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12 Ottobre 2026

La libertà di informazione e di parola sono un’arma geostrategica

USA ed Europa tra disinformazione, censura e declino dell’informazione

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Di Fulvio Rapanà

Il primo articolo della Costituzione americana recita:  “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscono la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa….”. Per decenni ci siamo sorbiti pistolotti, romanzi, dibattiti in cui si  metteva  l’accento su quanto gli americani difendessero la libertà di opinione,di tutti , cittadini e non, che abitavano quel territorio, quasi fosse un’isola felice rispetto al resto del mondo dove si imponevano censure, vere o presunte,  o  limitazioni  a questa libertà, determinante per le democrazie.  In effetti, in Europa l’affermazione e l’ampiezza di questa libertà e di quelle che ne conseguono sono state sempre un po’ in bilico a causa dei drammatici  governi nazionalisti di destra che si sono succeduti.

 #Disinfo2026

Credo che George Washington non avrebbe mai pensato che proprio gli Stati Uniti sarebbero stati chiamati sul banco degli imputati con l’accusa di  contrastare un’informazione  libera e indipendente e, in termini più moderni, diffondere disinformazione all’interno e all’estero.  È  successo che  la conferenza, intitolata #Disinfo2026, che si è tenuta  a Vilnius, capitale della Lituania, il 6 e 7  di ottobre, includeva una sessione denominata: “Gli Stati Uniti come minaccia FIMI: riconoscere, adattarsi, contrastare” in cui gli USA vengono citati come soggetto colpevole di “manipolazione delle informazioni e ingerenza da parte di attori stranieri, o FIMI”. La cosa ha irritato   l’amministrazione Trump. E anche me.  Il Dipartimento di Stato ha fatto partire, anche a nome mio,  un cablogramma verso diversi paesi partecipanti alla Conferenza  in cui si esprimono le “preoccupazioni” di Washington e consiglia di “valutare” se i “governi presenti nella conferenza concordino con la qualificazione degli Stati Uniti come attore del FIMI” e continua :  “ La conferenza equipara gli Stati Uniti ad avversari come Russia e Cina, il che rappresenta una falsa equivalenza che oscura la “portata” e la natura dell’interferenza russa e cinese nelle nostre democrazie“. L’assurdo , e non potrebbe essere diverso con Trump& Co., è che la richiesta di non partecipare e non concordare con la conferenza fa da contrasto  con la campagna di pressione che l’amministrazione Trump, ma anche con Biden, porta avanti da anni contro l’Europa, che per gli USA, non permette una libera circolazione delle idee. Il nocciolo della questione è che l’Europa,  effettivamente  molto  conformista nell’informazione, deve lasciare libertà alla  comunicazione se va a beneficio degli USA e censurare ciò  che è contrario. 

Le libertà di parola e di opinione sono state militarizzate dalle destre

La situazione è molto più complicata di una semplice questione se  e in che dimensione si  utilizza  la disinformazione,  e in questo gli Stati Uniti sono molto avanti rispetto all’Europa, piuttosto sull’evidenza che l’Europa ha organicamente, militarmente  inglobato la disinformazione nella politica interna e negli affari esteri con obiettivi e strumenti diversi. Queste libertà diventano un’arma quando si tratta di convincere l’opinione pubblica che le guerre sono giuste, che fornire le armi e denaro ad uno dei belligeranti è nel nostro interesse, che il prezzo dei carburanti è colpa dei nostri nemici, che il riarmo è necessario per proteggere i nostri beni e le persone  da nemici che ci stanno per attaccare. Per portare avanti queste operazioni è necessario: uno, controllare l’informazione; due, far girare e supportare come giusta e veritiera la disinformazione; tre, spegnere o ridurre chi si oppone, chi replica, chi afferma un’opinione  diversa.  In Europa , compresa l’Italia, si stanno gradualmente spegnendo i media e i giornali indipendenti o i giornalisti e opinionisti, che affermano posizioni non conformiste, per esempio sulla guerra in Ucraina.  La RAI è stata completamente occupata,  i giornali e i giornalisti dei media e della carta stampata sono intimoriti e minacciati con  cause civili di risarcimento,  o, come si sta indagando proprio in questi giorni, le scelte delle redazioni  vengono indirizzate attraverso la pubblicità. Gran parte dell’informazione televisiva e cartacea è in mani affidabili e sicure di indirizzo politico .  Ma quello che stupisce è il conformismo spontaneo , o così sembrerebbe, nel seguire una certa linea editoriale. Questa deformazione dell’informazione, partita alla grande con Berlusconi, dopo l’invasione russa  è diventata praticamente totalizzante. Basta guardare, per chi ancora lo fa, i confronti giornalistici nei talk show  in cui il confronto, che dovrebbe essere sui fatti, più che sulle valutazioni delle opinioni, in cui è fondamentale il rispetto anche delle opinioni contrarie, si trasforma in uno scontro al limite della rissa. È un’informazione  che disinforma con l’obiettivo di difendere  le decisioni dei governi invece di contestarle.  È un chiaro sintomo dei forti limiti che queste nuove destre stanno imponendo alle democrazie liberali, che accettano solo in parte,  perché non hanno partecipato alla scrittura delle Costituzioni dopo la guerra. L’Italia in questo senso è un laboratorio politico e dell’informazione all’avanguardia dove il Governo, oltre al controllo delle due maggiori  testate televisive e culturali come RAI e Mediaset, detiene  gran parte dei giornali cartacei e online attraverso gruppi privati di destra. Se la televisione di Stato è sempre e ovunque tendenzialmente “governativa” , il resto dell’informazione dovrebbe essere libera  di contrastare, smentire, contestare il potere per dare ai cittadini una visione e una conoscenza più ampie della realtà e delle questioni che ci condizionano quotidianamente.

Imperialismo e guerra in Ucraina

Negli ultimi anni due questioni si sono impadronite dell’informazione aumentando il livello di censura e conformismo:  l’imperialismo americano in declino e la guerra in Ucraina.  L’indirizzo politico dominante è quello di partecipare, supportare gli Stati Uniti nel loro sforzo di riaffermare  l’imperialismo dell’Occidente  isolando o spegnendo le voci che rappresentano opinioni e valutazioni diverse. Anche quando, al geriatrico e poco lucido Biden,  si è presentato un demolitore come Trump che ha in tutti i modi espresso disprezzo e disinteresse per l’Europa,   l’informazione di regime ha continuato a sostenere un americanismo che non c’è più. Bisogna continuare ad essere filo-americani senza discutere e senza esitazioni anche se non sappiamo più bene cosa significhi essere filo-americani. Su questo non vi è un dibattito. Si continua ad affermare un filo-americanismo senza l’America, soprattutto perché non vi sono alternative valide a portata di mano. La stessa cosa succede per l’Ucraina. Non importa cosa pensano gli ucraini o le opinioni pubbliche europee e nazionali, e non interessa nemmeno che una guerra voluta soprattutto dagli americani ora continui senza gli americani. Devi essere filo-ucraino e  contrastare qualsiasi ipotesi di soluzione diplomatica perché stai tradendo il popolo ucraino, e tutti i soldati, che volente o nolente sono al fronte o  sottoterra, che continuano a combattere per la loro e per la nostra democrazia. Devi essere  filo-ucraino e chiedere che tutto l’Occidente espella i milioni di giovani che sono emigrati per non andare a combattere con le motivazioni più varie.  Devi essere  filo-ucraino ed esultare per il bombardamento di Mosca anche se questo ha prodotto una ritorsione drammatica sulla popolazione ucraina. Non parlare mai delle ragioni dei russi del Donbass e dei 16000 morti patiti da questi fra il 2014 e il 2022. Il diritto alla determinazione dei popoli non si concede ai cittadini del Donbass  la cui volontà deve soccombere  rispetto alla difesa dell’indipendenza, della sovranità  territoriale e giuridica dell’Ucraina. Se lo fai, sei putiniano, odi l’Occidente e l’imperialismo che ci hanno permesso il benessere per 2 secoli. Roger Koppler la definisce “la malattia del moralismo”. Si trasforma ogni questione in una crociata morale da ultima spiaggia,  tutto è sostituito o piegato a una morale che definirei teologica. Succede la medesima cosa  anche negli USA, dove giorno dopo giorno,  una minoranza  politica sta riducendo gli spazi di libertà d’opinione di milioni di cittadini, università, studi legali, emittenti televisive e giornali, dipendenti e dirigenti  degli uffici federali ,  perché non aderiscono festosi  al nuovo cursus trumpiano. Se critichi il razzismo strisciante, se critichi gli oligarchi e pensi che fargli pagare le tasse sia cosa giusta, se ritieni che il diritto conti più della forza o del potere, allora corri il pericolo di essere licenziato o privato dei tuoi  diritti  perché sei un traditore.   Amitav Acharya, professore di Relazioni Internazionali all’American University di Washington, in un’intervista al Fatto Quotidiano afferma che “l’alleanza storica tra i Paesi europei e gli Stati Uniti si è progressivamente trasformata in una dipendenza strutturale, la crisi del multilateralismo e il declino della leadership americana non indicano la fine dell’ordine mondiale in sé, quanto piuttosto il superamento dell’architettura globale costruita dopo il 1945. Il presente è già un “multiplex”,  un contesto in cui coesistono diverse storie, culture e centri di potere regionali, dal Global South all’America Latina, dall’Africa al Medio Oriente,  che cooperano su dossier specifici. Prima lo capiamo meglio sarà”. Anche questo signore è in pericolo!!.