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28 Settembre 2026

Xi a Washington, il controllo riflessivo sul fronte, l’annientamento all’ONU

Un vertice che compra tempo, una dottrina sovietica alla prova del fronte ucraino, tre discorsi a New York che parlano tre lingue diverse

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Di Stefano Orsi

Aree di crisi nel mondo n. 303 del 27-9-26

Washington, il vertice dello stallo

Donald Trump è andato ad aspettare Xi Jinping sulla pista della base di Andrews, la sera del 23 settembre. Le cronache americane fanno risalire l’ultimo precedente al 1962, quando Kennedy accolse così il primo ministro britannico Harold Macmillan. Poi 21 colpi di cannone, un tappeto rosso di 30 metri, il sorvolo di due bombardieri B-1. Alla cena di Stato lo spumante veniva dalla stessa vigna californiana del brindisi fra Nixon e Zhou Enlai del 1972. Trump ha evocato il trattato di Burlingame del 1868, il primo accordo relativamente paritario fra Washington e una Cina sotto pressione coloniale. Xi ha risposto con la guerra comune contro il Giappone e la diplomazia del ping-pong. L’ultimo giorno, gli Archivi nazionali, dove sono custoditi i trattati ottocenteschi fra i due paesi.

Era la prima visita di Xi alla Casa Bianca dal 2015 e il terzo incontro fra i due dal ritorno di Trump: prima Busan, nell’ottobre 2025, poi la visita di Stato di Trump a Pechino, a maggio, dove fu concordata la formula della «relazione costruttiva di stabilità strategica».

Cosa è stato firmato

Il cerimoniale ha coperto poca sostanza. Il risultato principale era stato fissato la mattina prima dell’arrivo, in un incontro non programmato fra il vicepremier He Lifeng e il segretario al Tesoro Scott Bessent nella sede della Banca mondiale: la tregua commerciale di Busan, in scadenza a ottobre, prorogata fino al 10 gennaio 2027. Due mesi, contro i sei attesi da parte della stampa americana. Bessent ha spiegato la durata: Pechino rispetta l’impegno sui 25 milioni di tonnellate di soia, ma è in ritardo sui 17 miliardi di dollari di altri prodotti agricoli, e le terre rare arrivano tardi.

Il resto è arrivato il 26, con un documento della Casa Bianca. Un accordo tariffario da 30 miliardi di dollari: Washington riduce i dazi su piccoli elettrodomestici, giocattoli, decorazioni natalizie e seggiolini per bambini; Pechino su prodotti agricoli, pesce, legname, cosmetici e dispositivi medici. La Cina importerà 10 milioni di tonnellate di carbone americano nel 2027 e altrettante nel 2028. Sulle terre rare, una frase senza cifre: le due parti lavorano perché le spedizioni «tornino a livelli appropriati». Sull’intelligenza artificiale nasce un «dialogo sulla superintelligenza», con un canale dedicato agli incidenti e una prima riunione entro novembre. Poi acquisti di Boeing, cooperazione contro il narcotraffico, contatti militari regolari, 100.000 giovani americani invitati in Cina in cinque anni. Nessuna conferenza stampa congiunta, nessun comunicato comune: ciascuno ha diffuso il proprio resoconto per il proprio pubblico.

La stampa americana ha letto lo stesso copione. Bloomberg: «tanta pompa, poca sostanza». Il Washington Post: «parole calde, nessuna svolta chiara». A Washington l’incontro è già lo «stalemate summit», il vertice dello stallo.

Trump: il prezzo simbolico della calma

Il comportamento dei due leader dice più dei documenti. Trump arrivava al vertice con quattro urgenze. Le elezioni di medio termine del 3 novembre. Il gasolio, salito di oltre l’80% dall’inizio dell’anno, con prezzi record negli Stati in bilico. Il rendimento del decennale americano, arrivato il 23 settembre al 5,13%, il livello più alto dal 2007. Una guerra con l’Iran che consuma scorte di missili e intercettori. Un presidente in queste condizioni ha bisogno di calma sui mercati e con Pechino. L’accoglienza fuori scala è il prezzo simbolico pagato per ottenerla, e l’accordo sui dazi porta sugli scaffali americani giocattoli e decorazioni natalizie meno cari a sei settimane dal voto.

A Tokyo il messaggio è arrivato. La premier Sanae Takaichi, atterrata a New York due giorni prima, è scesa su una pista quasi deserta, senza un alto funzionario americano ad attenderla. L’ex ministro giapponese Kazuhiro Haraguchi ha definito il contrasto «netto».

Anche Taiwan, per Trump, è materia di scambio. Dopo il pacchetto da 11 miliardi di dollari approvato nel dicembre 2025, un secondo da 14 miliardi resta fermo, e Trump lo ha chiamato «un’ottima fiche negoziale». Secondo indiscrezioni della stampa americana, potrebbe restare fermo fino a fine anno. Nel resoconto cinese Xi gli ha chiesto di opporsi all’«indipendenza di Taiwan» e di trattare la questione «con prudenza». La Casa Bianca non ha diffuso una propria versione di quel passaggio. All’ONU, due giorni prima, Trump aveva detto che durante la guerra con l’Iran Xi «si è comportato ragionevolmente bene». È la lingua di chi misura i rapporti fra potenze sul comportamento del momento.

La critica più dura è arrivata dal suo partito. Il senatore repubblicano Thom Tillis ha definito l’accoglienza «un momento WTF» e si è detto preoccupato per «la tendenza a passare più tempo con i despoti e meno con i leader democratici». La senatrice democratica Elissa Slotkin, ex analista della CIA, lo accusa di essere «caduto ai piedi» di Xi.

Xi: concedere la forma, trattenere la sostanza

Xi ha fatto il contrario. Nessuna delegazione di imprenditori cinesi, nonostante le indiscrezioni della vigilia: la carota degli investimenti è rimasta a Pechino. Sull’Iran nessuna risposta alle richieste americane. Xi ha sostenuto il ritorno all’accordo provvisorio fra Washington e Teheran saltato a giugno, e Pechino punta alla rimozione delle sanzioni sulle società cinesi che comprano petrolio iraniano. Le terre rare restano la leva, dosata sui tempi di consegna. L’ordine preliminare per 200 Boeing, concordato a maggio e ancora sulla carta, resta l’altra.

Sul piano delle idee Xi ha portato la «stabilità strategica costruttiva», che «non è una misura di convenienza» e «non si costruisce dall’oggi al domani», e la trappola di Tucidide: il rischio che la paura della potenza dominante davanti all’ascesa di una nuova potenza porti alla guerra. Per Xi la trappola si evita fissando come linea rossa il non conflitto e il non confronto. Il commento della Xinhua ha tradotto la formula in quattro termini: «cooperazione come asse portante, competizione moderata, divergenze gestibili, promesse di pace». Trump non ha usato la formula, ma ha risposto sullo stesso orizzonte: decisioni che possono garantire «pace e prosperità per decenni e decenni». Nel resoconto cinese li chiama «buoni amici» e chiede di continuare il dialogo commerciale per «un accordo ancora migliore».

La cena ha mostrato da dove viene la pressione americana verso l’apertura. Accanto a Xi sedevano Jensen Huang di Nvidia, Lisa Su di AMD, Tim Cook di Apple ed Elon Musk. Dei 39 imprenditori invitati, 15 venivano dalla tecnologia. Huang ha ricordato che le restrizioni americane hanno escluso Nvidia dal mercato cinese dei processori per l’intelligenza artificiale, circa 50 miliardi di dollari. Il capitale americano chiede a Washington di riaprire la Cina. Pechino ascolta e aspetta.

Il bilancio, letto da tre capitali

Il bilancio pende da una parte. La Cina ha ottenuto un’accoglienza superiore a quella riservata agli alleati, il rinvio delle armi a Taiwan, nessuna concessione sull’Iran, e un accordo sui dazi senza impegni vincolanti sulle terre rare. Gli Stati Uniti hanno ottenuto due mesi di tregua, carbone venduto e qualche acquisto.

A Pechino la lettura è la parità. Wang Wen, della Renmin University, parla di una «nuova fase di competizione e cooperazione fra pari». Gao Zhikai, del Center for China and Globalization, rovescia Tucidide in una «pace inevitabile», fondata sulla deterrenza nucleare e sulla forza economica cinese, purché Washington riconosca la parità.

A Mosca la lettura è la stessa, con un accento diverso. Su RIA Novosti Dmitrij Kosyrev scrive che l’Occidente ha guardato il tappeto rosso e perso il punto: la posta non è l’amicizia ma la prevedibilità, in un mondo con «molti centri di potere ma poche regole». Svobodnaja Pressa parla di «trionfo strategico della Cina a Washington». Il Cremlino misura le parole. Peskov ha definito i contatti fra le due maggiori economie «estremamente importanti», perché le loro intese pesano anche sull’economia russa. Ha detto che Mosca «osserva» la tregua commerciale. E ha indicato la prossima scena: all’APEC di Shenzhen, il 18 e 19 novembre, Putin, Xi e Trump potranno incontrarsi, e se sarà un incontro a tre o una serie di bilaterali «è difficile dirlo». Poi il G20 di Miami, a dicembre. Secondo la TASS, Rubio avrebbe annunciato a Lavrov l’invito anche per Putin.

Le tre letture descrivono lo stesso fatto: il rapporto di forza percepito è cambiato, e il protocollo lo ha certificato.

Il fronte: Vivaldi e il controllo riflessivo

Il quadro

Nell’ultima settimana di settembre il fronte si muove in direzioni opposte. Nel nord-est della regione di Karkov il raggruppamento Sever registra fra il 21 e il 24 la presa di Polnaya, Novoaleksandrovka, Krasnyi Yar, Potikhonovo, Buzovo e Khizhnyakovo. La sacca a ridosso del confine, una sola tre settimane fa, oggi è divisa in tre. Una difesa spezzata non sposta più riserve da una tasca all’altra: ogni porzione si rifornisce da sola, di notte o con i droni, e si riduce separatamente.

A Dobropolie il ministero della Difesa russo registra combattimenti nelle strade dal 19 e l’accerchiamento del nodo difensivo dal 22: dentro, reparti della 4ª e della 15ª brigata della Guardia nazionale e del 425° reggimento d’assalto Skala. Il 24 registra la presa di Dobropolie Maloe, a sud, e del sobborgo di Annovka, a nord-ovest. Da nord la parte ucraina contrattacca con riserve spostate dalla direzione di Sumy. Se Dobropolie cade, Kramatorsk e Druzhkovka vengono aggirate da ovest. A sud, attorno a Orekhov, la battaglia per Yurkovka è alla fine e i russi puntano all’incrocio di Omelnik, che lega la città alle retrovie.

Nell’altra direzione, Kupyansk: gli ucraini hanno riguadagnato terreno a nord della città, come riconoscono sia la cartografia ucraina DeepState sia quella di Suriyak. E Liman, dove si gioca Vivaldi.

Vivaldi, la prima stagione

Il 15 settembre il generale Andriy Biletsky, comandante del 3° corpo d’armata ucraino, ha dato nome e forma a un’operazione condotta, ha detto, «in condizioni di massimo silenzio informativo». Vivaldi: quattro fasi come le quattro stagioni, la prima avviata a maggio. Il bilancio dichiarato: 75 km² ripuliti e 10 liberati a nord di Liman, circa 1.500 soldati russi fuori combattimento. Le stime indipendenti vanno oltre. L’analista francese Clément Molin, l’8 settembre, contava più di 200 km²; altre stime arrivano a 400 in quattro mesi. Già il 6 settembre il blogger militare russo Anatoly Radov scriveva di una controffensiva in corso da due mesi e mezzo «che il nostro comando cerca di non notare». Il canale russo Rybar spiegava il successo ucraino con la bassa densità di reparti del raggruppamento Zapad nel saliente.

Il traguardo era la linea dello Zherebets. Non è stato raggiunto. Nessuna cartografia di riferimento vi ha mai portato il fronte, i capisaldi russi sul fiume reggono, e fra il 25 e il 26 settembre i russi hanno contrattaccato su Piskunovka, Yampol e Ozernoe. La prima stagione di Vivaldi è stata un rastrellamento di retrovia: ha eliminato le infiltrazioni russe a nord di Liman e ha allontanato la minaccia di un aggiramento da nord della cintura di Slavyansk e Kramatorsk. Ha dato a Kiev una notizia spendibile una settimana prima dell’Assemblea generale e dell’incontro con Trump. Non ha cambiato la geometria del fronte. Resta aperta la spinta da nord su Krivaya Luka, dove la difesa russa non era schierata: se cadono l’abitato e le alture, le posizioni russe a est di Slavyansk restano prese alle spalle.

Intanto Vivaldi ha assorbito brigate. Mentre il 3° corpo avanzava a nord di Liman, il fronte cedeva a Dobropolie, nel nord-est di Karkov, attorno a Orekhov. Qui entra in gioco il controllo riflessivo.

Lefebvre e la nascita della dottrina

Il controllo riflessivo nasce a Mosca negli anni ’60. Vladimir Lefebvre, nato a Leningrado nel 1936, matematico e psicologo, lavora nell’ambiente della ricerca militare sovietica su un problema che la teoria dei giochi lasciava aperto: come decide un avversario che ragiona su come ragiono io. Alla fine del decennio trova il modo di scrivere in notazione formale le strutture riflessive; nel 1967 pubblica Strutture in conflitto. L’idea centrale: ogni attore decide sulla base di un’immagine della situazione, di sé e dell’avversario, e quell’immagine contiene l’immagine che l’avversario ha di lui, e così via, per ranghi di riflessione. Chi controlla un anello della catena controlla la decisione. Lefebvre lo definisce come il processo con cui una parte trasmette all’altra le basi su cui decidere.

Lo studioso americano Timothy Thomas, del Foreign Military Studies Office dell’esercito americano, ne ha dato la definizione più citata: trasmettere all’avversario informazioni preparate apposta per indurlo a prendere volontariamente la decisione voluta da chi le trasmette. Conta l’avverbio. L’avversario non viene costretto, e non necessariamente ingannato: viene messo in condizione di scegliere da sé, razionalmente, ciò che l’altro ha previsto.

La pratica era più antica della teoria. La maskirovka sovietica aveva vinto la sua partita maggiore nell’estate del 1944, quando lo Stato maggiore tedesco si convinse che l’offensiva estiva sarebbe arrivata in Ucraina e l’operazione Bagration distrusse invece il Gruppo d’armate Centro in Bielorussia. La teoria diede a quella pratica un linguaggio e un metodo.

Dagli anni ’70 alla fine dell’URSS

Fino alla fine degli anni ’70 le pubblicazioni militari ufficiali non usano il termine. Gli ufficiali scrivono di «controllo dell’avversario» su Voennaja Mysl’, la rivista dello Stato maggiore. Druzhinin e Kontorov ne fanno un metodo di pianificazione in Idea, algoritmo, decisione (1972). Il generale M. D. Ionov ne ricava un elenco di tecniche in quattro famiglie: la pressione della forza, con dimostrazioni di superiorità ed escalation della minaccia; l’informazione falsa, con installazioni fittizie e documenti fabbricati; l’influenza sull’algoritmo di decisione avversario, con esercitazioni di routine e dottrine pubblicate in forma distorta; l’alterazione dei tempi, con operazioni inattese che inducono risposte affrettate. Nel 1974 Lefebvre emigra negli Stati Uniti e prosegue il lavoro all’Università della California a Irvine. La sua scuola resta a Mosca.

La Guerra fredda offre gli esempi classici. I falsi missili intercontinentali sfilati sulla Piazza Rossa davanti agli addetti militari occidentali, e le «salsicce» di Krusciov, che si vantava di produrre missili come in un salumificio: segnali costruiti per orientare la ricerca e la spesa dell’avversario. Gli analisti sovietici leggevano allo stesso modo l’Iniziativa di difesa strategica di Reagan: controllo riflessivo americano, pensato per trascinare Mosca in una spesa insostenibile. La dottrina, vista da Mosca, non era un’esclusiva russa.

La trasformazione russa

Dopo il 1991 la dottrina cambia campo. Nel 1995 S. Leonenko la aggiorna all’era dei calcolatori. F. Chausov ne fissa i principi: finalità, attualizzazione, conformità, simulazione, anticipazione, con un avvertimento sul rischio massimo: che l’avversario scopra il piano da solo. Nel 1997 il colonnello S. A. Komov la inserisce nella guerra dell’informazione, con undici metodi: distrazione, sovraccarico, paralisi, esaurimento, inganno, divisione, pacificazione, dissuasione, provocazione, suggestione, pressione. Nel 2013 Chekinov e Bogdanov, su Voennaja Mysl’, descrivono la «guerra di nuova generazione», in cui il confronto informativo precede e accompagna quello armato.

Lo stesso anno il capo di Stato maggiore Valery Gerasimov pubblica l’articolo che in Occidente diventerà la «dottrina Gerasimov». La formula la conia nel 2014 l’analista britannico Mark Galeotti, che nel 2018 se ne scuserà pubblicamente: Gerasimov descriveva ciò che attribuiva all’Occidente, dalle rivoluzioni colorate alle primavere arabe, non un piano russo. La ricezione del controllo riflessivo ha subito la stessa torsione. Gli studi occidentali, da Diane Chotikul per la Scuola navale di Monterey nel 1986 a Thomas nel 2004, ne hanno ricostruito la storia con serietà. La lettura corrente ne ha fatto un sinonimo di disinformazione. Nella tradizione russa è un calcolo sulle decisioni dell’avversario, in cui la verità selezionata funziona meglio della menzogna. Uno studio olandese del 2018, pubblicato su Militaire Spectator, ne trae la raccomandazione più utile: diffidare delle decisioni che appaiono logiche, perché il controllo riflessivo sfrutta proprio il ragionamento razionale.

Contro la teoria dei giochi

La teoria dei giochi occidentale nasce negli stessi decenni, da domande vicine. Von Neumann e Morgenstern la fondano nel 1944, Nash nel 1950 definisce l’equilibrio, alla RAND diventa strumento della strategia nucleare. Thomas Schelling, con The Strategy of Conflict (1960), la porta sul terreno della coercizione: impegno credibile, punti focali, la minaccia «che lascia qualcosa al caso».

La differenza sta nel punto di partenza. La teoria classica prende come dati le preferenze e la razionalità dei giocatori e cerca la mossa migliore, dato ciò che l’altro farà. Anche quando Harsanyi introduce l’incertezza, la tratta come una credenza da aggiornare. Il cuore del problema è la catena «io penso che tu pensi che io pensi». Schelling la assume infinita, e proprio per questo inutile come variabile. Lefebvre ne fa la variabile: conta a quale rango l’avversario si ferma, e che cosa vede a quel rango. I giochi riflessivi non hanno un equilibrio. La teoria classica lo calcola; il controllo riflessivo lo sposta, cambiando la matrice nella testa dell’altro prima che la partita cominci.

L’Occidente ci è arrivato più tardi e per vie laterali: la teoria degli ipergiochi di Peter Bennett alla fine degli anni ’70, la perception management nel lessico del Pentagono, il ciclo decisionale di John Boyd. Boyd però punta a rallentare l’adattamento dell’avversario; Lefebvre lavora sul momento in cui l’avversario osserva e si orienta. Schelling resta il più vicino, perché anche la sua minaccia calibrata lavora sulle aspettative dell’altro. Ma Schelling costringe l’avversario a una scelta che non vorrebbe fare. Lefebvre lo porta a volere la scelta che gli è stata preparata.

La prova sul terreno

Sul fronte ucraino l’ipotesi prende forma in una serie di episodi. Più volte Mosca ha annunciato vittorie non ancora ottenute, e a quegli annunci sono seguite pesanti offensive ucraine finite senza risultato: Kupyansk, la regione di Dnepropetrovsk, Pokrovsk e Mirnograd. In questa lettura un annuncio prematuro non è propaganda. È un segnale rivolto al comando avversario, che per ragioni politiche non può lasciarlo senza risposta e manda riserve dove l’annuncio le chiama. Per Kiev rispondere con una controffensiva è razionale: la smentita sul terreno serve davanti ai fornitori d’armi. È la decisione logica e prevedibile che la dottrina insegna a provocare, e che lo studio olandese insegna a sospettare. Nel catalogo di Ionov ha un nome: l’influenza sull’algoritmo di decisione. Vivaldi si presta alla lettura speculare: un saliente a bassa densità lasciato perdere senza reagire, mentre le forze si concentrano dove il fronte cede.

L’ipotesi ha anche i suoi limiti. Svyatogorsk: all’inizio di settembre Putin ne rivendica la presa e il 2 il raggruppamento Zapad la registra. Il 7 Biletsky si fa riprendere in città, a combattimenti conclusi. Lì l’annuncio prematuro ha regalato a Kiev una smentita pubblica, senza attirare altrove alcuna offensiva. Non ogni annuncio sbagliato è una manovra: alcuni sono errori della catena di comando. E dall’esito non si ricava l’intenzione, in nessuna delle due direzioni.

La prova si misura sulle riserve. L’annuncio russo dei combattimenti a Dobropolie e poi dell’accerchiamento ha avuto la risposta prevedibile: un contrattacco di sblocco da nord, con reparti tolti alla direzione di Sumy fra 5 e 10 giorni prima, secondo una fonte finora unica. Poi la direzione di Sumy si è riaperta, a Maryino. Se entro il 10 ottobre il ministero russo registrerà con filmati la presa di Olshana o di Nikolaevka, l’offensiva sull’asse sguarnito sarà reale e il controllo riflessivo avrà il suo primo caso misurato: un annuncio che chiama le riserve in un punto, un colpo dove le riserve non ci sono più. Se Maryino resterà isolata, sarà stato un colpo d’opportunità. Fino ad allora l’ipotesi ha un criterio, non una conclusione.

All’ONU: due minacce e un’accusa

Trump: la minaccia come strumento di negoziato

Il discorso di Trump del 22 settembre, una trentina di minuti, è costruito come un bilancio di risultati. Preso cifra per cifra regge poco. Stati Uniti e Venezuela, dice, controllano oltre il 60% del petrolio mondiale: le riserve provate dei due paesi, circa 300 miliardi di barili quelle venezuelane e 45 quelle americane, valgono poco più di un quinto del totale. La marina iraniana, 159 navi, sarebbe tutta «sul fondo del mare». Nello stesso discorso la marina americana scorta ogni giorno il traffico a Hormuz. Il nucleare iraniano fu «obliterato» nel giugno 2025 da Midnight Hammer. Nel 2026 è servita una seconda guerra, Epic Fury. Un programma polverizzato non si negozia. Sull’Ucraina, 25.000 morti al mese, senza fonte né ripartizione fra le parti.

Poi la minaccia. Trump ha presentato all’Assemblea la sua «grande decisione» come un’alternativa secca: un accordo che permetta all’Iran di ricostruire e diventare un paese più grande di prima, oppure «annientare la Repubblica islamica, e farlo in fretta». Ha aggiunto di credere in un accordo «subito dopo le elezioni». Minacciare di annientare uno Stato membro dalla tribuna dell’organizzazione nata per impedirlo contraddice l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta, che vieta la forza e anche la sua minaccia. La formula ha colpito anche in Occidente: su Bloomberg Marc Champion ha chiesto di rendere le minacce di annientamento «di nuovo un tabù». È coercizione alla Schelling, con una variante americana: la scadenza è il calendario elettorale del 3 novembre.

Il resto del discorso ha tenuto lo stesso registro. Del raid di gennaio su Caracas, con l’arresto di Maduro e l’accordo petrolifero su 65 miliardi di barili, Trump ha detto: «Al vincitore le spoglie». Ha annunciato due grandi basi in Groenlandia, ottenute dalla Danimarca, alleato NATO. Ha rivendicato come riforma il taglio del 15% al bilancio dell’ONU, imposto da una crisi di liquidità nata in larga parte dai contributi americani non versati: Washington presenta come risanamento il buco che ha aperto.

Pezeshkian: le fotografie e la Carta

Masoud Pezeshkian ha parlato il 23, il giorno dopo Trump. Il presidente iraniano, cardiochirurgo di formazione, ha messo da parte il testo preparato. La delegazione israeliana aveva disertato l’aula; un funzionario della delegazione americana è uscito durante il discorso. Pezeshkian ha alzato il ritratto della Guida suprema Ali Khamenei, uccisa, ha detto, «senza alcun quadro legale né ragione». Ha mostrato le fotografie delle bambine della scuola femminile di Minab, colpita il primo giorno di guerra, il 28 febbraio: oltre 150 bambine uccise secondo l’Associated Press, fra 170 e 200 vittime fra studentesse e insegnanti nei conteggi iraniani. «Erano innocenti, non avevano commesso alcun crimine». Poi Lamerd, nella provincia di Fars, lo stesso 28 febbraio: una palestra dove i bambini giocavano, più di 20 morti, fra cui una bambina di due anni e giovani pallavoliste. Un’inchiesta del New York Times attribuisce il colpo a missili americani PrSM. Il comando centrale americano nega e indica un missile iraniano. Il Pentagono ha aperto un’indagine.

A Trump, che il giorno prima aveva chiamato l’Iran il primo sponsor del terrorismo, ha risposto: «Il presidente americano ci ha chiamati terroristi, ma noi siamo vittime dei terroristi». Ha ricordato che da due secoli l’Iran non attacca un altro paese, che Ismail Haniyeh fu ucciso a Teheran il giorno del suo insediamento, che l’Iran è stato bombardato mentre sedeva al tavolo del negoziato. «Ci hanno colpito, ma non abbiamo chinato la testa né piegato il ginocchio. Abbiamo risposto, ma non abbiamo colpito la popolazione civile». La resistenza degli iraniani, ha avvertito, crescerà con le sanzioni e con la pressione: il paese combatterà «fino all’ultimo respiro».

Il resto è costruito sul diritto. La minaccia di annientamento viola l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta. Sul nucleare, una formula che ricalca il Trattato di non proliferazione: nessuna arma nucleare e nessuna rinuncia alla tecnologia nucleare pacifica, che «per i nostri malati è cura, per l’agricoltura è sicurezza alimentare». Poi il rovesciamento: «L’arma nucleare è in Israele, gli ispettori in Iran. Israele uccide, l’Iran viene sanzionato». Su Hormuz, una posizione di sovranità: chi usa lo stretto per aggredire l’Iran non può pretendervi libero accesso, e finché restano sanzioni e blocco americano la navigazione non sarà libera. La chiusura, rivolta a Trump: «Siamo pronti al dialogo e alla diplomazia, ma non accetteremo mai il linguaggio della forza». E al mondo: l’Iran tende la mano «non per debolezza, ma per una profonda fiducia nella nostra forza».

La stampa americana ha titolato su un discorso defiant, di sfida; il Washington Times lo ha definito fiery, infuocato. Rubio ha contestato la credibilità dell’Iran sui diritti umani. Il testo mostra un capo di Stato di un paese in guerra da sette mesi, con la propria Guida suprema uccisa, che risponde a una minaccia di annientamento con le fotografie dei propri morti, un articolo della Carta e un’offerta di dialogo. La sfida, se c’è, è il rifiuto dell’alternativa posta da Trump: accordo alle sue condizioni o annientamento. Negar Mortazavi, del Center for International Policy di Washington, vi ha letto la disponibilità a una flessibilità che va oltre il memorandum saltato a giugno.

Netanyahu: un’aula che si svuota

Netanyahu ha parlato il 24, mentre alla Casa Bianca Trump riceveva Xi. Decine di delegazioni hanno lasciato l’aula. Poche ore prima Mahmoud Abbas era intervenuto in video, perché gli Stati Uniti gli avevano negato il visto. Netanyahu parla da imputato: dal novembre 2024 è raggiunto da un mandato d’arresto della Corte penale internazionale.

Ha rivendicato la distruzione degli impianti nucleari iraniani: «Se non l’avessimo fatto, saremmo tutti morti». Ha evocato «1.000 missili giganteschi che cadono dal cielo sulle vostre città». Ha detto che il grosso dei 150.000 missili di Hezbollah «non c’è più». Ha definito l’accusa di genocidio «la più grande menzogna del secolo» e ha sostenuto che Israele ha fatto «l’opposto del genocidio». Il conteggio riportato da Al Jazeera supera i 73.000 morti palestinesi a Gaza. Ha elencato una guerra su sette fronti, più un ottavo, quello dei media, indicando Qatar e Turchia. Ha chiamato Erdoğan «un tiranno». Ha attaccato il sindaco di New York, Zohran Mamdani. Ha attribuito la violenza dei coloni in Cisgiordania a «una manciata di delinquenti minorenni». Ha detto che i leader delle delegazioni uscite lo avevano ringraziato in privato per aver colpito il nucleare iraniano. Ha chiuso: «Continueremo a vincere, perché non abbiamo altra scelta».

In patria la stampa di destra ha lodato il tono. Il sondaggista israeliano Mitchell Barak ha osservato che nessun rivale saprebbe replicare quella prestazione. Altri analisti, citati da Al Jazeera, hanno notato l’assenza di qualunque via d’uscita diplomatica. Il Qatar, mediatore su Gaza, ha definito gli attacchi inutili nel mezzo di una mediazione. Il discorso parlava all’elettorato israeliano, non all’aula.

Tre grammatiche

Tre discorsi, tre grammatiche. Trump usa la minaccia come leva negoziale e la lega a una scadenza elettorale. Netanyahu parla al proprio elettorato davanti a un’aula che si svuota. Pezeshkian parla al diritto internazionale, l’unico terreno su cui un paese sotto bombardamento ha qualcosa da guadagnare in quell’aula.

Il 24, secondo Bloomberg, delegazioni americane e iraniane esploravano a margine dell’Assemblea un accordo per fasi per riaprire Hormuz. La porta che Pezeshkian aveva lasciato aperta si è mossa, il giorno dopo il suo discorso.

Nella stessa settimana Xi ha concesso le forme e trattenuto le leve, Mosca ha lavorato sulle decisioni del comando avversario, Teheran ha parlato alla Carta. Tre modi di esercitare pressione senza scadenze. La fretta, a New York e a Washington, era di una capitale sola.