere sono quelle in cui crescevano in fretta. La seconda è che la cronologia del declino italiano va spostata in avanti. Il vero impoverimento non avviene nel Cinque o nel Seicento, ma nell’ultimo secolo prima dell’Unità.
Anni neri e anni d’oro
La linea di tendenza racconta le fasi; la serie annuale racconta come si viveva dentro di esse. E il primo dato che colpisce è la sua instabilità. Su 533 variazioni annue, tra il 1329 e il 1861, il reddito per abitante scende in 272, il 51%. Un anno su due, in media, l’italiano medio era più povero dell’anno precedente.
Non sono oscillazioni piccole. La Tabella 2 riporta i dieci anni peggiori e i dieci migliori dell’intera serie.
Tabella 2. I dieci anni peggiori e i dieci anni migliori, variazione annua del PIL pro capite italiano
| Anni peggiori | Variazione | Anni migliori | Variazione |
| 1374 | −17,4% | 1530 | +23,7% |
| 1539 | −17,2% | 1818 | +19,3% |
| 1526 | −15,6% | 1541 | +18,6% |
| 1810 | −15,0% | 1357 | +15,5% |
| 1432 | −14,6% | 1535 | +14,5% |
| 1527 | −13,5% | 1776 | +13,5% |
| 1379 | −13,3% | 1813 | +13,5% |
| 1799 | −12,8% | 1331 | +13,1% |
| 1815 | −12,4% | 1506 | +12,8% |
| 1636 | −11,0% | 1418 | +12,8% |
Fonte: elaborazione su ICPSR 237682, foglio «GDPpc and population».
La tabella si legge meglio per gruppi che per singoli anni. Gli anni peggiori si concentrano in tre momenti: il secondo Trecento delle epidemie ricorrenti e delle carestie (1374, 1379), il Cinquecento delle guerre d’Italia (1526, 1527, 1539) e la stagione delle guerre napoleoniche (1799, 1810, 1815). Gli anni migliori si trovano negli stessi periodi, spesso subito dopo i crolli. Il 1530, l’anno migliore della serie con un aumento del 23,7%, segue la serie nera del 1526-29, tra sacco di Roma, carestie e peste. Il 1818 recupera la caduta del 1815-17, quando alle conseguenze delle guerre si sommò la crisi alimentare legata all’«anno senza estate» del 1816. Il 1541 segue la carestia del 1539.
È il ritmo tipico di un’economia agricola. Un cattivo raccolto, una guerra o un’epidemia potevano far cadere il reddito del 15% in un anno; un buon raccolto successivo lo riportava su quasi altrettanto in fretta. Le economie preindustriali non crescevano in modo regolare: oscillavano intorno a un livello, che si spostava lentamente nel lungo periodo.
La Figura 2 misura questa instabilità secolo per secolo, con la deviazione standard delle variazioni annue: più alto il valore, più l’economia «ballava» da un anno all’altro.

Figura 2. Volatilità del PIL pro capite italiano per secolo.
Il profilo è chiaro. I secoli più instabili sono il Trecento (6,1 punti), il Cinquecento (6,5) e il primo Ottocento (6,4): i secoli delle grandi epidemie, delle guerre d’Italia e delle guerre napoleoniche. I più tranquilli sono il Seicento e il Settecento (4,3 punti ciascuno). Anche il conteggio degli anni estremi conferma il quadro: le cadute superiori al 10% sono quattro nel Cinquecento e quattro nei primi sei decenni dell’Ottocento, ma una sola nel Seicento e una nel Settecento.
C’è un’ironia in questo risultato. Il Settecento è il secolo più stabile anno per anno, ma è anche quello in cui il reddito scende di più nel lungo periodo. Il declino settecentesco non è fatto di catastrofi improvvise; è un’erosione lenta, quasi impercettibile da un anno all’altro, prodotta da una popolazione che cresce più in fretta delle risorse. Il Seicento, all’opposto, conosce shock violenti come la peste del 1630, eppure nel complesso è un secolo prospero. La stabilità e il benessere, nelle economie preindustriali, non andavano necessariamente insieme.
Lavorare di più per restare fermi
Tra i dati del pacchetto, uno dei più originali riguarda il tempo di lavoro. Gli autori hanno raccolto 172 stime puntuali delle giornate lavorate in un anno, da contratti, registri di cantiere, libri contabili e fonti normative, e le hanno combinate in una serie lisciata dal 1320 al 1861. La Figura 3 le riporta entrambe.

Figura 3. Giornate lavorative annue in Italia, 1320–1861.
La curva ha una forma netta. Nel primo Trecento si lavoravano circa 240 giorni all’anno. Dopo la Peste Nera le giornate scendono fino al minimo di 219 nel 1420. Poi risalgono rapidamente: 244 nel 1500, 266 nel 1575, 273 nel 1620, il massimo dell’intera serie. Dal Seicento all’Unità restano quasi ferme intorno a 265-267 giorni.
Che cosa significa? Nel tardo Medioevo i salari alti permettevano ai lavoratori di raggiungere il reddito necessario con meno giornate. Le fonti suggeriscono che molti scegliessero di lavorare meno, e il calendario era pieno di feste religiose e civiche. Nel Cinquecento, con i salari reali in calo e i prezzi del cibo in aumento, quella possibilità sparisce: per mantenere lo stesso tenore di vita bisognava lavorare più giorni. Gli storici economici chiamano questo fenomeno, osservato in molti paesi europei, «rivoluzione industriosa».
Il dato acquista tutto il suo peso se lo si mette in rapporto con il reddito. Dividendo il PIL pro capite per le giornate di lavoro si ottiene una misura approssimativa di quanto rendeva una giornata di lavoro. Nel 1400-24 il prodotto per giornata era di circa 6,9 dollari. Nel 1525-49 era sceso a 5,0, nel 1800-24 a 4,3, e nel 1850-61 era ancora a 4,3: in quattro secoli e mezzo la resa di una giornata di lavoro cala del 37%.
È il dato che riassume meglio il dramma dell’economia italiana preunitaria. Gli italiani del Seicento e del Settecento non erano meno operosi dei loro antenati: lavoravano un quinto in più. Ma il loro lavoro rendeva meno, perché la terra disponibile per ciascuno diminuiva, le manifatture tradizionali perdevano mercati e le tecniche produttive cambiavano troppo lentamente. Lavorare di più serviva soltanto a non impoverirsi del tutto.
Due avvertenze. La prima: le stime puntuali sono poche per alcuni periodi e molto disperse, come si vede dalla nuvola di punti del grafico, e la serie lisciata è quindi indicativa. La seconda: gli autori mostrano che questa ipotesi pesa sulle stime del reddito medievale. Se si assumessero 250 giornate costanti, il PIL del primo Quattrocento risulterebbe più alto fino all’11%. Il racconto generale non cambia, ma i livelli del tardo Medioevo restano incerti.
L’Italia del 1851: una fotografia regione per regione
Dieci anni prima dell’Unità, nel 1851, l’Italia era divisa tra il Regno di Sardegna, il Lombardo-Veneto austriaco, i ducati padani, il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. È l’anno scelto dagli autori per il confronto a parità di potere d’acquisto con l’Inghilterra, e per questo è anche l’unico per cui il pacchetto offre un quadro completo delle regioni: popolazione, prodotto totale, prezzi e reddito per abitante. La Tabella 3 lo riassume.
Tabella 3. Le regioni italiane nel 1851
| Regione | Popolazione (milioni) | Quota popolazione | Quota PIL (PPP) | PIL pro capite al cambio (£) | PIL pro capite PPP (£) | % Inghilterra | PIL pro capite ($ 1990) |
| Piemonte | 2,64 | 11,1% | 11,6% | 12,7 | 12,4 | 48 | 1.364 |
| Liguria | 0,74 | 3,1% | 4,5% | 17,3 | 17,1 | 66 | 1.884 |
| Lombardia | 3,06 | 12,9% | 14,8% | 13,9 | 13,6 | 53 | 1.500 |
| Veneto | 2,28 | 9,6% | 11,0% | 11,7 | 13,6 | 53 | 1.502 |
| Emilia | 1,91 | 8,0% | 7,5% | 9,3 | 11,1 | 43 | 1.220 |
| Toscana | 1,68 | 7,1% | 8,0% | 11,8 | 13,5 | 52 | 1.486 |
| Lazio | 2,06 | 8,6% | 9,7% | 10,4 | 13,3 | 52 | 1.464 |
| Campania | 3,84 | 16,2% | 14,3% | 7,1 | 10,5 | 41 | 1.161 |
| Puglia | 2,81 | 11,8% | 8,5% | 5,2 | 8,6 | 33 | 946 |
| Sicilia | 2,21 | 9,3% | 8,4% | 7,1 | 10,7 | 42 | 1.181 |
| Sardegna | 0,56 | 2,3% | 1,8% | 5,8 | 9,3 | 36 | 1.022 |
| Centro-Nord | 14,37 | 60,4% | 66,9% | 12,1 | 13,2 | 51 | 1.451 |
| Sud | 9,42 | 39,6% | 33,1% | 6,5 | 9,9 | 39 | 1.094 |
| Italia | 23,79 | 100% | 100% | 9,9 | 11,9 | 46 | 1.310 |
Fonte: ICPSR 237682, foglio «PPP». Il PIL pro capite al cambio è convertito in sterline sulla base del contenuto d’argento delle monete; quello PPP tiene conto delle differenze di prezzo. Inghilterra: 25,7 £ pro capite, pari a 2.835 dollari 1990.
La prima colonna da guardare è l’ultima. Nel 1851 l’italiano medio produceva 1.310 dollari, il 46% di un inglese. La regione più ricca era la Liguria, con 1.884 dollari e due terzi del livello inglese; seguivano, quasi appaiate, Veneto, Lombardia, Toscana e Lazio, tutte tra 1.460 e 1.500 dollari. In fondo alla classifica la Puglia, con 946 dollari, un terzo del livello inglese e la metà della Liguria. La Figura 4 mostra la graduatoria.

Figura 4. PIL pro capite delle regioni italiane nel 1851, a parità di potere d’acquisto.
Il grafico rende evidente la divisione in due blocchi. Tutte e sette le regioni del Centro-Nord stanno sopra le quattro del Mezzogiorno. Ma il divario tra i due blocchi è meno ampio di quanto si potrebbe pensare: il Sud nel suo insieme produce il 75% del reddito per abitante del Centro-Nord. Dentro i due blocchi, inoltre, le differenze sono forti: nel Centro-Nord la Liguria supera l’Emilia del 54%, nel Sud la Sicilia supera la Puglia del 25%.
Le colonne sulle quote rivelano il peso economico delle regioni. La Lombardia era la prima economia d’Italia, con il 14,8% del prodotto nazionale, seguita a breve distanza dalla Campania (14,3%), che però ospitava il 16,2% della popolazione. Il Piemonte, futuro motore dell’Unità, produceva l’11,6%: più del Veneto, ma meno della Lombardia austriaca. Nel complesso il Centro-Nord, con il 60% degli abitanti, produceva i due terzi del PIL italiano.
Il dato forse più interessante è però nascosto nel confronto tra le due colonne del reddito in sterline. Se si convertono i redditi al cambio, cioè in base al contenuto d’argento delle monete, il divario tra Nord e Sud appare enorme: 12,1 sterline nel Centro-Nord contro 6,5 nel Sud, il 53%. Se invece si tiene conto dei prezzi, il divario si riduce: 13,2 contro 9,9, il 75%. La differenza dipende dal fatto che nel Mezzogiorno la vita costava molto meno. Rapportando le due misure, il livello dei prezzi meridionali risulta pari a circa due terzi di quello inglese (65%), contro il 92% del Centro-Nord. In Puglia era al 60%, in Piemonte, Liguria e Lombardia leggermente sopra il livello inglese.
È un dettaglio con conseguenze importanti. Una lira napoletana comprava molto di più al Sud di quanto la stessa quantità d’argento comprasse a Torino o a Milano. Chi confronta i redditi nominali dei diversi Stati preunitari, come facevano spesso gli osservatori dell’epoca, finisce per esagerare la povertà del Mezzogiorno. Il Sud era più povero, ma anche più economico: e il secondo fatto attenuava, senza cancellarlo, il primo.
Un’ultima cautela riguarda la precisione di questi numeri. Gli autori confrontano il loro benchmark con una stima alternativa basata su regressioni statistiche, e le differenze regionali non sono trascurabili: per la Sardegna la stima alternativa è di 1.322 dollari invece di 1.022, per il Lazio di 1.225 invece di 1.464. La gerarchia di fondo – Liguria in testa, Mezzogiorno in coda – regge in entrambe; le posizioni intermedie sono meno certe.
L’Italia e l’Europa del Sud
Il confronto internazionale più citato per l’Italia preunitaria è quello con l’Inghilterra e l’Olanda, i due paesi che la superano tra Cinque e Seicento e la lasciano molto indietro nell’Ottocento. È un confronto importante, ma racconta solo metà della storia. Per capire dove si collocasse l’Italia nell’Europa del tempo bisogna guardare anche all’altra metà: i paesi del Sud e della periferia, che il pacchetto permette di seguire attraverso le serie riportate dagli autori nella figura 13b.

Figura 5. PIL pro capite di Italia, Spagna, Portogallo e Svezia.
La Figura 5 e la Tabella 4 mostrano un risultato netto: per quasi tutto il periodo l’Italia resta in testa a questo gruppo.
Tabella 4. PIL pro capite di Italia e paesi dell’Europa meridionale e periferica, dollari 1990
| Anno | Italia | Spagna | Portogallo | Svezia | Russia | Italia in % del secondo |
| 1400 | 1.481 | 784 | – | 948 | – | 156 |
| 1500 | 1.361 | 867 | – | 1.104 | – | 123 |
| 1600 | 1.352 | 790 | 802 | 905 | – | 149 |
| 1700 | 1.404 | 716 | 1.049 | 1.142 | 867 | 123 |
| 1750 | 1.350 | 828 | 1.312 | 962 | 1.100 | 103 |
| 1800 | 1.130 | 864 | 969 | 911 | 905 | 117 |
| 1850 | 1.224 | 1.072 | 954 | 974 | 887 | 114 |
Fonte: ICPSR 237682, file «Figures_EcHR.xlsx», figura 13b (serie lisciate). L’ultima colonna confronta l’Italia con il paese che la segue in ciascun anno.
Nel 1400 l’Italia produceva per abitante il 56% in più della Svezia e quasi il doppio della Spagna. La Spagna, nonostante l’impero americano, non si avvicina mai: nel Seicento il suo reddito scende intorno ai 670 dollari a metà secolo, meno della metà di quello italiano. L’oro e l’argento delle Americhe arricchivano la corona e i mercanti di Siviglia, ma non l’economia castigliana nel suo insieme.
La Svezia è il caso più dinamico del Cinque e Seicento. Nel 1500 raggiunge l’81% del livello italiano, e nel 1700, quando è una grande potenza militare del Baltico, è a 1.142 dollari. Ma nel Settecento ricade sotto i 1.000 dollari, e la sua straordinaria crescita appartiene alla seconda metà dell’Ottocento e al Novecento, fuori dal periodo coperto da queste serie.
Il Portogallo è l’unico paese che, per un momento, raggiunge e supera l’Italia. Trainato dall’oro brasiliano, il suo reddito sale da circa 800 dollari nel 1600 a 1.312 nel 1750, contro i 1.350 italiani, e tra il 1778 e il 1789 resta per dodici anni sopra l’Italia. Poi crolla: nel 1800 è a 969 dollari. Anche la Russia, per cui le serie partono dal 1690, si avvicina a metà Settecento (1.100 dollari) per poi ricadere.
Nel lungo periodo, però, la distanza dell’Italia dal resto del gruppo si riduce. Nel 1850 il vantaggio sul secondo paese, la Spagna, è del 14%; nel 1860 la Spagna è al 98% del livello italiano. L’Italia non scende, ma gli altri risalgono. È la stessa dinamica che con Olanda e Inghilterra si era vista due secoli prima, in forma molto più violenta.
Messo insieme al confronto con l’Europa nord-occidentale, il quadro diventa completo. Nel 1400 l’Italia è la prima economia d’Europa per reddito pro capite. Nel 1600 è seconda, dietro l’Olanda. Nel 1750 è terza, dietro Olanda e Inghilterra. Nel 1850 è quinta, superata anche da Francia e Germania. Ma è sempre la prima del Sud e della periferia europea: la più ricca tra le economie che non hanno partecipato alla prima ondata della crescita moderna.
Conclusioni: dieci numeri per cinque secoli
La storia economica italiana dal Trecento all’Unità si può riassumere in dieci numeri, raccolti nella Tabella 5.
Tabella 5. Dieci numeri per cinque secoli
| Numero | Che cosa misura |
| 1.735 $ | Il PIL pro capite massimo, raggiunto nel 1367, vent’anni dopo la Peste Nera |
| 918 $ | Il minimo, toccato nel 1800, al culmine delle guerre rivoluzionarie |
| 6 | Le fasi in cui le svolte strutturali del 1407, 1509, 1598, 1689 e 1771 dividono la storia economica italiana |
| 51% | La quota di anni in cui il reddito per abitante scende rispetto all’anno prima |
| +23,7% | La crescita del 1530, l’anno migliore della serie, subito dopo la crisi del 1526-29 |
| 273 | Le giornate di lavoro annue nel 1620, contro 219 nel 1420 |
| −37% | Il calo del prodotto per giornata di lavoro tra il 1400-24 e il 1850-61 |
| 46% | Il reddito dell’italiano medio rispetto a quello dell’inglese nel 1851 |
| 75% | Il reddito del Sud rispetto al Centro-Nord nel 1851 a parità di potere d’acquisto (53% al cambio) |
| 98% | Il reddito della Spagna rispetto all’Italia nel 1860, contro il 53% del 1400 |
Fonte: elaborazioni su ICPSR 237682, versione 1.1.
Questi numeri raccontano un’economia che non è mai stata immobile, ma che per cinque secoli non è riuscita a crescere in modo duraturo. L’Italia del tardo Medioevo era ricca perché era stata svuotata dalla peste e perché le sue città dominavano i commerci e le manifatture europee. Ha mantenuto livelli elevati fino al Seicento, adattandosi alla perdita dei mercati e sfruttando, ancora una volta, il freno demografico delle epidemie. Quando le epidemie sono finite e la popolazione ha ripreso a crescere senza che crescessero le risorse, il reddito per abitante è sceso, e il lavoro in più non è bastato a compensare.
Alla vigilia dell’Unità l’Italia era un paese diviso in modo profondo: tra un Centro-Nord e un Sud, tra regioni come la Liguria vicine ai due terzi del livello inglese e regioni come la Puglia ferme a un terzo, tra prezzi e salari che differivano da uno Stato all’altro. Era un paese impoverito rispetto al proprio passato e superato dai vicini del Nord-Ovest, ma ancora davanti all’Europa mediterranea e orientale.
La storia che le nuove stime raccontano non è quindi né quella di un declino irreversibile né quella di un’arretratezza originaria. È la storia di un’economia ricca e fragile, che ha perso il suo primato lentamente, per ragioni demografiche, commerciali e tecnologiche, e che è arrivata all’Unità con un patrimonio di città, competenze e differenze territoriali che avrebbe pesato su tutto il secolo successivo.
Nota sulle fonti e sui limiti
Tutti i dati usati in questo saggio provengono dal pacchetto di replica ICPSR 237682, versione 1.1, che accompagna l’articolo di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta. Le serie internazionali della figura 13b sono quelle riportate dagli autori a scopo di confronto e sono costruite da altri gruppi di ricerca con metodi non del tutto identici; vanno quindi lette come indicazioni di ordine di grandezza. Le elaborazioni proprie – le medie per fase, la volatilità per secolo, il prodotto per giornata di lavoro, le quote regionali e i livelli dei prezzi del 1851 – sono calcolate direttamente dai fogli del pacchetto.
Valgono le cautele generali di ogni ricostruzione di lungo periodo: margini d’errore ampi per i secoli più lontani, regioni moderne usate come approssimazione di Stati storici, serie annuali che riflettono anche l’incertezza delle fonti oltre agli shock reali. Le grandi tendenze descritte in questo saggio sono tuttavia coerenti con tutte le varianti di metodo verificate dagli autori.
Fonte dei dati: Federico G., Nuvolari A., Ridolfi L., Vasta M., «Italy’s long-term economic performance: GDP estimates from 1300 to 1861», Economic History Review; dati di replica ICPSR 237682, versione 1.1 (file «GDP data.xlsx» e «Figures_EcHR.xlsx»).


