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21 Settembre 2026

Von der Leyen, il discorso che ne rivela l’ambizione autoritaria

il discorso sullo Statto dell’Unione della Presidente della Commissione Europea presenta aspetti preoccupanti che analizziamo.

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Analisi del discorso di Strasburgo: protezione dello stato di diritto o tecnica di governo dell’eccezione?

Aree di crisi nel mondo n. 302 del 20-9-26

di Stefano Orsi

Il 16 settembre, a Strasburgo, Ursula von der Leyen ha elencato in pubblico gli strumenti con cui la Commissione europea intende governare quando il consenso non basta più. Non c’è nulla di occulto. Il testo è agli atti del Parlamento e va letto per quello che dice.

Una frase, nelle prime pagine, riorganizza lo spazio politico del continente. «Che siano gli ultranazionalisti o gli antieuropei, che sia l’ingerenza russa o la disinformazione, i nomi possono cambiare, ma il loro obiettivo è lo stesso.»

Quattro categorie, un solo avversario. Due sono l’attività di uno Stato straniero. Due sono posizioni politiche interne, sostenute da formazioni che siedono in quell’aula e che milioni di europei hanno votato. Nelle stesse pagine la Presidente parla di democrazie minate dai «proxy e burattini degli autoritari» e di divisioni alimentate «a volte dall’esterno, e troppo spesso dall’interno». Un avversario politico interno e un servizio d’intelligence ostile finiscono nella medesima casella. Tutto ciò che segue nel discorso costruisce gli strumenti che a quella casella servono.

Chi stabilisce che cosa è vero

Nel testo la disinformazione diventa «guerra cognitiva». Lo strumento è il Centro per la resilienza democratica, che dovrà «anticipare, rilevare e rispondere». Conviene tradurre i tre verbi. Anticipare significa intervenire prima che una cosa accada. Rilevare significa sorvegliare. Rispondere significa agire su ciò che si è rilevato. La Presidente precisa che le minacce alla democrazia «non vengono solo dall’esterno».

Il problema non è l’intenzione, che può essere sincera, né l’esistenza della manipolazione, che è documentata. È la posizione di chi decide. Un organismo istituzionale che stabilisce quali contenuti siano affidabili interviene in un conflitto politico di cui la Commissione è parte in causa. Non esiste un criterio tecnico che separi la correzione di una falsità dalla delegittimazione di un avversario, quando chi corregge è anche chi viene criticato. Con quale ricorso un cittadino possa contestare quel giudizio, e chi giudichi i giudici, il discorso non lo dice. John Stuart Mill lo aveva scritto nel secondo capitolo di Sulla libertà: zittire un’opinione, anche falsa, priva la collettività dell’occasione di rafforzare la verità nel confronto con l’errore.

Per proteggere i minori, identificare tutti

L’EU Kids Act vieta i social sotto i 13 anni. Fra i 13 e i 15 ammette soltanto mini account creati e sorvegliati dai genitori, con un’ora al giorno. Fra i 15 e i 18 impone obblighi di progettazione sicura, con l’onere della prova sulle piattaforme. La preoccupazione ha fondamento e l’Australia ha già percorso questa strada.

Il punto è l’infrastruttura che serve per attuarlo. Per sapere che un utente ha più di 13 anni occorre verificare l’età di ogni utente. Non esiste un modo di escludere i minori senza identificare gli adulti. E l’estensione agli adulti è annunciata nello stesso discorso: il design che crea dipendenza «danneggia tutti», per cui in autunno arriverà il Digital Fairness Act.

A regime, per aprire un profilo e pubblicare un’opinione politica un cittadino europeo maggiorenne dovrà prima dimostrare chi è. L’anonimato, che nelle democrazie ha protetto il dissenso molto prima di proteggere la riservatezza, diventa tecnicamente impossibile. Kant, nello scritto del 1793 Sul detto comune, chiamava il governo paterno che decide al posto dei sudditi in che cosa consista la loro felicità il più grande dispotismo immaginabile. Parlava di cittadini adulti, che sono esattamente l’oggetto del secondo provvedimento.

L’eccezione e chi la decide

«La nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale non hanno tenuto il passo con la nuova realtà.» I sistemi europei, prosegue il discorso, sono guidati da «tentativi ben intenzionati di consenso e compromesso», e occorre chiedersi se siano «ancora adatti allo scopo». Seguono tre strumenti: un Articolo 4 europeo, chiamato anche Protocollo di sicurezza d’emergenza; un Consiglio di sicurezza europeo aperto a Canada, Norvegia, Ucraina e Regno Unito; un Quadro europeo di risposta alle emergenze, che consentirà una «flessibilità limitata nel tempo e rigorosamente definita nelle procedure standard».

Alle frontiere, quelle procedure standard sono le garanzie del diritto d’asilo. Flessibilità significa che una persona che chiede protezione potrà vedersi applicare un procedimento ridotto, deciso in via d’emergenza da chi l’emergenza la dichiara.

La domanda a cui questi strumenti rispondono è reale, e va riconosciuta. L’unanimità paralizza la politica estera di 27 Stati. Il 1° settembre il governo tedesco ha attribuito alla Russia l’attacco con droni all’aeroporto di Lipsia dell’agosto precedente. Un’Unione incapace di decidere in tempi utili è un problema politico, non un’invenzione polemica.

Ma il criterio per valutare la risposta esiste, ed è antico. Carl Schmitt, giurista poi compromesso con il nazismo, apre la Teologia politica nel 1922 con una definizione: sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Il criterio è deliberatamente empirico. Non chiede chi porti il titolo, chiede chi decida nel caso che la norma non copre. Applicato a Strasburgo produce una diagnosi netta. L’Unione non ha un sovrano, e il Consiglio, dove quel ruolo formalmente risiederebbe, è bloccato dall’unanimità: è proprio quel blocco che il discorso porta come ragione degli strumenti nuovi. L’eccezione non viene decisa da un potere sovrano già esistente. È il procedimento attraverso cui una capacità di decisione si costituisce là dove i trattati non la prevedono.

L’anno prima, nella Dittatura, Schmitt aveva distinto due forme. La dittatura commissaria sospende le norme su mandato, per restaurare un ordine che resta il suo riferimento, e si esaurisce con l’emergenza. La dittatura sovrana usa l’eccezione per fondarne uno nuovo, e non conosce termine, perché il termine glielo fisserebbe l’ordine che sta sostituendo. Il discrimine non è l’ampiezza dei poteri: è il mandato e la scadenza. Roma lo mostrava già. La dittatura era una magistratura legale limitata a sei mesi, e fra Cincinnato, che lasciò la carica a pericolo passato, Silla, che nell’82 a.C. se la fece conferire senza scadenza, e Cesare, dittatore perpetuo nel 44, a cambiare è il termine, non l’autorità.

Misurati su quel criterio, i tre strumenti stanno tutti dalla parte sbagliata. Nessuno porta una scadenza. I criteri «rigorosamente definiti» li scrive l’istituzione che poi li applica. E il Consiglio di sicurezza europeo nasce fuori dai trattati, cioè in uno spazio che l’ordinamento vigente non contempla. Giorgio Agamben, in Stato di eccezione, ha descritto il seguito contemporaneo di questa dinamica: ogni emergenza lascia in eredità strumenti che sopravvivono alla propria causa, finché l’eccezione diventa la tecnica ordinaria di governo.

Budapest, o la prova del metodo

Il 12 aprile il partito Tisza di Péter Magyar ha vinto le elezioni ungheresi con la maggioranza dei due terzi, chiudendo 16 anni di governo Orbán. Il voto è stato libero e Orbán ha riconosciuto la sconfitta la sera stessa. Il 29 maggio, dopo un incontro a Bruxelles, la Commissione ha sbloccato 16,4 miliardi di euro di fondi congelati. Il meccanismo è legale: il regolamento sulla condizionalità del 2020 è stato approvato da Parlamento e Consiglio e convalidato dalla Corte di giustizia nel febbraio 2022.

Conviene guardare che cosa fa, materialmente, il congelamento di quei fondi. Nei Paesi dell’Europa centrale le risorse europee finanziano una quota rilevante dell’investimento pubblico. Sottrarle a un bilancio nazionale significa ridurre la spesa per infrastrutture e servizi, obbligare a tagli o a nuove entrate per coprire il mancato introito, e produrre un peggioramento misurabile delle condizioni di vita. Quel costo non lo pagano i ministri: lo pagano i cittadini, sotto forma di opere non realizzate, servizi ridotti e prezzi più alti.

Che gli elettori puniscano chi governa quando le condizioni materiali peggiorano è uno dei risultati più consolidati della scienza politica. La conseguenza è che il congelamento dei fondi non è uno strumento neutro rispetto alle urne. Agisce sulla posizione elettorale di un governo agendo sulle condizioni di vita del suo elettorato. È un dispositivo che, per come è costruito, penalizza davanti ai propri cittadini l’esecutivo che Bruxelles giudica inadempiente.

Non è necessario sostenere che il 12 aprile sarebbe andato diversamente senza il congelamento: quel controfattuale non si può stabilire, e non serve. Il punto non è che il meccanismo abbia funzionato in Ungheria, è che è fatto per funzionare così ovunque. Un governo sgradito viene indebolito davanti ai suoi elettori attraverso il peggioramento delle condizioni di vita di quegli stessi elettori. Questo, e non l’esito di una singola tornata, è ciò che la Commissione annuncia di voler rendere strutturale.

Resta un dato di cronologia che il discorso non commenta. Il voto è del 12 aprile, lo sblocco del 29 maggio, dopo un incontro a Bruxelles. Sette settimane. Una riforma strutturale dello stato di diritto non si vara, non si attua e non si verifica in sette settimane. Ciò che in quell’intervallo è cambiato in modo verificabile è il governo.

Il discorso, dal canto suo, mette in fila il cambio di esecutivo, i «miliardi di euro di investimenti sbloccati», la morale — «il duro lavoro ripaga» — e il legame rafforzato fra fondi e rispetto dello stato di diritto, che nel prossimo bilancio pluriennale dovrà stare «al centro», «ora e in futuro».

Tradotto: le risorse che finanziano ospedali, strade e scuole di uno Stato membro dipenderanno dal giudizio che la Commissione dà del suo governo. I criteri li scrive la Commissione. L’accertamento lo compie la Commissione. La proposta di sospensione la formula la Commissione. E la condizionalità, da eccezione sanzionatoria, diventa l’ossatura del bilancio europeo.

Ottawa, il diritto che insegue la politica

Rivolta al primo ministro Mark Carney, presente in aula, la Presidente propone di aprire al Canada la porta come «primo membro associato dell’Unione». I trattati non conoscono questo status. L’articolo 49 del Trattato sull’Unione riserva l’adesione agli Stati europei. La proposta arriva senza mandato del Consiglio, che è l’organo titolare della materia. Non è un atto vincolante e non produrrà effetti immediati, ma è la stessa operazione del consiglio di sicurezza collocato fuori dai trattati: non l’esercizio di un potere esistente, bensì la creazione di un assetto che l’ordinamento non contiene.

Il disegno

Presa una per una, ciascuna di queste misure ha una giustificazione difendibile. I minori vanno protetti. La manipolazione informativa esiste. L’unanimità paralizza. I fondi pubblici vanno spesi in Stati che rispettano il diritto. Ogni singola risposta è argomentabile, e chi la contesta può essere accusato di sottovalutare il pericolo che la motiva.

Prese insieme, compongono un’altra cosa. Un’istituzione che stabilisce quali posizioni politiche interne siano ostili. Un centro che anticipa, rileva e risponde nel campo dell’informazione. Un’infrastruttura che identifica ogni utente adulto. Poteri d’emergenza privi di scadenza, con i criteri scritti da chi li applica. Una leva finanziaria che sottopone i bilanci nazionali al giudizio politico di Bruxelles. E la creazione di assetti che l’ordinamento vigente non prevede.

Non è un elenco di provvedimenti. È l’inventario dei mezzi con cui si governa una società che non si ha più il consenso di dirigere. La Presidente lo ammette, verso la fine del discorso, in una frase che dice più di quanto sembri: «Dobbiamo anche riconquistare i cuori degli europei». Riconquistare vuol dire aver perso.

Chi lo sta facendo

Nulla di tutto questo avviene contro gli Stati membri. Avviene con loro. Il regolamento sulla condizionalità è stato voluto da Parlamento e Consiglio, gli strumenti d’emergenza passeranno dagli stessi organi, e i governi nazionali hanno un interesse preciso a delegare a Bruxelles gli arbitrati che in sede domestica costerebbero consenso. Peter Mair, in Governare il vuoto, ha descritto il processo dal lato interno: partiti nazionali che si svuotano e ceti dirigenti che si spostano sul livello europeo, dove la decisione è sottratta alla competizione elettorale. Jürgen Habermas, europeista convinto, ha chiamato l’esito federalismo esecutivo post-democratico.

Nessun cittadino europeo elegge direttamente la Presidente della Commissione, che detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa, esercita funzioni esecutive, redige i rapporti annuali sullo stato di diritto dei governi e propone la sospensione dei loro fondi. Montesquieu aveva avvertito che tutto sarebbe perduto se lo stesso corpo facesse le leggi, le eseguisse e giudicasse della loro applicazione.

Aristotele, nel terzo libro della Politica, distingueva il re dal tiranno non per il titolo ma per il fine con cui il potere viene esercitato. A Strasburgo la forma resta intatta: una nomina legittima, un’assemblea che vota, un discorso pubblico e trasmesso. Ed è la forma a rendere tutto questo più insidioso di un colpo di mano, perché non arriverà mai un giorno in cui qualcuno potrà dire che la democrazia europea è stata sospesa. Le libertà resteranno scritte. Le decisioni che contano si sposteranno dove l’elettore non arriva.

Gli strumenti annunciati il 16 settembre dovranno passare dal Consiglio e dal Parlamento. Li voteranno governi nazionali e deputati eletti, compresi quelli italiani. È l’ultimo punto in cui i cittadini europei hanno ancora voce in capitolo, ed è lì che conviene guardare.