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04 Ottobre 2026

Fuoco assassino al Prenestino

Due tragici incendi dolosi sconvolgono il quartiere Prenestino a Roma

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Il titolo non è molto originale, è da ammettere, ma descrive perfettamente due tragiche vicende accadute a Roma nel quartiere Prenestino.

23 marzo 1987, via Roberto Sanseverino 2, settimo piano, quartiere Prenestino, Roma. Dante Portolani, vigile urbano in servizio presso l’Ufficio Speciale Case del Campidoglio, dorme tranquillamente con la sua famiglia: sua moglie Rossana Bernard e i figli Mara e Riccardo. Quella notte hanno un’ospite: Daniela Bernard, sorella di Rossana. Sono al sicuro nella loro casa.

Cosa potrà mai accadere? Qualcosa di orrendo.

Qualcuno entra nel palazzo. Sale al settimo piano con dei contenitori. Raggiunge l’appartamento di Dante Portolani. Versa copiosamente liquido infiammabile, a cui dà fuoco, e fugge. Si può credere o meno all’inferno, ma quello che accade nell’appartamento del Portolani è più che infernale.

Le fiamme divampano con violenza, sorprendendo tutti nel sonno. Daniela e Rossana, che dormivano insieme, vengono gravemente ustionate. Daniela riesce a fuggire, ma il suo corpo è carbonizzato. I due bambini si rifugiano sul balcone. Dante Portolani riesce ad uscire dall’appartamento da una finestra e, con un salto, raggiunge il pianerottolo passando per un’altra finestra. Cerca di rientrare nell’appartamento per salvare i suoi cari: nel farlo si brucerà braccia e mani.

I vicini intervengono immediatamente. Con una catena umana e secchi d’acqua cercano di spegnere l’incendio dopo aver chiamato Vigili del Fuoco e Polizia. Clara Casella, che abita al quinto piano, con il capo protetto da un panno e un secchio d’acqua decide di entrare nell’appartamento in fiamme. Riesce a salvare i due bambini che stavano per gettarsi dal balcone in cerca di salvezza.

Arrivano i soccorsi. Daniela e Rossana sono in gravissime condizioni, disperate. Non è un giorno di miracoli per loro: moriranno al Sant’Eugenio.

Le indagini puntano sul lavoro di Dante Portolani. Si occupava di verificare la sussistenza dei requisiti per l’assegnazione degli alloggi di edilizia popolare. Un incarico delicato. Portolani era scrupoloso e onesto: facile farsi nemici.

Le indagini non portano a nulla. Tra le altre domande resta la principale: come ha fatto l’assassino ad entrare nello stabile di via Roberto Sanseverino 2?

Di Dante Portolani si tornerà a parlare nel settembre 1990, quando viene trasferito d’imperio. Si occupava di abusi edilizi e lo faceva, come sempre, in modo onesto. In sua difesa i suoi colleghi vigili urbani proclameranno uno sciopero.

Passano gli anni. Tanti.

28 marzo 2000, via Guglielmo degli Ubertini 56, terzo piano, quartiere Prenestino. Gustavo Benvenuti, falegname, dorme. Con lui sua moglie Rosanna e la suocera Lelia. Da qualche giorno c’è anche il figlio Fabrizio, ingegnere della STA (società che si occupa di piani per il traffico e la mobilità per il Comune di Roma), che vive con loro avendo il suo appartamento in ristrutturazione.

Anche loro dormono tranquilli. Anche loro vivranno l’inferno.

Facciamo però un passo indietro: alle 18:30 una mano ignota rompe con un sasso la vetrata del portone d’ingresso, proprio all’altezza del meccanismo di apertura. Qualche ora dopo, in piena notte, è così che l’ignoto entrerà nel palazzo. O forse questo vuol far credere. Sicuramente mostra una certa maestria nell’usare il sasso.

Credit foto archivio “L’Unità”

Raggiunge il terzo piano. Si ferma davanti all’appartamento dei Benvenuti, contrassegnato da una targa. Il sadico porta con sé contenitori di liquido infiammabile e una miccia costruita con della garza. Versa il liquido infiammabile e poi innesca la miccia.

Credit foto archivio “L’Unità”

Fiamme e fumo invadono l’appartamento. Le due donne muoiono subito.

I vicini di casa intervengono e sistemano dei materassi sotto la finestra dell’appartamento. Gustavo Benvenuti e suo figlio cercano la salvezza lanciandosi dalla finestra. Gustavo muore per l’impatto a terra; suo figlio è gravemente ferito, ma si salva.

Nel gennaio 2000 in via Renzo da Ceri, a poca distanza dall’appartamento dei Benvenuti, c’era stato il tentativo di incendiare l’abitazione di un agente della Polizia Locale di Roma. Anche l’appartamento del Portolani è a poca distanza.

Credit foto archivio “L’Unità”

Sono collegati?

Ci sono state indagini e indagati, ma nulla è stato accertato. Sono stati opera della stessa mano? Certo, il modus operandi è simile. Sicuramente c’era una certa conoscenza dei luoghi.

Nel caso Portolani il movente può essere lavorativo; più difficile da individuare nel caso Benvenuti. Bisogna però considerare che chi decide di mettere in conto la possibilità di sterminare con il fuoco una famiglia è guidato da un profondo odio. Con una personalità forse disturbata e portata ad ingigantire una vicenda dell’ordinaria quotidianità. Soggetti preda di violenti scatti d’ira che possono essere rimasti nella memoria di testimoni.

Nella strage della famiglia Benvenuti viene usata una miccia di garza per evitare il ritorno di fiamma. Il soggetto aveva forse, in precedenti attività delittuose, sperimentato danni da ritorno di fiamma? Forse i referti dei pronto soccorso relativi a soggetti con precedenti simili potrebbero dare delle interessanti risposte.

Per ora restano domande. Resta l’orrore creato dalla follia.

L’inferno non è nelle viscere della terra, ma nell’animo delle persone.