21 Settembre 2026
l Brasile alle urne: l’ombra di Washington e l’assedio alla magistratura
A quindici giorni dal primo turno, le elezioni brasiliane non sono più una sfida tra candidati. In gioco c’è chi controlla le ricchezze del Paese, chi arbitra il voto e chi risponde di uno scandalo finanziario arrivato nel cuore dei tribunali.

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Il 4 ottobre i brasiliani eleggono presidente, governatori, senatori e deputati. Se nessun candidato alla presidenza supera la metà dei voti validi, i due più votati si sfidano al ballottaggio il 25 ottobre. Tutti i sondaggi confermano la stessa cornice: la contesa è tra Luiz Inácio Lula da Silva (PT, Partito dei Lavoratori) e Flávio Bolsonaro (PL, Partito Liberale), con margini stretti. Il Datafolha del 17 settembre assegna il 39% a Lula e il 36% a Flávio, entro il margine di errore.
Quei numeri meritano un’avvertenza che nella copertura internazionale si perde quasi sempre. Proiettare oggi un ballottaggio non significa prevedere il futuro: significa simulare un’elezione che ancora non esiste. Il primo turno azzera la partita, ridistribuisce i voti degli esclusi, rifà le alleanze e cambia gli spazi televisivi. Chi tratta le simulazioni del 25 ottobre come pronostico vende certezze dove c’è soltanto un’ipotesi. E c’è uno scarto che nessun sondaggio misura: Lula riempie le piazze in tutto il Paese, mentre il suo avversario fatica a mobilitare perfino i propri alleati.
Flávio è figlio di Jair Bolsonaro, che sta scontando 27 anni e 3 mesi per il tentato colpo di Stato ed è ineleggibile. È stato il padre, dal carcere, a designarlo candidato. È questo lo sfondo che dà alla contesa un peso ben superiore alla semplice alternanza tra sinistra e destra.
Il candidato e il più grande scandalo finanziario del Paese
A maggio Intercept Brasil ha rivelato gli audio in cui Flávio Bolsonaro tratta con Daniel Vorcaro, allora proprietario del Banco Master, il finanziamento di Dark Horse, film biografico sul padre, la cui uscita era prevista alla vigilia del voto. La cifra pattuita era di 134 milioni di real, dei quali circa 61 milioni sarebbero stati effettivamente versati. Il senatore è indagato per presunto riciclaggio e corruzione in quei trasferimenti e nega ogni irregolarità. Il Banco Master è stato liquidato e Vorcaro arrestato: è il più grande scandalo del sistema finanziario brasiliano da decenni, e ha colpito anche i fondi pensione dei dipendenti pubblici. La grande stampa commerciale dedica al legame tra il candidato e quello scandalo una frazione dell’attenzione riservata ad altri temi della campagna. L’asimmetria è, di per sé, un fatto elettorale.
Un’ingerenza che non si nasconde più
L’influenza degli Stati Uniti sull’America Latina è antica e nessuno, seriamente, la nega. Ciò che è cambiato è la franchezza. Nel 2025 l’amministrazione Trump ha imposto dazi del 50% sui prodotti brasiliani, citando tra le motivazioni il processo a Bolsonaro. Una bozza di dichiarazione congiunta dell’ottobre 2025, resa nota in questi giorni, chiedeva che il Brasile non limitasse «arbitrariamente» la partecipazione dei «dissidenti politici» al voto del 2026, una richiesta letta a Brasilia come pressione diretta sulla magistratura. Un rapporto riservato dell’Abin, l’intelligence brasiliana, classifica come critico il rischio di ingerenza americana nelle elezioni. Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio, che ha operato presso la Casa Bianca, è stato condannato dal Supremo a 4 anni e 2 mesi per coercizione nel processo sul golpe.
Come vado documentando in altri articoli di questa serie sull’imperialismo statunitense nella regione, il metodo è sempre lo stesso e cambia solo lo strumento. In Colombia, Abelardo de la Espriella, eletto con l’appoggio esplicito di Trump, ha firmato con Washington, l’8 settembre, memorandum su minerali critici, terre rare ed energia nucleare civile. In Venezuela, dopo la cattura di Nicolás Maduro, il governo ad interim di Delcy Rodríguez ha siglato un accordo centenario che consegna lo sfruttamento del 20% delle riserve petrolifere del Paese, circa 65 miliardi di barili in 17 giacimenti, a un’impresa privata nella quale il Dipartimento della Difesa americano detiene il 35% e Washington ottiene potere di veto e il diritto di acquistare il greggio a prezzo di costo. Argentina e Panama sono entrate, ciascuna a suo modo, nello stesso ingranaggio. Quella in corso non è diplomazia commerciale, è la conversione di un continente in riserva strategica.
Il Brasile è la casella che manca su quella scacchiera, e il candidato ha già detto da che parte sta. Il 28 marzo, a un evento della destra americana in Texas, Flávio Bolsonaro ha dichiarato che il Brasile è la soluzione perché gli Stati Uniti smettano di dipendere dalla Cina per terre rare e minerali critici, e ha chiesto ad altri Paesi di esercitare pressione diplomatica sulla regolarità del voto brasiliano. Il 12 settembre il sito Amado Mundo ha rivelato un memorandum di un suo alleato che propone a un eventuale governo Flávio una partnership con Washington per lo sfruttamento di quei minerali, e ha segnalato la presenza, nel comitato elettorale di San Paolo, di un referente della Rockbridge Network, organizzazione legata al trumpismo. Gli interessati smentiscono, nulla è stato provato e sono state depositate richieste di indagine al Supremo. Sul fronte opposto, il 16 settembre Lula ha promulgato la Legge 15.506/2026, che istituisce un consiglio legato alla Presidenza con il potere di bloccare accordi e passaggi di controllo che coinvolgano capitali stranieri nel settore.
Che cos’è il Supremo, e perché è al centro di tutto
Qui serve spiegare l’architettura giudiziaria brasiliana, che nemmeno i brasiliani conoscono bene. Il Supremo Tribunal Federal (STF) accumula due funzioni che in buona parte d’Europa sono separate: è la corte costituzionale ed è anche la sede che giudica penalmente le alte cariche dello Stato, dal presidente ai parlamentari. È stato l’STF a condannare Jair Bolsonaro e altri per il piano golpista che voleva impedire l’insediamento di Lula, il cui episodio più visibile furono gli assalti alle sedi dei Tre Poteri dell’8 gennaio 2023. C’è poi una seconda corte, decisiva adesso: il Tribunal Superior Eleitoral (TSE) organizza e controlla l’intera elezione, dalla registrazione delle candidature alla proclamazione dei risultati. Dal 12 maggio è presieduto da Kassio Nunes Marques, con André Mendonça vicepresidente. È la prima volta che due nominati da Jair Bolsonaro guidano la giustizia elettorale, e oggi entrambi si trovano al centro della crisi legata al caso Master.
Settembre: quando la crisi è diventata routine
Il 1° settembre André Mendonça, relatore del caso Master, ha reso pubblico un rapporto di polizia con presunti messaggi e incontri tra Vorcaro e il giudice Alexandre de Moraes. Moraes nega che i messaggi siano suoi, sostiene che il documento sia stato costruito ad arte e accusa Mendonça di abuso di potere. Finora non c’è alcuna prova dell’autenticità del materiale. Questo non cancella un altro punto, che va accertato con lo stesso rigore: il contratto milionario tra lo studio legale della moglie di Moraes e il gruppo di Vorcaro.
Una settimana dopo è arrivato l’episodio più grave. Mendonça ha rimosso, con decisione individuale, il direttore generale della Polizia Federale, Andrei Passos Rodrigues, e il direttore dell’Intelligence, Leandro Almada da Costa, sospendendo la produzione di rapporti informativi sulle autorità. Non c’era alcuna richiesta della procura federale, e l’istanza era partita da un partito che ha un proprio candidato in corsa. Il 9 settembre il giudice Flávio Dino ha reintegrato entrambi e vietato nuove misure del genere. Un giudice del Supremo aveva di fatto decapitato i vertici della polizia federale di un Paese in piena campagna elettorale, e un altro ha dovuto disfare tutto nel giro di ventiquattro ore.
Il 15 settembre il plenum si è riunito in una seduta tumultuosa e trasmessa in diretta. La divergenza di fondo non era procedurale, era di criterio: una parte dei giudici sosteneva che tutti i membri della Corte con possibili legami col caso Master andassero indagati, con le stesse regole e nello stesso momento, e non uno soltanto. Dino, che aveva già votato, ha chiesto la vista degli atti e la seduta è stata sospesa. La ripresa può richiedere fino a 90 giorni, cioè slitterà a dopo il voto. Quattro giudici hanno detto al quotidiano O Globo che la crisi attraverserà le elezioni, e il Financial Times l’ha definita un fattore decisivo nella corsa presidenziale. Lì è emerso, davanti al Paese, il sospetto che la stampa indipendente denunciava da tempo: che l’istruttoria del caso venga condotta con criteri politicamente selettivi.
I brasiliani questo film l’hanno già visto. Tra il 2014 e il 2018 l’inchiesta Lava Jato ha trasformato il processo penale in strumento di lotta elettorale: Lula fu condannato, arrestato ed escluso dal voto del 2018, quando era in testa a tutti i sondaggi, e anni dopo il Supremo annullò le condanne per parzialità del giudice, che nel frattempo era diventato ministro del governo uscito vincitore da quelle elezioni. Il danno era fatto ed era irreversibile. Ecco perché il timore di oggi non è retorico. Una decisione giudiziaria alla vigilia del voto, durante lo spoglio o nell’intervallo tra i due turni può cambiare il risultato senza che una sola urna venga manomessa. Non servono i carri armati quando esiste l’espediente più elegante della toga.
Un copione che l’Europa conosce già
Nulla di tutto questo è un’invenzione brasiliana. Come ha osservato il giornalista Jamil Chade, destabilizzare le corti supreme è diventato un metodo dell’estrema destra internazionale, perché la magistratura è l’ultima trincea capace di frenare un progetto di potere anche quando esso controlla già esecutivo e parlamento. Orbán ha eroso l’indipendenza giudiziaria ungherese con successive modifiche costituzionali, e a quella manovra gli osservatori attribuiscono la sua longevità. Il PiS ha conquistato il tribunale costituzionale polacco in otto anni, e il Paese scopre ora quanto sia difficile smontare quello smantellamento. Trump, sconfitto a febbraio dalla Corte Suprema sulla questione dei dazi, ha attaccato personalmente i sei giudici insinuando che la Corte fosse influenzata da interessi stranieri. In Italia il governo Meloni è dal 2022 in aperto conflitto con la magistratura. Il Brasile, per usare le parole di Chade, ha soltanto ricevuto un regalo su un vassoio d’argento. Comportamenti poco repubblicani da parte dei giudici esistono davvero e vanno accertati, ma chi li sfrutta non vuole correggere la Corte, vuole abbattere l’ostacolo. Logorare l’istituzione che ha giudicato il golpe a pochi giorni dal voto ha un effetto strategico preciso: se il risultato verrà contestato ancora una volta, l’arbitro arriverà senza l’autorevolezza per arbitrare.
Che cosa è in gioco
Mettete insieme i pezzi: una potenza straniera che tenta di condizionare le regole elettorali, un candidato che offre a Washington i minerali strategici del proprio Paese ed è indagato per il denaro del più grande scandalo finanziario brasiliano, una corte suprema in guerra al proprio interno e una giustizia elettorale presieduta da due nominati dell’ex presidente condannato per golpe. Il 4 ottobre il Brasile decide chi lo governerà. Decide anche se le sue ricchezze e l’autorità delle sue istituzioni resteranno affare dei brasiliani. Quello che si mette alla prova non è soltanto un risultato elettorale, è la capacità di una democrazia di resistere quando la pressione arriva da fuori e da dentro nello stesso momento.
Fonti: Datafolha (via O Povo, 17/09); Intercept Brasil; Amado Mundo; Conjur e Agência Brasil (decisioni dell’8 e 9/09); TSE; Economia & Mercado e IstoÉ (accordo Venezuela-USA); Metrópoles; Revista Fórum; O Tempo; Brasil 247; Jamil Chade, Revista Liberta, 5/09.

