18 Ottobre 2026
Gianfranco Cuccuini, il mistero della libreria di Firenze: ventisette coltellate e un assassino senza volto
Il 24 marzo 1995, nel cuore di Firenze, un pensionato di 65 anni viene brutalmente assassinato all’interno di una libreria specializzata in articoli religiosi. Nessuna rapina, nessun movente accertato, nessun colpevole.

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Ci sono luoghi che sembrano fatti apposta per custodire segreti. Luoghi nei quali il tempo pare essersi fermato, dove il silenzio ha una consistenza quasi materiale e dove ogni oggetto sembra appartenere a un passato lontano. Ma sempre presente.
La libreria Manuelli, al numero 7 rosso di via del Proconsolo, nel cuore di Firenze, era uno di questi luoghi.
Una piccola bottega specializzata in libri religiosi, messali, paramenti sacri, crocifissi e oggetti destinati alle chiese. Una di quelle attività che sembrano sopravvivere indifferenti ai cambiamenti del mondo, frequentate da sacerdoti, religiosi e da qualche cliente alla ricerca di un libro particolare.
Il negozio si trovava al pianterreno di un antico palazzo appartenente alla Curia di Fiesole, a pochi passi da alcuni dei monumenti più celebri della città.
Un posto dove sarebbe stato difficile immaginare un omicidio. Anzi impossibile.
Eppure, proprio lì, la mattina di venerdì 24 marzo 1995, qualcuno avrebbe compiuto un delitto di una violenza impressionante, riuscendo poi a scomparire senza lasciare una spiegazione.
La vittima si chiamava Gianfranco Cuccuini.
Aveva 65 anni, una moglie, due figli e una vita apparentemente tranquilla. Era un pensionato, descritto da chi lo conosceva come una persona metodica, precisa, abitudinaria. Aveva lavorato come geometra e tipografo d’arte e, nonostante la pensione, continuava a prestare occasionalmente servizio nella libreria.
Non aveva particolari ragioni per temere qualcuno. Almeno per quanto emerso dalle indagini.
E soprattutto, quella mattina, non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì.
Cuccuini lavorava abitualmente in negozio soltanto alcuni giorni della settimana. Il venerdì non era uno di questi. Ma la titolare aveva bisogno di essere sostituita e lui aveva accettato.
Una circostanza apparentemente insignificante. Una di quelle piccole variazioni della routine che, soltanto dopo una tragedia, finiscono per assumere un significato inquietante.
Perché in un caso di omicidio è sempre difficile credere alle coincidenze.
Quindici minuti per uccidere
Quella mattina Gianfranco esce dalla sua abitazione di Sesto Fiorentino.
Sono circa le sette e trenta.
Prende il motorino e raggiunge il centro di Firenze, attraversando una città che sta lentamente iniziando la propria giornata. Arriva in via del Proconsolo intorno alle sette e cinquanta. Apre la libreria, entra e comincia a preparare il negozio.
È una mattina normale.
Fuori, Firenze si risveglia. Qualcuno apre le saracinesche, altri raggiungono il posto di lavoro, i primi passanti percorrono le strade del centro storico.
Intorno alle otto e venti, dalla copisteria situata di fronte alla libreria, qualcuno vede Cuccuini intento a sistemare le bacheche.
È vivo. Sta lavorando.
Dieci minuti più tardi, intorno alle otto e trenta, arriva un’altra testimonianza. Qualcuno vede Gianfranco all’interno del negozio in compagnia di una persona.
Di questa figura si distinguono pochi particolari: capelli lunghi e un giubbotto chiaro, dall’aspetto un po’ antiquato.
È vista di spalle. Non è nemmeno possibile stabilire con certezza se sia un uomo o una donna.
Non sappiamo chi sia. Non sappiamo cosa voglia. E soprattutto non sappiamo se sia proprio la persona che, pochi minuti dopo, ucciderà Gianfranco Cuccuini.
Alle otto e quarantacinque, tutto è finito.
Un sacerdote, monsignor Sergio Bossi, giunge alla libreria per ritirare delle ostie.
Quello che viene scoperto all’interno del negozio trasforma una normale mattina fiorentina nella scena di un delitto destinato a rimanere irrisolto.
Gianfranco Cuccuini giace a terra. È stato colpito ripetutamente con un’arma da punta e da taglio. Vicino al corpo una pozza di sangue e una sedia con lo schienale poggiato alla vetrina dei libri.
Le ricostruzioni successive parleranno di ventisette coltellate, inferte alla testa, alla schiena e all’addome.
Una violenza terribile, consumata in uno spazio ristretto e in un intervallo temporale brevissimo.
Nessuno è riuscito a fermare l’aggressore. Nessuno ha fornito una testimonianza capace di identificarlo.
E l’assassino è scomparso.
Una violenza feroce, una scena incredibilmente ordinata
Quando gli investigatori cominciano a esaminare la libreria, si trovano davanti a una situazione difficile da interpretare.
Il corpo presenta numerose ferite. La violenza esercitata sulla vittima è evidente. Ma il resto del negozio non racconta la storia di una lotta furibonda.
Gli scaffali sono in ordine. I libri sono al loro posto. Gli oggetti religiosi non risultano devastati. Non sembra esserci stata una colluttazione prolungata. La sedia non è stata spostata ed è presente solo una piccola macchia di sangue.
La vittima viene probabilmente colpita mentre è chinata a terra, forse per pulire il pavimento. Con l’assassino forse seduto sulla sedia. Quanti forse.
Un uomo chinato e una persona seduta su una sedia. Come nella confessione. Una suggestione legata al luogo. Restiamo ai fatti.
E’ un fatto che non manca nulla.
Nella cassa ci sono ancora circa centomila lire. Il portafoglio di Cuccuini non è stato sottratto.
Un particolare fondamentale, perché rende poco convincente la spiegazione più immediata: quella di una rapina finita male.
Se l’assassino voleva denaro, perché non prenderlo? Se voleva rubare qualcosa, perché lasciare tutto al suo posto? E se invece voleva uccidere proprio Gianfranco Cuccuini, quale ragione poteva giustificare un’aggressione tanto brutale?
Già il 25 marzo 1995, il quotidiano l’Unità descriveva una scena del crimine anomala, sottolineando l’assenza di evidenti segni di colluttazione e il fatto che il denaro fosse rimasto nella cassa.
Il giornale riportava anche un particolare: un santino apparentemente fuori posto.
Un dettaglio che, isolato dal contesto, potrebbe sembrare insignificante. Ma in un negozio dove quasi tutto è rimasto ordinato, anche un piccolo oggetto spostato può attirare l’attenzione.
Naturalmente, attirare l’attenzione non significa necessariamente possedere un significato investigativo.
Un santino fuori posto può essere un indizio. Oppure soltanto un santino fuori posto.
L’assassino che nessuno ha visto fuggire
La questione più inquietante riguarda la fuga.
Siamo nel centro di Firenze. Non in una strada deserta di campagna, non in un edificio abbandonato, ma in una zona attraversata quotidianamente da residenti, commercianti e passanti.
L’assassino ha agito in pieno giorno. Ha colpito ripetutamente la vittima. Poi ha lasciato il negozio. Senza lasciare impronte nella pozza di sangue.
Nessuno è riuscito a ricostruire con certezza il suo allontanamento.
Il problema diventa ancora più difficile se si considera la natura dell’aggressione.
Un attacco con numerose coltellate può produrre importanti tracce ematiche, anche sugli indumenti di chi colpisce.
Non significa, naturalmente, che l’aggressore dovesse necessariamente uscire dalla libreria insanguinato. La distribuzione delle tracce dipende da numerosi fattori: posizione della vittima, direzione dei colpi, caratteristiche dell’arma, distanza tra aggressore e persona aggredita.
Ma il problema rimane.
Come ha fatto qualcuno a uccidere un uomo in quel modo e ad allontanarsi senza essere identificato?
È possibile che sia uscito mescolandosi ai passanti. È possibile che nessuno abbia prestato attenzione a una persona che lasciava un negozio. È anche possibile che qualche testimone abbia visto qualcosa senza comprenderne il significato.
Non sono risposte. Sono possibilità.
E nessuna, da sola, permette di identificare l’assassino.
Un pensionato senza nemici. Il mistero del movente
In un’indagine per omicidio, una delle prime domande riguarda inevitabilmente il movente.
Chi poteva desiderare la morte di Gianfranco Cuccuini?
Gli investigatori cercano risposte nella vita privata della vittima. Ne esaminano le abitudini, le conoscenze e i rapporti personali.
Ma non emerge un quadro capace di spiegare immediatamente una simile aggressione.
Cuccuini non appare come una persona coinvolta in ambienti criminali. Non risultano, dalle ricostruzioni pubbliche, elementi tali da indicare un nemico preciso.
La sua esistenza sembra quella di un pensionato che conduce una vita regolare e continua a lavorare qualche giorno alla settimana.
Proprio questa apparente normalità rende il caso particolarmente difficile.
Perché un assassinio può essere ricostruito anche attraverso le relazioni della vittima: interessi economici, conflitti familiari, rivalità, rancori.
Ma cosa accade quando non emerge nulla di tutto questo?
Rimane la possibilità che l’assassino non conoscesse affatto la persona uccisa.
Un delitto occasionale. Un incontro casuale. Una violenza improvvisa.
Oppure, al contrario, qualcuno che aveva un motivo preciso per entrare in quella libreria.
La distinzione è decisiva.
E già all’indomani dell’omicidio il procuratore aggiunto incaricato delle indagini, citato dalla stampa dell’epoca, sottolineava quanto sarebbe stato diverso indagare su un delitto legato alla vita privata della vittima rispetto a un’aggressione occasionale.
I misteri della libreria religiosa
Il luogo del delitto contribuisce a rendere ancora più insolita la vicenda.
Una libreria religiosa non è soltanto un negozio. Può essere un punto di riferimento per sacerdoti, studiosi, fedeli, collezionisti e persone interessate a particolari aspetti della spiritualità.
La clientela può essere molto eterogenea.
Nelle ricostruzioni del caso compare anche un elemento più inquietante: Cuccuini avrebbe parlato alla moglie di persone dalle richieste insolite, arrivando a ipotizzare collegamenti con pratiche rituali.
Da qui nasce una delle piste più suggestive: quella di un aggressore mosso da ossessioni religiose o da un particolare stato di alterazione.
È però necessario distinguere accuratamente due questioni.
Che la vittima avesse riferito alcune impressioni non significa che quelle impressioni corrispondessero a fatti accertati.
E soprattutto non esiste una prova pubblicamente documentata che l’omicidio sia stato commesso per motivazioni rituali.
Il rischio, in vicende del genere, è quello di confondere l’atmosfera del luogo con la spiegazione del delitto.
Crocifissi, santini, libri sacri e un palazzo ecclesiastico possono rendere una storia particolarmente suggestiva. Ma non dimostrano nulla sull’identità o sulle intenzioni dell’assassino.
La suggestione non è una prova. E il mistero non deve trasformarsi automaticamente in una spiegazione esoterica.
Anche se il ritrovamento di questa sequenza di lettere su una agenda posta all’interno della libreria lascia domande senza risposte: UMA HARUM UMA.
Hanno un significato?
Le indagini e le piste senza uscita
Le indagini prendono in considerazione diverse possibilità.
Una riguarda l’eventualità che l’assassino sia una persona con gravi disturbi comportamentali, entrata nella libreria per ragioni non necessariamente collegate alla vittima.
Un’altra considera la possibilità di un movente personale rimasto sconosciuto.
Gli investigatori cercano di identificare le persone presenti nelle vicinanze. Vengono approfondite testimonianze e circostanze ritenute potenzialmente significative.
La stampa dell’epoca riferisce anche di un provvedimento giudiziario nei confronti di una persona nell’ambito delle prime indagini.
Ma nessuna delle piste conosciute conduce all’identificazione definitiva del responsabile.
Questo è un punto essenziale.
Un sospetto non equivale a una responsabilità. Una persona indagata non è necessariamente colpevole. E una pista investigativa, per quanto suggestiva, rimane un’ipotesi finché non viene sostenuta da elementi probatori sufficienti.
Il caso Cuccuini sembra caratterizzato proprio da questa difficoltà: numerose domande, alcuni elementi apparentemente promettenti, ma nessuna ricostruzione capace di chiudere definitivamente il cerchio.
La persona dai capelli lunghi: l’ultima presenza misteriosa
Fra tutti i particolari della vicenda, uno continua a colpire più degli altri.
Quella figura vista nella libreria intorno alle otto e trenta.
Capelli lunghi. Giubbotto chiaro. Una persona osservata di spalle.
Pochi elementi, insufficienti persino per stabilirne con sicurezza il sesso.
Eppure, se quella figura fosse stata davvero l’assassino, potrebbe rappresentare uno degli ultimi collegamenti visivi tra Gianfranco Cuccuini e chi gli ha tolto la vita.
Non sappiamo se si trattasse di un cliente. Non sappiamo se fosse una persona conosciuta dalla vittima. Non sappiamo neppure se la sua presenza fosse collegata al delitto.
Ma possiamo formulare una considerazione investigativa.
Se l’aggressore fosse entrato nella libreria senza destare sospetti, avrebbe potuto avvicinarsi a Cuccuini prima che questi percepisse il pericolo.
L’assenza di una colluttazione evidente potrebbe essere compatibile con un’aggressione improvvisa.
Non dimostra, però, che l’assassino fosse conosciuto dalla vittima.
Anche uno sconosciuto può sorprendere una persona. E anche una persona conosciuta può provocare una reazione difensiva.
L’interpretazione delle tracce deve rimanere distinta dalle supposizioni. Però se effettivamente l’assassino si siede sulla sedia, una certa conoscenza con la vittima doveva esserci.
Ventisette coltellate. Che cosa racconta la violenza?
Il numero dei colpi è certamente uno degli aspetti più impressionanti.
Ventisette ferite.
Una quantità che, nell’immaginario comune, viene immediatamente associata a odio, rabbia o vendetta.
Ma dal punto di vista criminologico bisogna essere prudenti.
Il numero delle coltellate, da solo, non permette di stabilire il movente.
Un’aggressione caratterizzata da numerosi colpi può essere compatibile con dinamiche differenti: un conflitto personale, un’azione impulsiva, un comportamento disorganizzato o una volontà omicida particolarmente determinata.
Per distinguere queste possibilità sarebbe necessario conoscere dettagliatamente la documentazione medico-legale.
In particolare, sarebbero importanti la profondità delle ferite, la loro direzione, la distribuzione anatomica, la presenza di lesioni difensive e la possibile successione dei colpi.
Senza questi elementi non è corretto attribuire all’assassino una precisa condizione psicologica.
È però possibile evidenziare un contrasto.
Da una parte, una violenza estremamente intensa. Dall’altra, una scena del crimine che non presenta il disordine che ci si potrebbe aspettare. Come se l’assassino fosse abituato a vivere nell’ordine e soprattutto rispettare l’ordine.
Questo contrasto costituisce uno degli aspetti più interessanti del caso.
E potrebbe dipendere dalle modalità concrete dell’aggressione, dalla posizione della vittima o dalla rapidità con cui tutto si è svolto.
Un assassino improvvisato oppure un delitto premeditato?
La brevità dell’intervallo temporale costituisce un altro elemento fondamentale.
Cuccuini viene visto vivo intorno alle otto e trenta. Alle otto e quarantacinque viene scoperto il cadavere.
Quindici minuti.
In questo spazio di tempo qualcuno deve aver aggredito la vittima, provocandone la morte, e deve essersi allontanato.
Una sequenza compatibile tanto con un’azione improvvisa quanto con un’aggressione deliberata.
Non possiamo sapere se l’assassino avesse pianificato il delitto.
La circostanza che Cuccuini non dovesse lavorare quel venerdì rende particolarmente interessante un interrogativo: chi poteva sapere che sarebbe stato presente?
Se l’obiettivo fosse stato proprio il pensionato, bisognerebbe comprendere come l’assassino avesse appreso del cambiamento di programma.
Ma se il bersaglio fosse stato semplicemente chiunque si trovasse nel negozio, quella variazione della routine non avrebbe alcuna importanza per ricostruire il movente.
È una distinzione essenziale.
L’assassino cercava Gianfranco Cuccuini oppure cercava qualcuno da uccidere?
La risposta cambierebbe completamente il significato dell’intera vicenda.
Un delitto che sembra uscito da un romanzo
Carlo Lucarelli dedicò alla vicenda una puntata di Blu Notte, intitolata Gianfranco, un delitto a Firenze.
La trasmissione ricostruiva una storia dall’atmosfera quasi gotica.
Un’antica libreria. Un palazzo ecclesiastico. Una vittima apparentemente senza nemici. Un assassino che compare e scompare senza lasciare un’identità.
Sono elementi che potrebbero appartenere a un racconto di Edgar Allan Poe.
Ma qui non siamo nella letteratura.
Gianfranco Cuccuini era una persona reale. Aveva una famiglia. Aveva una vita. E quella mattina era semplicemente andato a lavorare.
Il fascino narrativo del mistero non deve far dimenticare questa dimensione.
Dietro ogni delitto irrisolto c’è una vittima che non ha potuto raccontare quanto accaduto.
E ci sono persone che hanno dovuto convivere con l’assenza di una risposta.
Le nuove tecnologie potrebbero risolvere il caso?
A distanza di oltre trent’anni, il caso solleva inevitabilmente una questione.
Sarebbe possibile ottenere oggi risultati differenti utilizzando le tecnologie investigative contemporanee?
La risposta dipende soprattutto dall’esistenza e dallo stato di conservazione dei reperti.
Le moderne analisi genetiche possono talvolta individuare profili biologici anche in tracce molto limitate.
Nuove tecniche di analisi delle impronte e dei materiali possono offrire risultati non disponibili negli anni Novanta.
Ma non basta immaginare una tecnologia più avanzata.
Occorre che esistano reperti utili, che siano stati conservati correttamente e che la loro provenienza sia documentata.
Inoltre, non ogni traccia biologica trovata in un negozio frequentato dal pubblico appartiene necessariamente all’assassino.
Una libreria è un ambiente attraversato da numerose persone.
La presenza di DNA o impronte non sarebbe, di per sé, una prova di responsabilità.
Bisognerebbe stabilire dove siano state trovate le tracce, quando possano essere state depositate e quale relazione abbiano con l’aggressione.
Non risultano, dalle fonti pubbliche esaminate, informazioni sufficienti per stabilire quali reperti siano ancora disponibili o se possano essere sottoposti a nuove analisi.
Sarebbe quindi scorretto promettere una soluzione tecnologica a un caso che, almeno pubblicamente, continua a presentare lacune importanti.
Il fantasma di via del Proconsolo
Firenze è una città che conserva la memoria.
La conserva nelle pietre, nelle chiese, nei palazzi, nelle strade percorse da milioni di persone.
Ma non tutte le storie entrano nei libri.
Alcune rimangono confinate nelle cronache dei giornali, nei fascicoli giudiziari, nei ricordi di chi le ha vissute.
La storia di Gianfranco Cuccuini appartiene a questa seconda categoria.
Un uomo di 65 anni. Una libreria religiosa. Una mattina di marzo. Un quarto d’ora. Ventisette coltellate.
E un assassino senza nome.
Forse chi ha ucciso Cuccuini era entrato in quella libreria per una ragione precisa. Forse cercava proprio lui. Forse cercava qualcun altro.
Oppure non cercava nessuno e il pensionato si trovò semplicemente nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.
Non lo sappiamo.
Ed è proprio questa assenza di risposte a rendere la vicenda tanto inquietante.
Perché spesso, nei delitti irrisolti, ciò che spaventa non è soltanto la violenza.
È la sua apparente mancanza di significato.
È l’impossibilità di individuare una ragione, un volto, una storia che permetta almeno di comprendere.
Il 24 marzo 1995 Gianfranco Cuccuini apre la saracinesca di una libreria nel centro di Firenze.
Qualcuno entrò.
Pochi minuti dopo, Gianfranco era morto.
E da allora rimane una domanda sospesa tra gli scaffali di quella vecchia bottega.
Chi ha ucciso Gianfranco Cuccuini?
E soprattutto, perché?


