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28 Settembre 2026

SCUOLA, TRA EMERGENZE E ANNUNCI

Il burqa, il tetto che perde e la scuola che aspetta

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

C’è una scena che potrebbe essere scambiata per una commedia all’italiana, se non riguardasse milioni di studenti.

Da una parte il governo annuncia nuove regole sul burqa e sul niqab nelle scuole, limiti alla presenza di studenti stranieri nelle classi e nuove misure sull’integrazione linguistica.

Dall’altra, in una parte non trascurabile delle scuole italiane, il problema quotidiano continua a essere molto più prosaico: edifici che hanno bisogno di interventi, personale che manca, insegnanti di sostegno che cambiano, divari territoriali e ragazzi che rischiano di abbandonare gli studi.

Insomma, mentre la politica discute di ciò che si vede o non si vede sul volto, la scuola continua a fare i conti con ciò che cade dal soffitto.

E non è soltanto una battuta https://www.rainews.it/tgr/abruzzo/articoli/2026/09/crollo-solaio-scuola-guardiagrele-operai-feriti-da016eb3-bd06-415f-80c1-03cbc2829034.html .

LA SCUOLA CHE ASPETTA I CANTIERI

Secondo i dati più recenti citati da Legambiente, nel 2025 il 31,7% degli edifici scolastici italiani necessitava ancora di lavori urgenti. Nel Mezzogiorno la situazione risultava ancora più problematica, con circa un edificio su due interessato dalla necessità di interventi.

Il quadro va però letto insieme agli investimenti effettuati negli ultimi anni.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito rivendica infatti miliardi di euro destinati alla riqualificazione dell’edilizia scolastica e migliaia di interventi finanziati anche attraverso il PNRR.

Due dati apparentemente contraddittori possono dunque essere veri contemporaneamente: si possono investire risorse ingenti e, nello stesso tempo, avere ancora una quantità considerevole di edifici da mettere in sicurezza.

È uno dei “piccoli miracoli” della macchina amministrativa italiana: il finanziamento può arrivare molto prima del muratore.

QUANDO IL PROBLEMA È L’INSEGNANTE

Poi ci sono loro: gli insegnanti.

L’OCSE segnala che in Italia la retribuzione effettiva degli insegnanti della scuola primaria, rapportata a quella dei lavoratori con istruzione terziaria, resta significativamente più bassa rispetto alla media OCSE.

Nel 2024, inoltre, gli stipendi reali degli insegnanti della primaria risultavano inferiori del 4,4% rispetto al 2015.

Non significa che ogni problema della scuola possa essere risolto semplicemente aumentando gli stipendi.

Significa però che parlare di valorizzazione della professione docente non è soltanto una rivendicazione sindacale.

È una questione strutturale.

Una scuola può cambiare programmi, introdurre nuove regole, modificare i voti e produrre circolari a ritmo industriale.

Ma alla fine, davanti agli studenti, ci sarà sempre una persona.

E quella persona deve essere preparata, stabile e messa nelle condizioni di lavorare.

IL SOSTEGNO CHE CAMBIA VOLTO

Ancora più delicata è la situazione degli alunni con disabilità.

Secondo l’ISTAT, nell’anno scolastico 2024-2025 erano quasi 377 mila, pari al 4,8% degli studenti.

Il numero dei docenti di sostegno è aumentato, ma la disponibilità effettiva continua a essere caratterizzata da problemi di copertura e soprattutto di continuità.

All’inizio dell’anno scolastico il 22% dei docenti di sostegno non era ancora stato nominato. Un mese dopo restava scoperto circa il 10% dei posti.

Ma il dato forse più significativo è un altro: il 59,7% degli alunni con disabilità aveva cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente oppure nel corso dello stesso anno.

Per un adulto può essere una questione amministrativa.

Per un bambino può significare dover ricominciare da capo un rapporto educativo.

E qui la satira diventa quasi superflua.

LA DISPERSIONE SCOLASTICA: IL PROBLEMA CHE NON FA TITOLO

C’è poi un’emergenza che ha una caratteristica particolarmente scomoda per la comunicazione politica: è enorme, complessa e difficilmente si può trasformare in uno slogan.

La dispersione scolastica. Amaramente descritta nel film “Io speriamo che me la cavo”.

Nel 2024 il 9,8% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni risultava fuori dal sistema di istruzione e formazione senza aver conseguito un diploma o una qualifica.

Nel Mezzogiorno la percentuale saliva al 12,4%.

L’INVALSI ha inoltre evidenziato negli ultimi anni il fenomeno della cosiddetta dispersione scolastica implicita: studenti che formalmente arrivano alla fine del percorso scolastico, ma senza avere raggiunto le competenze fondamentali previste.

Nel 2025 il fenomeno era stato stimato all’8,7%; nel 2026 il dato è sceso al 6,3%.

Un miglioramento importante, che dimostra una cosa spesso dimenticata nel dibattito pubblico: la scuola italiana non è semplicemente una scuola che “non funziona”.

È un sistema estremamente disomogeneo.

Ci sono istituti che raggiungono risultati eccellenti e territori nei quali le difficoltà sono enormemente maggiori.

IL DIVARIO CHE PASSA DALLE REGIONI

Le differenze territoriali restano infatti uno degli elementi centrali.

Nel 2025 l’INVALSI rilevava livelli di dispersione implicita molto differenti tra le diverse aree del Paese: più elevati nel Mezzogiorno, sensibilmente più contenuti nel Nord.

È una fotografia che dovrebbe rendere difficile qualsiasi spiegazione semplicistica.

Se il problema fosse esclusivamente l’organizzazione della singola scuola, sarebbe difficile spiegare perché le difficoltà si concentrino con tanta evidenza in determinati territori.

Entrano in gioco condizioni economiche, servizi, occupazione, trasporti, contesto familiare, accesso alle attività culturali e formative.

La scuola, insomma, non vive dentro una bolla.

E non può risolvere da sola problemi che nascono anche fuori dalle sue mura.

POI ARRIVA IL BURQA

Ed eccoci alla questione che ha conquistato il palcoscenico politico.

Il governo ha annunciato l’intenzione di intervenire sull’utilizzo di burqa e niqab nelle scuole, insieme ad altre misure relative all’integrazione degli studenti stranieri.

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha collegato il divieto del velo integrale a principi quali la dignità della donna, l’uguaglianza tra uomo e donna e l’integrazione.

La questione può essere discussa sul piano giuridico, sociale e culturale.

Ma c’è una domanda preliminare che un giornalista dovrebbe sempre porsi:

quanto pesa concretamente questo problema rispetto alle altre emergenze del sistema scolastico?

Perché una misura può essere simbolicamente importante senza essere necessariamente risolutiva rispetto ai problemi strutturali della scuola.

Se domani venisse approvata la norma perfetta sul burqa, non per questo il 31,7% degli edifici che secondo i dati citati necessita di lavori urgenti diventerebbe improvvisamente sicuro.

Il docente di sostegno mancante non comparirebbe magicamente in classe.

La dispersione scolastica non scomparirebbe.

E lo stipendio dell’insegnante non aumenterebbe di un euro.

LA POLITICA E LE COSE CHE SI VEDONO

Il punto non è stabilire se una determinata regola sia giusta o sbagliata.

Il punto è capire come funzionano le priorità della comunicazione politica.

Un intervento sull’edilizia scolastica è complesso.

Richiede progettazione, finanziamenti, gare d’appalto, autorizzazioni, cantieri e controlli.

Un programma contro la dispersione richiede anni.

La stabilizzazione degli insegnanti richiede riforme del reclutamento.

La continuità del sostegno richiede interventi organizzativi e finanziari.

Un divieto, invece, ha una caratteristica irresistibile per la comunicazione contemporanea: si può riassumere in una riga.

E così il titolo è pronto.

La scuola vera, invece, resta fuori dall’inquadratura.

IL BANCO ACCANTO NON SPIEGA TUTTO

Anche il tema degli studenti stranieri merita un approccio meno propagandistico e più concreto.

Il governo ha annunciato interventi relativi alla loro presenza nelle classi e alla conoscenza della lingua italiana.

L’integrazione linguistica è certamente una questione reale per il sistema scolastico.

Ma “straniero” non è una categoria educativa sufficiente a descrivere un ragazzo.

Conta da quanto tempo vive in Italia.

Conta quale lingua parla.

Conta il livello di conoscenza dell’italiano.

Conta il contesto familiare.

Conta la condizione economica.

Conta il territorio.

Conta, soprattutto, la situazione concreta dello studente.

Il passaporto dei genitori non può diventare una diagnosi pedagogica.

COSA RESTA QUANDO FINISCE IL COMUNICATO STAMPA?

È forse questa la domanda più semplice.

Che cosa succede il giorno dopo?

Perché il giorno dopo il comunicato stampa la campanella suona comunque alle otto.

Il ragazzo con difficoltà linguistiche è ancora lì.

L’alunno con disabilità ha ancora bisogno del suo insegnante.

Il docente precario deve ancora capire dove sarà assegnato.

La dirigente deve ancora trovare una soluzione per l’ennesima emergenza.

La segreteria deve ancora smaltire montagne di pratiche.

E il tetto, se perdeva acqua prima del comunicato, probabilmente continuerà a perderla anche dopo.

LA SCUOLA NON HA BISOGNO DI UN NEMICO

La scuola italiana non è un sistema da dipingere interamente come fallimentare.

È un sistema nel quale convivono eccellenze e criticità profonde.

Ci sono insegnanti che fanno un lavoro straordinario in condizioni difficili.

Ci sono istituti che riescono a contrastare la dispersione.

Ci sono progetti di integrazione che funzionano.

Ci sono investimenti importanti sull’edilizia.

E ci sono ancora scuole che aspettano interventi, studenti che abbandonano, famiglie che faticano e docenti che cambiano continuamente.

La questione, dunque, non è scegliere tra “burqa” e “problemi veri”.

Una politica scolastica può occuparsi contemporaneamente di sicurezza, integrazione, libertà individuali, edilizia, personale e qualità dell’insegnamento.

La questione è un’altra:

non confondere una misura simbolicamente visibile con la soluzione di un problema strutturale.

Perché la vera emergenza della scuola italiana non ha un volto da fotografare.

Ha migliaia di volti.

È il bambino che cambia insegnante di sostegno.

È il ragazzo che lascia la scuola.

È l’insegnante che aspetta una stabilizzazione.

È l’edificio che aspetta il cantiere.

È il territorio nel quale nascere continua a influenzare troppo pesantemente le opportunità educative.

Queste cose fanno molto meno rumore.

Non producono necessariamente scontri televisivi.

Non si trasformano facilmente in uno slogan.

Ma sono quelle che, alla fine, decidono se una scuola funziona.

E mentre la politica discute del velo, sarebbe forse utile ricordare una piccola verità: per educare bene non basta vedere il volto dello studente. Bisogna anche guardare in faccia i problemi della scuola.

E quelli, purtroppo, non si possono vietare con un decreto.