25 Ottobre 2026
Salute mentale e psichiatria rivoluzionaria, ancora un tabù?

Di Mario De Luca
Sabato 10 ottobre, è stata la Giornata Mondiale della Salute Mentale; del tema se ne sta
discutendo recentemente in Italia, soprattutto dopo eventi come l’attentato a Modena,
dove l’attentatore frequentava un CSM (Centro di Salute Mentale). Il tema in Italia sembra
interessare soprattutto l’opposizione, mentre il centro destra lo affronta più dalla
prospettiva della sicurezza. Il tema adesso viene trattato anche da soap italiane come Un
Posto al Sole, dove si è parlato di disturbo bipolare, che ha Monica, la madre delle
gemelle e di Serena, e che si sospettasse avesse Jimmy. Quello che si nota è che questa
quistione, anche nella soap, costituisce ancora un tabù, qualcosa di cui vergognarsi, avere
paura, che si teme forse perché non si può controllare.
La media OSCE per la spesa in salute mentale si attesta attorno al 5-10%, mentre l’Italia
sembra essere al di sotto e spende all’incirca il 3%. La media mondiale è ancora molto
bassa attorno al 2%, in gran parte, perché vige ancora il pregiudizio che costituisca una
spesa secondaria rispetto alle malattie che colpiscono il corpo.
La salute mentale viene spesso vista come un problema che colpisce i paesi
industrializzati, ma se lì sono più diffuse malattie come la depressione, è proprio in
contesti di guerra, violenza, oppressione di genere e razziale che più servono psichiatri e
psicologi come Samah Jabr , psichiatra palestinese che da tempo denuncia le violenze dei
coloni e dell’esercito nei territori occupati. Nel suo libro Dietro i Fronti Samah Jabr evoca
spesso Fanon, psichiatra martinicano che ne I Dannati della Terra, nel capitolo Guerra
Coloniale e Disturbi Mentali denunciava le ripercussioni della violenza coloniale, e delle
torture sulla salute mentale, durante la Guerra d’Algeria.
Tipico degli psichiatri del Sud Globale, che vivono in territori occupati, è considerare
l’ambiente circostante come parte dei fattori che influenzano la salute mentale dei pazienti.
Fanon scriveva che la società coloniale era una società violenta, che la violenza che si
respirava nell’aria la si poteva trovare nelle danze frenetiche nei villaggi, negli eccessi di
collera degli uomini per strada, nelle orazioni roboanti degli stregoni. Ciò che
contraddistingue la psichiatria de-coloniale, da quella occidentale, è che la prima tende
quindi a considerare anche l’ambiente in cui è immerso il paziente, mentre la seconda
storicamente ha teso storicamente più a focalizzarsi sui processi neuronali, biologici e
psicologici senza tenere conto della violenza in cui è immersa la società. Uno psichiatra
europeo che segue un approccio più clinico molto probabilmente non riuscirebbe ad
essere di molto aiuto nei territori occupati in Cisgiordania, perché non vedrebbe il contesto
dell’occupazione.
Si potrebbe obiettare che noi non viviamo in contesti di guerra o occupazione coloniale,
eppure non si può non escludere che anche noi viviamo in una società violenta. La
violenza la respiriamo sul luogo di lavoro, nelle carceri, nei CPR, per televisione, dove
assistiamo ad un genicidio mentre mangiamo la pasta, e assistiamo nei talk show a
dibattiti che sembrano fatti a posta per alimentare lo scontro.
Considerare la psichiatria e la psicologia come scienze puramente psico-neuronali,
separate dalla sociologia del lavoro, dei conflitti, e dalle altre scienze sociali è una lettura tipica soprattutto degli approcci cognitivo-comportamentali, approccio di cui non tutti sono
convinti sull’efficacia. L’antropologa statunitense Nancy Sheper mostra nei suoi studi,
come la povertà, l’esclusione sociale e la sofferenza, possano influire anche sui corpi delle
persone, e così possono influire anche sulle menti. È arrivato il momento che anche la
psichiatria segua quella svolta epistemologica che hanno seguito le altre scienze.

