12 Ottobre 2026
Gasolio amaro per Kiev – Trump compra da Putin e passa dalla porta di servizio
4,8 milioni di tonnellate di gasolio russo per gli Stati Uniti: poche per l’America, moltissime per la Russia. Una licenza che evita il Congresso, una clausola che lega i carichi ai droni ucraini e una nave partita 17 giorni prima della telefonata.

4,8 milioni di tonnellate di gasolio russo per gli Stati Uniti: poche per l’America, moltissime per la Russia. Una licenza che evita il Congresso, una clausola che lega i carichi ai droni ucraini e una nave partita 17 giorni prima della telefonata.
Aree di crisi nel mondo n. 305 del 11-10-2026
di Stefano Orsi
Venerdì sera Donald Trump ha annunciato di aver concluso con Vladimir Putin, al termine di una telefonata «di grande successo», un accordo sul gasolio.
La Russia fornirà subito oltre 300.000 tonnellate al mercato americano e mondiale, 500.000 a novembre e 1 milione subito dopo. Poi, «in base alle condizioni delle loro raffinerie», altri 3 milioni di tonnellate. In tutto 4,8 milioni.
Lo stesso giorno il Tesoro americano ha pubblicato una licenza generale che autorizza vendita, trasporto, scarico e importazione di gasolio russo, anche negli Stati Uniti, fino al 7 aprile 2027. Secondo l’Associated Press, dal febbraio 2022 nessuna deroga sul gasolio russo era andata oltre i 30 giorni.
A Washington i senatori democratici hanno parlato di «tradimento», a Kiev Zelensky di «regalo di compleanno per Putin»; sui social c’è chi ha già dichiarato finite le sanzioni. I numeri, però, raccontano due storie diverse a seconda della sponda dell’Atlantico da cui li si guarda.
Poche per l’America…
Gli Stati Uniti consumano fra 3,7 e 4 milioni di barili di distillati al giorno, circa 15 milioni di tonnellate al mese secondo l’agenzia federale per l’energia (EIA). L’80-85% va al trasporto merci, ai treni, alle navi e alle macchine agricole.
L’intero accordo copre meno di nove giorni di consumi americani, come ha osservato lo storico Francesco Dall’Aglio; all’Italia basterebbe per due mesi e mezzo. La prima tranche, 300.000 tonnellate, vale un cinquantesimo del fabbisogno mensile statunitense. Solo la terza, da 1 milione, arriva a un quindicesimo.
Neil Atkinson, già responsabile dei mercati petroliferi dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), ha parlato di volumi che «non spostano davvero l’ago». Su un consumo mondiale di gasolio di circa 30 milioni di barili al giorno, l’accordo pesa meno dell’1%. Per Mosca l’incasso stimato è di circa 4,5 miliardi di dollari ai prezzi attuali, destinati a scendere proprio per effetto dell’offerta aggiuntiva.
…moltissime per la Russia
Distribuite sui sei mesi della licenza, 4,8 milioni di tonnellate corrispondono a circa 200.000 barili al giorno. Secondo i dati Vortexa citati da Windward, l’export russo di gasolio era di 850.000 barili al giorno nel primo trimestre 2026, di 690.000 nel secondo e di 190.000 nel terzo.
L’accordo con Washington vale dunque tutto il gasolio che oggi la Russia riesce a esportare.
Mosca ha vietato l’export di gasolio a luglio e a fine settembre ha prorogato il divieto fino a fine ottobre. Nel terzo trimestre ha perfino importato benzina e gasolio: una nave carica di gasolio è attraccata a Vysotsk. L’AIE stima un calo della produzione russa di gasolio intorno al 30%; il ministero della Difesa ucraino dichiara fuori uso oltre metà della capacità di raffinazione; Putin ha valutato il danno nell’1% del PIL.
In questo quadro va letto l’annuncio del vicepremier Aleksandr Novak: revoca anticipata delle restrizioni, più forniture fra novembre e dicembre, mercato interno comunque coperto. L’AIE ricorda che la Russia produce di norma il doppio del gasolio che consuma. Clayton Seigle, del Center for Strategic and International Studies di Washington, aggiunge un dettaglio: con l’inverno la Russia passa ai gradi invernali e artici e cede il gasolio estivo che non userebbe sul mercato interno. Atkinson avverte invece che consegnare tutti i volumi senza intaccare i consumi interni non sarà semplice.
Per Mosca, quindi, la posta non è il mercato americano. È la riapertura del proprio export, con l’avallo di Washington.
Perché conta comunque
Che Trump abbia annunciato in prima persona un volume così modesto ha due spiegazioni.
La prima è geografica. Gli Stati Uniti sono il primo esportatore mondiale di gasolio, ma le carenze interne sono quasi sempre regionali. La costa atlantica dipende dagli oleodotti che risalgono dal Golfo del Messico, come il Colonial Pipeline, già al limite della capacità, e dal cabotaggio che il Jones Act riserva alle navi americane. Il risultato è che il Golfo esporta verso l’America Latina e l’Europa, mentre il Nord-Est importa via mare. Una petroliera che scarica direttamente sull’Atlantico conta molto più di quanto dica la media nazionale.
La seconda è il prezzo, che si forma al margine e sulle aspettative. L’annuncio comprime il premio di rischio, e infatti i futures sul gasolio sono scesi subito. Secondo l’American Automobile Association il gasolio costa fra 6,20 e 6,28 dollari al gallone, dopo il record di 6,52 del 22 settembre, più del doppio di un anno prima.
Il 3 novembre si vota per il Congresso. Secondo il Pew Research Center l’economia è il primo tema per l’84% degli elettori registrati, e stati agricoli come Iowa e Kansas sono diventati contendibili. Il post di Trump nomina infatti «i nostri grandi agricoltori, allevatori e autotrasportatori». Più che un rifornimento, è un calmiere psicologico a tre settimane dal voto.
Il gasolio come leva sugli alleati
Un passaggio delle settimane precedenti è rimasto quasi inosservato. A settembre Trump e alcuni parlamentari avevano ventilato restrizioni all’export americano di gasolio. Secondo Al Jazeera, il G7 ha poi concordato il rilascio di 100 milioni di barili di riserve d’emergenza dopo una campagna di pressione americana sull’Unione europea, che comprendeva la minaccia di bloccare le forniture di gasolio statunitense verso l’Europa.
Il primo esportatore mondiale ha dunque usato il gasolio come leva sugli alleati europei, prima di acquistarlo dal Paese che quegli stessi alleati sanzionano.
Una nave partita il 22 settembre
La petroliera Minerva Zen, bandiera greca, costruita nel 2009, ha lasciato San Pietroburgo il 22 settembre, lo stesso giorno del record del gasolio negli Stati Uniti. Secondo gli analisti che ne hanno seguito la rotta era diretta alla costa orientale americana fin dalla partenza, ed è arrivata a meno di 24 ore dall’annuncio.
Nessun armatore invia un carico verso un porto in cui è vietato senza la ragionevole certezza che il divieto cadrà. L’accordo era quindi definito da settimane; la telefonata è servita ad annunciarlo.
Lo conferma, indirettamente, la ricostruzione di Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera. Il 7 ottobre Steve Witkoff lo contatta per far arrivare a Putin gli auguri di compleanno di Trump e chiede che il presidente possa farglieli di persona; la telefonata viene fissata per il 9. Dura novanta minuti, «intensa e, direi, amichevole»: gli auguri, i ringraziamenti russi a Melania Trump per l’impegno nel ricongiungere i bambini separati dalle famiglie, i carburanti, l’Ucraina, l’Iran e perfino il giocatore di hockey Aleksandr Ovechkin.
Alla domanda se Washington abbia concesso qualcosa in cambio del gasolio, Ushakov non ha risposto. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha aggiunto che gran parte della conversazione è stata dedicata all’Ucraina, su iniziativa americana, e che Putin «ha risposto con comprensione ad alcune proposte americane» di de-escalation. Quali, non è stato precisato.
La licenza e il Congresso
È l’aspetto meno discusso dell’accordo.
Il 18 settembre Trump ha firmato il Sanctioning Russia and Iran Act of 2026, noto come legge Graham, approvato dal Senato con 86 voti contro 11 e dalla Camera con 262 contro 159. La legge prevede dazi fino al 500% sui prodotti russi e dazi secondari fino al 100% sui primi cinque importatori di petrolio e gas russi. Trasforma inoltre in legge le sanzioni esistenti, così che la loro revoca formale debba passare dal Congresso.
Come rileva lo studio legale Akin Gump, però, la sezione 114 della stessa legge lascia all’OFAC, l’ufficio del Tesoro che gestisce le sanzioni, il potere di emettere e prorogare licenze generali senza alcuna revisione parlamentare. La licenza del 9 ottobre è passata da lì: il regime resta intatto sulla carta, l’eccezione la decide l’esecutivo.
Resta un secondo nodo, sollevato da alcuni giuristi americani. L’Ending Importation of Russian Oil Act del 2022 vieta per legge l’importazione di prodotti petroliferi russi; il presidente può revocare il divieto solo con una certificazione al Congresso, seguita da 90 giorni in cui il Congresso può opporsi. La licenza non richiama quella procedura. Può un atto amministrativo autorizzare ciò che una legge vieta? Finora nessun tribunale si è pronunciato.
Le critiche non sono venute solo dai democratici. I repubblicani Don Bacon, Michael McCaul e Lisa Murkowski hanno contestato l’accordo richiamando proprio la legge appena firmata. C’è poi l’India, minacciata per mesi di dazi per i suoi acquisti di greggio russo, che ora vede Washington concedersi un’esenzione. Richard Nephew, già responsabile delle sanzioni al Dipartimento di Stato, ha osservato su The Week che un Paese che esenta se stesso perde la capacità di convincere gli altri a rispettare le restrizioni.
Ne risulta un modello preciso: le sanzioni non vengono smantellate, ma diventano un sistema di licenze affidato all’esecutivo, concesse per prodotto, per volume e per durata. È il secondo caso in due mesi, dopo l’accordo petrolifero con Caracas di fine agosto. Anche in quel caso il degrado degli impianti venezuelani, prodotto in buona parte dalle sanzioni americane, era stato usato come argomento per ottenere concessioni.
La clausola delle raffinerie
Nel post di Trump c’è un inciso che, a mio avviso, pesa più di tutto il resto: i 3 milioni di tonnellate della seconda fase, quasi due terzi del totale, dipendono dalle «condizioni delle raffinerie».
Ogni raffineria russa colpita dai droni ucraini diventa così un carico in meno verso la costa atlantica, a tre settimane dal voto. Washington acquisisce un interesse diretto all’integrità degli impianti russi, e la difesa aerea russa finisce per proteggere, di fatto, anche il consumatore americano.
Barak Ravid ha ricostruito il retroscena su Axios. Secondo un funzionario americano, Zelensky aveva ignorato sei richieste di sospendere gli attacchi alle raffinerie; «sta leggendo male la situazione», e «gli attacchi alle raffinerie fanno male alla Russia, ma fanno male anche agli Stati Uniti». Zelensky si era detto pronto a fermarli se la Russia avesse sospeso i colpi sulle centrali ucraine. Trump, riferisce lo stesso funzionario, non considera le due cose equivalenti. Il 10 ottobre lo ha detto apertamente: «Gli abbiamo detto: fai quello che vuoi, ma non colpire il gasolio».
Le conseguenze sul prossimo round negoziale a tre, dedicato alla tregua energetica, sono evidenti. La campagna russa su sottostazioni, linee elettriche e ponti resta intatta e non costa nulla a Mosca nei rapporti con Washington. Quella ucraina sulle raffinerie, la leva più efficace di cui Kiev abbia mai disposto in profondità, ha invece ora un prezzo alla Casa Bianca. Mosca ottiene così una parte di ciò che chiedeva in cambio della tregua, una deroga alle sanzioni, senza doverla firmare; e la ottiene all’inizio dell’inverno, quando la campagna sulla rete elettrica ucraina rende di più.
L’effetto si è visto in 48 ore. Nella notte fra il 9 e il 10, nelle ore della telefonata, i droni ucraini hanno colpito il terminal di Rostov sul Don e, per la terza volta in ottobre, un impianto petrolifero vicino a Samara. La notte successiva il ministero della Difesa russo ha registrato 479 droni abbattuti e nessun obiettivo energetico colpito. È stato colpito invece il centro dati di Yandex a Vladimir, il terzo della stessa società in quattro giorni dopo Sasovo e Kaluga, con oltre 80 servizi cloud interrotti.
Una sola notte non basta a indicare una tendenza, ma la direzione è leggibile: i centri dati diventano la carta di riserva di Kiev, una carta che non incide sul prezzo del gasolio americano.
Miami
Trump ha annunciato l’accordo mentre Witkoff e Jared Kushner erano a Miami con la delegazione ucraina e con diplomatici di Germania, Francia, Regno Unito, Unione europea e NATO. Secondo Axios, otto ore di colloqui su garanzie di sicurezza, nuove proposte territoriali e un pacchetto per il dopoguerra: ricostruzione, riassetto delle forze armate ucraine, deficit di bilancio, percorso verso l’Unione europea, rapporto con la NATO e un quadro di sicurezza fra Europa e Russia.
Durante i colloqui gli inviati hanno informato gli ucraini che Trump avrebbe sentito Putin e tolto le sanzioni sul gasolio. Zelensky lo ha saputo un’ora prima dell’annuncio; la delegazione è ripartita un giorno prima del previsto.
Un funzionario ucraino afferma che gli inviati hanno minacciato di sospendere la condivisione d’intelligence; il funzionario americano lo nega. Il precedente esiste: nel marzo 2025, dopo lo scontro nello Studio Ovale, Washington l’aveva sospesa per alcuni giorni.
La logica dell’operazione la spiega lo stesso funzionario americano: gli accordi energetici dovrebbero far scendere i prezzi e «indurre la Russia a fare concessioni». Witkoff e Kushner valutano un viaggio a Mosca e a Kiev. Zelensky ne dà la lettura opposta: «Se permetti loro di esportare gasolio e pensi di dover andare prima in Russia a negoziare, sembra che tu stia comprando questo incontro».
Se il gasolio era il prezzo d’ingresso, Mosca lo ha incassato senza impegnarsi sul resto. Ushakov ha dichiarato che gli attacchi ucraini su Mosca e su altre città nei giorni delle elezioni per la Duma «hanno vanificato la possibilità di una ripresa immediata del processo negoziale», e che Mosca valuterà quando riprenderlo. Washington ha pagato in anticipo; il calendario lo stabilisce Mosca.
Il «nuovo presidente»
Il 10 ottobre Trump è andato oltre. «Zelensky vuole creare problemi al mondo, ai nostri agricoltori», ha detto, aggiungendo che dovrebbe «tenere elezioni» e che «è ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente».
Il mandato di Zelensky è scaduto nel maggio 2024 e le elezioni sono sospese dalla legge marziale; Kiev sostiene che la Costituzione ne prolunghi i poteri finché questa resta in vigore. Mosca, da allora, contesta la sua legittimità a firmare un accordo.
Con quelle frasi la Casa Bianca non critica più una scelta di Kiev: mette in discussione l’interlocutore. Su questo punto, per la prima volta, Washington e Mosca si trovano sulla stessa posizione.
In pubblico Zelensky ha parlato di «una decisione debole di partner forti» e ha detto che la Russia «ripagherà il gasolio con altro terrore». Ad Axios ha definito l’accordo «l’Alaska numero due» e ha lamentato che i negoziatori ucraini siano stati usati come copertura. Ha però ammesso: «Non è semplice. Abbiamo bisogno degli americani». Ha poi telefonato ai primi ministri di Regno Unito e Norvegia e ai presidenti di Francia e Finlandia; Londra ha promesso sanzioni più severe, che non modificano tuttavia la decisione americana.
L’Iran dietro il gasolio
La carenza che Trump cerca di tamponare nasce dalla guerra con l’Iran, iniziata a febbraio con gli attacchi americani e israeliani. Nel suo post Trump parla di «controllo totale dello stretto di Hormuz». I dati di transito di Kpler indicano un calo del 77% fra l’ultimo trimestre 2025 e il secondo trimestre 2026, da 21,6 a 4,9 milioni di barili al giorno. Si aggiungono l’attacco all’oleodotto saudita Est-Ovest e le azioni degli Houthi verso Bab el-Mandeb; a settembre il gasolio ha toccato prezzi record negli Stati Uniti e in Europa.
Il ragionamento si chiude su se stesso: la scarsità prodotta dalla guerra con l’Iran diventa la ragione per acquistare dal Paese sanzionato. I senatori Chuck Schumer, Jeanne Shaheen ed Elizabeth Warren lo hanno detto a modo loro: il presidente «deve chiudere la sua guerra con l’Iran».
La Russia entra in questa partita con un doppio ruolo: fornisce il prodotto diventato scarso e fa da canale con Teheran. Il giorno prima della telefonata Putin aveva incontrato due volte il presidente iraniano Masoud Pezeshkian in Turkmenistan, a margine del vertice della CSI e di quello del Caspio, con un incontro a tre insieme all’Azerbaigian. Secondo Peskov, al telefono Putin ha illustrato a Trump la visione iraniana di una soluzione, «in coordinamento con il presidente iraniano».
Dall’Aglio esclude che l’accordo preluda a un attacco americano all’Iran, perché i volumi non bastano né a risolvere il mercato né a modificare le posizioni iraniane; su questo concordo. Il punto, per me, è un altro. Mosca si presenta a Washington come interlocutore obbligato su due teatri, l’Ucraina e il Golfo, e li tiene legati fra loro. Il gasolio è il primo risultato di questo legame, e difficilmente sarà l’ultimo.
E l’Europa?
L’Unione europea sedeva al tavolo di Miami e non è stata consultata. Aveva già subito la pressione americana sulle riserve, e ora assiste a un accordo che non ha negoziato.
Né la sua posizione è delle più solide. Secondo i dati dell’organizzazione tedesca Urgewald e di Kpler, fra gennaio e agosto 2026 l’Unione ha speso 7,3 miliardi di euro per il gas liquefatto russo di Yamal, più che in tutto il 2025; i porti europei hanno ricevuto quasi il 90% dell’export di quell’impianto, in attesa del divieto previsto per il 2027. Bruxelles difende il regime delle sanzioni mentre Washington vi apre deroghe, e nel frattempo continua a comprare gas russo.
Che cosa resta
L’accordo non segna la fine del sostegno americano a Kiev né quella delle sanzioni: riguarda solo il gasolio e solo nelle quantità previste, come osserva Dall’Aglio.
La licenza scade però il 7 aprile 2027, e ogni proroga sarà oggetto di trattativa, con Mosca e anche con Kiev, perché la quantità di gasolio consegnabile dipende dalle raffinerie russe e quindi dai droni ucraini. Nel frattempo la campagna russa sulla rete elettrica ucraina entra nell’inverno senza contrappesi negoziali, e Kiev deve scegliere fra l’arma più efficace di cui dispone e l’alleato da cui dipende.
Clausewitz definiva la guerra la continuazione della politica con altri mezzi. In questa vicenda la politica americana ne ha usato uno in più, il gasolio. Il voto del 3 novembre dirà se agli elettori sarà bastato.

