19 Ottobre 2026
Sanzioni sospese, centrali al buio – La leva americana e la guerra dell’energia prima dell’inverno
In una settimana Washington ha sospeso il Graham Act, frenato Starshield a 160 km/h e lasciato Kiev senza preavviso sui balistici. Russi e ucraini intanto si colpiscono l’energia a vicenda, da Lutsk a San Pietroburgo. E a Roma Gentiloni spiega che l’Italia non può cambiare linea.

In una settimana Washington ha sospeso il Graham Act, frenato Starshield a 160 km/h e lasciato Kiev senza preavviso sui balistici. Russi e ucraini intanto si colpiscono l’energia a vicenda, da Lutsk a San Pietroburgo. E a Roma Gentiloni spiega che l’Italia non può cambiare linea.
Aree di crisi nel mondo n. 306 del 18-10-2026
di Stefano Orsi
18 ottobre 2026
Oggi, 18 ottobre, dovevano entrare in vigore le sanzioni e i dazi sull’export russo del Graham Act, la legge che il Congresso ha intitolato al senatore scomparso a luglio e che Trump ha firmato il 18 settembre. Non entreranno in vigore. Pochi giorni prima della scadenza un ordine esecutivo li ha sospesi per interesse nazionale. Kirill Dmitriev, inviato del presidente russo per gli investimenti, ha parlato di un momento «davvero storico».
Nella notte appena trascorsa il ministero della Difesa russo ha registrato 1.015 droni ucraini abbattuti su più regioni, e a San Pietroburgo bruciavano il terminal petrolifero del porto e il deposito di Ruchyi.
Le due notizie raccontano la stessa settimana: quella in cui la guerra dell’energia è diventata il fronte d’inverno, e Washington ha deciso di regolarla secondo il proprio calendario.
Tre leve
Come scrivevamo la settimana scorsa, tutto parte dal 9 ottobre, con l’accordo fra Trump e Putin sul gasolio: oltre 4 milioni di tonnellate, 300.000 subito, licenza del Tesoro fino ad aprile. Il 10 Trump chiede all’Ucraina un nuovo presidente. L’11 proclama una «tregua energetica» con effetto immediato, che Mosca non ha mai sottoscritto; Peskov ha confermato che nulla era stato messo nero su bianco, e poche ore dopo la TETs-5 di Karkov era già sotto i colpi.
Poi le leve. La sera del 12 cinque balistici colpiscono Kiev senza il consueto preavviso alleato; un funzionario americano citato da Politico parla di maltempo. Nella notte fra il 13 e il 14 la prima ondata arriva di nuovo senza segnalazione, le tre successive sono segnalate in tempo. Nella stessa notte i terminali militari Starshield in movimento perdono il collegamento oltre i 160 km/h, la soglia sotto la quale un intercettore ucraino non riesce più a inseguire un Geran a reazione. Di chi sia la decisione lo ha chiarito Musk: limiti di velocità e d’uso li stabiliscono le forze armate americane e, in ultima istanza, il presidente.
Il Financial Times ha aggiunto la minaccia di fermare il PURL, il meccanismo con cui gli europei pagano le armi americane destinate a Kiev, e di sospendere la condivisione d’intelligence. Il Washington Post ha riferito che il 12 l’ambasciata ucraina a Washington era stata avvertita: un nuovo colpo sull’energia russa avrebbe significato lo stop completo.
Le tre leve hanno un tratto comune. Si azionano in poche ore, si spengono in poche ore, e ciascuna arriva con una spiegazione che non chiama in causa la Casa Bianca: il meteo, un parametro tecnico, telefonate riferite da terzi. La richiesta invece era una sola, niente colpi sulle raffinerie russe fino al 3 novembre, giorno del voto di metà mandato, con il gasolio ai massimi fra la guerra con l’Iran e i colpi ucraini che Trump imputa a Kiev. A mio avviso Washington non si sta ritirando dal conflitto; lo condiziona, e lo fa sul punto più scoperto della difesa ucraina, i balistici e i droni a reazione.
Il no di Kiev
Ha funzionato? Per tre giorni. Il 15, al Financial Times, Zelensky dice: «Il blocco sui colpi alle raffinerie è tolto. Basta». A Piers Morgan conferma di sentirsi tradito e che l’Ucraina sta perdendo un partner forte, «ma non per colpa nostra». Il tetto su Starlink, sostiene, era «una questione di volontà»; il 17 aggiunge che terminali ucraini provati in Paesi europei a 180 km/h hanno funzionato, e che le restrizioni valgono in Ucraina e non nell’Unione.
Poche ore dopo l’intervista, 4 missili Flamingo e 69 droni sulla raffineria di Ryazan, dove secondo due fonti industriali sentite dalla Reuters si è fermata l’unità di distillazione primaria CDU-6. Il 16 i droni ucraini arrivano nel distretto di Surgut, nella Siberia occidentale, a oltre 2.500 km dal confine. Stanotte, San Pietroburgo.
Hal Brands, docente alla Johns Hopkins, ha scritto su Bloomberg che pretendendo da Kiev la rinuncia ai colpi sull’energia russa Trump le toglie lo strumento che rende la guerra costosa per Mosca, e consuma la propria leva su entrambe le capitali. Credo che il punto sia questo: una leva conserva il suo peso finché nessuno la sfida. Kiev l’ha sfidata, e la risposta americana è stata la sospensione delle sanzioni a Mosca.
L’inverno di Kiev
Mosca, nel frattempo, ha scelto i bersagli con metodo. Nella notte fra il 13 e il 14 l’aeronautica ucraina dichiara 39 missili a traiettoria balistica, fra Iskander-M, KN-23, S-400, Zircon e Oniks, e ne ferma 4. Il primo ministro Koretsky dichiara colpite tutte e tre le centrali termoelettriche di Kiev; il ministero russo registra anche la TETs-6 e la centrale di Tripolye nella regione, la sottostazione Kievskaya, e a Karkov la TETs-5 e la centrale di Zmiev. Klitschko lo aveva ricordato il 9 ottobre: la capitale ha perso negli anni la propria capacità di generazione e dipende dalla rete nazionale.
Poi il peso si sposta a ovest. Il 16 due sottostazioni di Lutsk vanno fuori uso, la città resta interamente al buio e in Volinia circa 370.000 utenze restano senza corrente; a Karkov un Geran-3 colpisce la sottostazione di Losevo a 330 kV, il nodo che porta l’alta tensione nazionale sulla rete cittadina. Nella notte sul 17 arrivano 332 droni insieme a Kalibr, Kh-22, Kh-32 e balistici. Zelensky dichiara oltre 15 impianti di generazione e trasmissione colpiti, con la situazione peggiore a Lutsk, Rovno, Zhitomir, Vinnitsa, Shepetovka, Slavuta e Neteshin, la città della centrale nucleare di Khmelnitsky. Nella stessa notte 6 balistici su Zaporozhstal: per Metinvest è il quinto attacco, 23 balistici dall’11 agosto. In mezzo le ferrovie, da Zhmerinka a Znamenka e Pomoshnaya, i nodi che portano il carico da ovest e dai porti verso il fronte.
Contro i balistici la difesa ucraina ne ferma circa uno su dieci. A Bruxelles Zelensky ha chiesto 300 intercettori Patriot per l’inverno e ha stimato in 155 miliardi di euro il costo della guerra il prossimo anno. Una risposta, per ora, non c’è.
L’inverno di Mosca
Il fuoco ucraino lavora su un’altra scala: 902 droni nella notte sul 14, 644 in quella sul 16, 1.015 nella notte appena trascorsa, secondo i bollettini del ministero russo. A San Pietroburgo il governatore Beglov registra incendi anche in magazzini industriali del distretto di Kolpino; un drone ha colpito il ponte strallato del Diametro rapido occidentale e VK ha comunicato un colpo sul suo data center nella regione di Leningrado, con i servizi rimasti in funzione. Le mappe di tracciamento pubblicate da canali delle due parti fanno arrivare lo sciame dal Golfo di Finlandia, dopo aver sorvolato Lettonia ed Estonia. Da Riga e da Tallinn, finora, nessuna conferma; se il dato reggesse, la questione non riguarderebbe più soltanto Kiev e Mosca.
L’asimmetria sta nella struttura delle due reti. L’Ucraina, che ha perso gran parte della propria generazione, dipende da poche dorsali di trasmissione e da trasformatori che si riparano in mesi. La Russia ha decine di raffinerie, che i droni devono colpire una per una e tornare a colpire. Putin sostiene che gli attacchi alle raffinerie non hanno prodotto nulla di significativo e che la Russia risponderà; Gerasimov dichiara abbattuto ogni giorno oltre il 98% dei droni ucraini. Le due affermazioni si potranno misurare presto, la prima sui prezzi dei carburanti in Russia, la seconda sugli impianti che restano fermi.
Roma
In questa cornice è passata quasi sotto silenzio una frase che a mio parere pesa più di molte cifre. Il 4 ottobre, a In Onda su La7, Paolo Gentiloni ha detto: «Escludo che in Europa l’Italia possa tirarsi indietro nel sostegno all’Ucraina. È molto complicato che un Paese vada frontalmente contro l’orientamento europeo. Telefonare a Orbán e chiedere come gli è andata». A Luca Telese, che obiettava che in democrazia ci si può tirare indietro, ha risposto richiamando la sorte di Orbán. Il 10, alla festa del Foglio, ha aggiunto che il sostegno a Kiev è «la linea di demarcazione tra sovranisti e democratici». Il Fatto Quotidiano ha rilanciato il tutto il 12.
Gentiloni non dice che l’Italia non deve cambiare linea: dice che non può. Una scelta di politica estera, che un nuovo governo ha titolo per rivedere, viene presentata come un dato fisso. Eppure nella politica estera e di sicurezza comune l’Unione decide all’unanimità, articoli 24 e 31 del Trattato sull’Unione europea; veto, astensione costruttiva e uscita dall’aula sono strumenti previsti. Se una prerogativa esiste sulla carta e chi la esercita ne paga il prezzo, quel prezzo nasce fuori dai trattati.
Il caso Orbán lo conferma più di quanto Gentiloni forse volesse. Il 13 dicembre 2023 la Commissione, di cui lui era commissario all’Economia, sbloccò 10,2 miliardi per Budapest; il giorno dopo Orbán uscì dalla sala e il Consiglio europeo aprì i negoziati di adesione con Kiev. Allora la Commissione negò ogni nesso. Quanto alla sconfitta elettorale del 12 aprile, le analisi del voto ungherese hanno indicato economia, corruzione e servizi come temi centrali della campagna di Magyar. Leggerla come punizione per la politica estera fa dell’elettore l’esecutore di una linea decisa altrove.
Norberto Bobbio, nel Futuro della democrazia, metteva fra le condizioni minime che chi è chiamato a decidere sia posto davanti ad «alternative reali». Gentiloni le nega per un intero campo della politica, e lo fa da ex presidente del Consiglio e da ex commissario che quel meccanismo lo ha visto dall’interno. Resta un paradosso. Alla stessa festa del Foglio Gentiloni ha definito «vergognosa» l’apertura di Trump al gasolio russo: la linea che chiede all’Italia di non toccare diverge oggi da quella di Washington, che minaccia Kiev se colpisce le raffinerie. Un governo italiano si troverebbe stretto fra due vincoli esterni in conflitto fra loro. Il ministro della Difesa Crosetto, alla BBC, lo ha ammesso a modo suo: il sostegno a Kiev proseguirà finché resta questo governo, ma con le elezioni in vista il voto del Parlamento sulle consegne sarà più difficile.
Il calendario
Il 31 ottobre in Ucraina scadono legge marziale e mobilitazione generale; il 3 novembre si vota negli Stati Uniti; fra le due date le temperature scendono. Questo inverno lo vincerà chi riparerà i trasformatori più in fretta di quanto l’altro riesca a colpirli.
In calce – Motorola, dieci anni dopo
Il 16 ottobre 2016 Arsen Pavlov rientrava nel suo palazzo di via Chelyuskintsev, a Donetsk. Un ordigno fissato alla fune dell’ascensore, azionato a distanza, uccise lui e la sua guardia del corpo. Aveva 33 anni; suo figlio Makar era nato da due settimane.
La sua storia comincia lontano dal Donbass, a Ukhta, nella Repubblica dei Komi, dove era nato il 2 febbraio 1983. Rimasto orfano a 15 anni, lo crebbe la nonna. A 19 entrò nella fanteria di marina, alla 77ª brigata della Guardia, come addetto alle comunicazioni: da quelle radio gli rimase il nome di battaglia. Seguirono due turni in Cecenia da vicecomandante di plotone. Poi la vita qualunque, a Rostov sul Don: marmista, soccorritore, operaio, addetto a un autolavaggio. Nessuna accademia, nessuna carriera da difendere.
Nella primavera del 2014 fu fra i primi volontari. I primi posti di blocco li tenne armato di bastoni, alla lettera. Poi Slavyansk, con le milizie di Strelkov; a Nikolaevka il suo gruppo controcarro presidiava la direzione più esposta, quella da cui si aspettava l’urto dei corazzati ucraini. A Semyonovka tirò fuori dalle macerie di una casa una ragazza, Elena. Il 12 luglio, una settimana dopo l’abbandono di Slavyansk, la sposò a Donetsk, in mimetica, con le telecamere accese. Più d’uno, in Occidente, ci vide una messinscena; a Donetsk ci videro un uomo che alla guerra non concedeva di decidere i tempi della sua vita, e io credo avessero ragione loro.
Il resto lo racconta la Sparta. Ad agosto la sacca di Ilovaisk; da settembre a gennaio l’aeroporto di Donetsk, metro per metro fra i resti dei terminal; fra gennaio e febbraio del 2015 Debaltsevo. Nel 2015 arrivarono il titolo di Eroe della Repubblica Popolare di Donetsk e la croce di San Giorgio; le poste di Donetsk gli dedicarono un francobollo, accanto a Givi.
Io, che il Donbass lo seguivo da allora, lo ricordo così: la barba rossiccia, il basco, il sorriso di chi davanti alla telecamera non abbassava mai lo sguardo. Rostand fece morire il suo Cyrano rivendicando il panache, il pennacchio che il guascone porta alto proprio dove arrivano i colpi. Motorola era di quella pasta. In un esercito di volontari, nato in fretta e senza tradizioni, serviva anche un comandante che si facesse vedere.
Il 19 ottobre 2016 la città gli rese l’ultimo saluto al Teatro dell’Opera: oltre 50.000 persone, poi la sepoltura con gli onori militari al cimitero di Donetskoe More. Dieci anni dopo la Sparta combatte ancora. Il suo primo comandante è rimasto fermo a 33 anni, con il basco in testa e il sorriso di chi non ha mai chiesto il permesso.

