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12 Ottobre 2026

Delitto di Garlasco: i dati grezzi sui pedali della bici di Stasi, il “mistero” del DNA?

Caso Garlasco: cosa svelano i dati grezzi sul DNA nei pedali di Stasi.

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Ci sono reperti che, in un’indagine giudiziaria, finiscono per diventare molto più di semplici oggetti. Entrano nella narrazione del delitto, vengono citati nelle sentenze, diventano elementi simbolici dell’accusa o della difesa.

Nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, uno di questi reperti è la bicicletta di Alberto Stasi.

E, più precisamente, i suoi pedali.

È proprio su quei pedali che nel settembre 2007 i carabinieri del RIS di Parma individuarono un profilo genetico attribuito alla vittima. Un risultato che negli anni è stato utilizzato nell’ambito della ricostruzione giudiziaria del caso.

Ma oggi, alla luce dei dati grezzi delle analisi di laboratorio, emerge un elemento che impone di rileggere quella vicenda con maggiore attenzione: dopo il risultato positivo del 19 settembre, il 20 settembre furono effettuate due ulteriori corse elettroforetiche sul medesimo campione, entrambe senza ottenere un profilo genetico utile.

Non è una questione che possa essere risolta con una semplice alternativa tra «DNA presente» e «DNA assente».

Per comprenderne il significato bisogna “entrare” nel laboratorio. Lasciando fuori le logiche da tifoseria che stanno condizionando l’analisi mediatica di questa tragica vicenda.

Il campione dei pedali

Il 10 settembre 2007 la bicicletta viene sottoposta agli accertamenti del RIS di Parma.

Vengono effettuati anche test finalizzati alla ricerca di eventuali tracce ematiche. I risultati riportati per luminol e Combur test sono negativi.

L’11 settembre vengono effettuati prelievi dalle superfici dei due pedali. I materiali vengono successivamente riuniti nel campione denominato «bu_p».

Il campione presenta inizialmente problematiche legate alla presenza di sostanze inibitrici, cioè sostanze capaci di interferire con le procedure necessarie per l’analisi del DNA.

Si procede quindi con ulteriori trattamenti di purificazione.

Ed è a questo punto che la sequenza analitica diventa particolarmente interessante.

19 settembre: il profilo attribuito a Chiara Poggi

Il 19 settembre 2007 il laboratorio ottiene dal campione un profilo genetico che viene attribuito a Chiara Poggi.

La documentazione dell’epoca riporta per il campione una concentrazione di circa 2,78 ng/µl di DNA umano femminile.

Il risultato viene interpretato come compatibile con il profilo genetico della vittima.

È importante, però, precisare cosa significhi realmente un risultato di questo tipo.

Un laboratorio di genetica forense non osserva direttamente «la persona» attraverso il DNA.

Analizza una serie di marcatori genetici e costruisce un profilo. Quel profilo viene quindi confrontato con un campione di riferimento.

Quando la corrispondenza è statisticamente estremamente forte, l’attribuzione può raggiungere livelli di significatività molto elevati.

Ma rimane una distinzione fondamentale:

identificare il profilo genetico non significa identificare automaticamente la modalità con cui quel materiale biologico è arrivato sul reperto.

Il DNA non racconta da solo la sua storia

È questo il punto centrale dell’intera vicenda.

Se sul pedale di una bicicletta viene trovato DNA riconducibile a una determinata persona, il dato può essere molto importante.

Ma, da solo, non stabilisce:

quando il DNA è stato depositato;

come è stato depositato;

se il deposito è diretto o indiretto;

quale materiale biologico lo conteneva;

se la traccia è collegata al delitto;

chi abbia determinato l’eventuale trasferimento.

Per esempio, il DNA può essere trasferito direttamente da una persona a una superficie oppure arrivare attraverso un trasferimento secondario.

Sono questioni che appartengono all’interpretazione della traccia e non alla semplice lettura del profilo genetico.

Nel caso dei pedali, quindi, occorre distinguere due domande:

«Il profilo genetico è compatibile con Chiara Poggi?»

e

«Perché il DNA di Chiara Poggi si trovava su quel pedale?»

La prima è prevalentemente una questione genetica.

La seconda è una questione investigativa e ricostruttiva.

20 settembre: le due analisi negative

Il giorno successivo accade qualcosa che, almeno apparentemente, contrasta con il risultato ottenuto il 19 settembre.

Sul campione bu_p vengono effettuate ulteriori corse elettroforetiche.

I dati grezzi oggi disponibili mostrano due risultati successivi nei quali non viene ottenuto un profilo genetico utile riconducibile a Chiara Poggi.

È questo il punto che ha riacceso il dibattito.

Ma bisogna evitare una semplificazione molto comune:

un risultato negativo non equivale necessariamente all’assenza assoluta di DNA.

In genetica forense «negativo» può significare che, in quella specifica procedura analitica, non è stato possibile ottenere un profilo interpretabile.

La differenza è sostanziale.

Perché un’analisi del DNA può fallire?

Il DNA presente in una traccia biologica non è necessariamente una sostanza uniforme e facilmente analizzabile.

Può essere:

presente in quantità molto ridotta;

degradato;

distribuito in modo non omogeneo;

associato a sostanze inibitrici;

parzialmente perso durante le procedure di estrazione e purificazione;

insufficiente per produrre un profilo interpretabile;

presente in una miscela complessa di più contributori.

Anche la fase di amplificazione mediante PCR e quella successiva di elettroforesi possono produrre risultati differenti quando si lavora con quantità limitate o problematiche di DNA.

Questo significa che un risultato negativo successivo non dimostra automaticamente che il precedente risultato positivo fosse falso.

Ma significa anche che la discordanza deve essere spiegata.

Ed è proprio questa la questione scientifica centrale.

Il problema della riproducibilità

Immaginiamo un laboratorio che analizzi lo stesso campione due volte.

La prima volta ottiene un risultato interpretabile.

La seconda volta non ottiene nulla.

La seconda analisi non cancella automaticamente la prima.

Ma introduce un problema di riproducibilità.

Nel caso dei pedali, la questione è ancora più delicata perché le due analisi negative arrivano immediatamente dopo il risultato positivo del 19 settembre.

La domanda scientificamente corretta non è dunque:

«Quale dei due risultati dobbiamo scegliere?»

La domanda è:

«Per quale ragione lo stesso campione ha prodotto questi risultati differenti?»

Per rispondere occorre ricostruire l’intera catena analitica.

Dalla traccia al profilo: una catena di passaggi

Ogni risultato genetico è il prodotto di una sequenza.

Si parte dal reperto.

Poi arriva il prelievo.

Segue l’estrazione del DNA.

Eventualmente si procede con una purificazione.

Il materiale viene quantificato.

Il DNA viene amplificato.

I prodotti dell’amplificazione vengono sottoposti a elettroforesi capillare.

Infine i dati vengono interpretati.

Un’anomalia o una perdita di materiale in uno qualsiasi di questi passaggi può influire sul risultato finale.

Per questo i dati grezzi sono importanti.

Non sostituiscono la perizia.

Ma consentono di controllare come si è arrivati alla perizia.

Che cosa possono dimostrare i due risultati negativi?

Possono dimostrare una cosa precisa:

nelle due successive corse analitiche non è stato ottenuto un profilo genetico utile dal campione esaminato.

Questo è un dato che deve essere preso in considerazione nella valutazione complessiva della prova.

Può inoltre sollevare interrogativi sulla riproducibilità del risultato precedente e sulla storia analitica del campione.

Non consente però, da solo, di affermare che il profilo del 19 settembre fosse falso.

Per arrivare a una conclusione simile occorrerebbe stabilire, con ulteriori verifiche, che cosa abbia prodotto il primo risultato e perché le analisi successive non lo abbiano riprodotto.

E che cosa NON possono dimostrare?

I due risultati negativi, considerati isolatamente, non dimostrano:

che Alberto Stasi non abbia commesso il delitto.

Non dimostrano:

che il DNA di Chiara Poggi non sia mai stato sui pedali.

Non dimostrano:

che il risultato positivo del 19 settembre sia stato falsificato.

Non dimostrano:

che vi sia stato uno scambio di campioni.

E non dimostrano:

che qualcuno abbia manipolato deliberatamente le analisi.

Sono ipotesi che richiederebbero altri elementi.

Il DNA era sangue?

Anche su questo punto occorre evitare una sovrapposizione frequente.

DNA e sangue non sono sinonimi.

Il fatto che venga identificato DNA riconducibile a una persona non dimostra automaticamente che quel DNA provenga dal suo sangue.

Nel caso della bicicletta, i test effettuati per la ricerca di tracce ematiche hanno prodotto risultati che devono essere distinti dalle successive analisi genetiche.

La domanda:

«C’è DNA di Chiara?»

è diversa dalla domanda:

«Quel DNA proviene da sangue di Chiara?»

E ancora diversa è la domanda:

«Quel sangue è stato depositato sui pedali durante l’omicidio?»

Tre domande.

Tre livelli di prova.

Non una sola.

Il numero 2,78 e il problema delle coincidenze

Un altro elemento entrato recentemente nel dibattito riguarda la concentrazione di DNA indicata per il campione dei pedali: circa 2,78 ng/µl.

Un valore numericamente analogo è stato associato anche ad altri campioni esaminati nell’ambito dell’indagine.

La coincidenza numerica può certamente meritare una verifica.

Ma non può essere trasformata automaticamente nella prova di uno scambio di campioni.

Per stabilire un eventuale errore di identificazione o contaminazione servirebbe una ricostruzione documentale e laboratoristica completa: identificazione dei campioni, tracciabilità, registri, procedure, controlli, tempi e dati strumentali.

Un numero uguale non è, da solo, la prova di un campione scambiato.

Il vero valore dei raw data

È qui che i dati grezzi assumono un’importanza particolare.

Per anni il pubblico ha conosciuto soprattutto il risultato finale della perizia.

Ma un’analisi scientifica non nasce dal risultato finale.

Prima del risultato ci sono decine di passaggi tecnici.

I raw data permettono, almeno in parte, di tornare indietro.

Di vedere le singole corse.

Di verificare quali profili siano comparsi.

Di capire quali risultati siano stati interpretabili e quali no.

Di ricostruire la sequenza temporale.

E, soprattutto, di capire se una determinata conclusione sia sostenuta dall’intero percorso analitico oppure soltanto da uno dei suoi passaggi.

La questione giudiziaria è diversa da quella scientifica

Qui è necessario introdurre un’ulteriore distinzione.

Una prova scientifica può essere tecnicamente valida senza essere necessariamente decisiva sul piano giudiziario.

Il giudice deve infatti valutare la prova all’interno dell’intero quadro probatorio.

Nel caso dei pedali, dunque, anche qualora il profilo genetico di Chiara Poggi fosse considerato autentico e correttamente attribuito, resterebbe da stabilire quale significato abbia quella presenza nel contesto dell’intera vicenda.

Allo stesso modo, la scoperta di due successive analisi negative non determina automaticamente l’innocenza dell’imputato.

Può però incidere sulla valutazione della robustezza e della riproducibilità di quella specifica evidenza genetica.

È una differenza fondamentale.

La domanda che resta sul tavolo

Il punto più interessante, oggi, non è dunque stabilire se il 19 settembre «avesse ragione» il laboratorio e il 20 settembre «avesse torto».

La questione è più complessa.

Bisogna ricostruire la storia del campione bu_p.

Dal momento del prelievo dai pedali fino alle ultime analisi.

Bisogna sapere quali quantità di materiale furono utilizzate.

Quali procedure furono applicate.

Quali risultati furono ottenuti.

Quali controlli furono effettuati.

Quali dati furono conservati.

Quali furono riportati nelle relazioni.

E quali, invece, rimasero nei dati grezzi.

Solo dopo aver ricostruito questa catena sarà possibile attribuire alle due corse negative il loro reale peso scientifico.

La lezione dei pedali

La vicenda dei pedali della bicicletta di Stasi contiene una lezione che va oltre il caso Garlasco.

Una prova genetica non è una fotografia istantanea.

È una catena di evidenze.

Prelievo.

Conservazione.

Estrazione.

Purificazione.

Quantificazione.

Amplificazione.

Elettroforesi.

Interpretazione.

Confronto.

Ogni anello deve essere documentato e verificabile.

Un risultato positivo seguito da due risultati negativi non significa automaticamente che il primo sia falso.

Ma significa che esiste una discordanza che deve essere spiegata.

E, soprattutto, significa che non è scientificamente corretto trasformare il risultato positivo in una certezza assoluta ignorando le successive analisi.

Allo stesso modo, non è corretto trasformare le due analisi negative nella prova che quel DNA non sia mai stato presente.

La verità scientifica, in casi come questo, non si trova scegliendo il risultato più conveniente.

Si trova ricostruendo tutta la sequenza dei dati. Ricordano poi che i processi devono svolgersi in Trubunale.

Sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi quella sequenza, a quasi vent’anni di distanza, continua a rappresentare uno dei capitoli più controversi e tecnicamente complessi dell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi.