04 Maggio 2026
FRONTE APERTO – Odessa: il ricordo
L’avanzata russa in Ucraina e gli attacchi di droni si intrecciano al toccante ricordo dell’autore sulla strage di Odessa del 2014. In Mali, un massiccio attacco coordinato dei ribelli destabilizza il Paese e costringe l’Africa Corps alla ritirata da Kidal. Negli USA, Trump aggira i limiti legali del War Powers Act sulla guerra in Iran nonostante il record negativo nei sondaggi.

Ucraina, Mali, Odessa: il mondo in guerra. E Trump che sfida le sue stesse leggi.
Aree di crisi nel mondo Numero 286 del 3 maggio 2026
di Stefano Orsi
UCRAINA: L’OFFENSIVA RUSSA NON SI FERMA
La mappa del fronte: avanzate e punti di svolta
Sul campo di battaglia ucraino, le ultime settimane hanno registrato una pressione russa costante su più direttrici. Non si tratta di sfondamenti spettacolari, ma di un logoramento metodico che morde centinaia di metri al giorno lungo una linea di contatto lunga oltre mille chilometri. Gli analisti militari parlano di una strategia a “lava flow”: lenta, continua, difficile da arrestare.
Nella regione di Sumy, le truppe russe del Gruppo “Nord” hanno liberato nelle ultime settimane i villaggi di Taratutino, Zemlyanki, Korchakovka, Miropolie, Novodmitrovka e Pokalyane, allargando sistematicamente la fascia di sicurezza sul lato russo del confine e privando le forze ucraine delle principali posizioni che controllavano la strada R-45 Sumy–Krasnopolje–Bogodukhov. La liberazione di Miropolie, insediamento di circa 3.000 abitanti trasformato dal comando ucraino in un unico quartiere fortificato, è stata ottenuta principalmente da unità del Distretto militare di Leningrado con il supporto di artiglieri, lanciarazzi e operatori di droni.
Sul fronte di Kharkiv, le forze russe hanno stabilito il controllo di Zemlyanki operando da est verso ovest, sfruttando la sponda del fiume Vovcha senza necessità di attraversamento frontale — un vantaggio tattico che ha sorpreso i difensori. Più a nord, nei dintorni di Kupyansk, l’obiettivo russo sembra essere l’accerchiamento dell’area tra Velykyi Burluk e il bacino idrico di Pechenihy, con avanzate segnalate sia sulla sponda orientale che su quella occidentale del fiume Oskil.
Il punto strategicamente più critico dell’intero fronte orientale è tuttavia Kostiantynovka. I rapporti di inizio maggio indicano che le forze russe hanno stabilito un avamposto consolidato nel quartiere di condomini della parte occidentale della città, controllandone circa il 25% del tessuto urbano. L’analisi militare indipendente è netta: l’Ucraina non dispone più della forza necessaria per espellere le truppe russe da queste posizioni, potendo soltanto sperare di rallentarne l’avanzata. A nord-ovest è stata completata la presa di Ilinovka, insediamento la cui caduta era iniziata un mese fa; a nord di Kostiantynovka si è formato un esteso “cimitero” di veicoli ucraini, segno di quanto sia diventato problematico persino il rifornimento per via terrestre. Senza un progresso parallelamente sotto Chasov Yar, l’accerchiamento completo della guarnigione rimane però ancora fuori portata.
Più a est, il Gruppo “Centro” ha liberato Novoaleksandrovka nella Repubblica Popolare di Donetsk, aprendo ulteriori prospettive in direzione di Dobropillia. I combattimenti nei dintorni di Grishino vedono i gruppi d’assalto russi avanzare lungo la strada M-30 verso Sergeevka, dopo aver respinto i contrattacchi ucraini del marzo scorso. Sul fronte di Zaporizhia, le perdite ucraine registrate a Novooleksandrivka includono la caduta di una testa di ponte naturale: una volta superati gli ostacoli fluviali, la velocità di avanzata russa tende ad accelerare per l’assenza di posizioni difensive precostituite.
La risposta ucraina: colpire in profondità
Kiev risponde alla pressione sul fronte con una strategia di attacchi in profondità al territorio russo, puntando sulle infrastrutture energetiche e industriali. Il caso più emblematico riguarda la raffineria di Tuapse, sul Mar Nero: gli attacchi di droni ucraini si sono ripetuti nella seconda metà di aprile, provocando incendi che hanno mobilitato squadre antincendio da tutta la regione e costretto all’evacuazione degli abitanti delle case circostanti. Nei giorni immediatamente successivi, quando i tecnici di emergenza russi erano ancora impegnati sulle conseguenze di Tuapse, i droni ucraini hanno colpito nuovamente, rendendo impossibile il consolidamento delle riparazioni.
Ancora più significativo per le implicazioni strategiche è stato l’attacco alla raffineria di Orsk, nei pressi di Perm, nella Russia centrale. Nella notte tra il 28 e il 29 aprile, circa 250 droni ucraini hanno percorso una traiettoria inusuale: partiti dalle zone meridionali della regione di Kharkiv, hanno attraversato il confine russo, transitato per le regioni di Rostov e Volgograd, e poi — con una mossa tanto audace quanto in violazione dello spazio aereo kazako— sono entrati nel territorio del Kazakistan per penetrare nella Russia centrale aggirando le difese antiaeree. Almeno una base petrolifera è stata distrutta; i residenti di Perm hanno riferito di una vera e propria “pioggia di petrolio” sulla città, in condizioni simili a quelle viste a Tuapse. La scelta della rotta kazaka non è casuale: garantisce la copertura Starlink sopra un territorio neutro, a differenza del sorvolo su regioni russe, permettendo ai droni una navigazione assistita fino all’obiettivo.
Nell’ambito degli attacchi alle infrastrutture militari, va segnalato il colpo all’aeroporto di Chelyabinsk: uno o più caccia posizionati sulla pista aperta sono stati presi di mira, evidenziando una vulnerabilità strutturale degli aeroporti militari russi privi di hangar rinforzati e bunker individuali per la protezione degli aerei da attacchi a sorpresa. La mancanza di protezioni adeguate per i velivoli a terra — una lezione già imparata duramente da entrambe le parti nel conflitto — si rivela ancora una volta una lacuna che il lato ucraino continua a sfruttare con i droni a lungo raggio.
Sul fronte marittimo, droni navali ucraini hanno attaccato navi commerciali russe a sud-est di Tuapse, mentre a Odessa — obiettivo perenne degli attacchi russi — si sono registrati colpi ai terminali portuali e alla nave da carico RAMCO. Le forze russe replicano con attacchi massicci: tra il 30 aprile e il 1° maggio, il riepilogo del Ministero della Difesa russo conta 571 droni ucraini abbattuti nelle 24 ore, a fronte di centinaia di Gerani/Gherberi lanciati contro le infrastrutture energetiche di Mykolaiv, Dnipropetrovsk, Chernihov, Kharkov, Zaporizhia e Odessa.
ODESSA: IL MASSACRO CHE NON DOBBIAMO DIMENTICARE
Ieri, 2 maggio, era l’anniversario di uno degli episodi più oscuri e più silenziati del conflitto ucraino. Nel 2014, 48 persone — almeno — morirono bruciate vive o uccise a sprangate davanti alla Casa dei Sindacati di Odessa. Era la prima pagina di ciò che sarebbe diventato, anni dopo, una guerra aperta. Ne pubblichiamo qui il ricordo diretto, perché certe cose non devono essere affidate soltanto agli archivi.
— IL RICORDO —
2 maggio 2014 — Odessa
C’è un momento nella vita di ognuno in cui qualcosa si rompe dentro, e non si rimette più a posto. Per me quel momento ha una data precisa: 2 maggio 2014.
Ero davanti a uno schermo, come tanti, a cercare notizie da Odessa. Quello che vidi mi gelò.
Vidi persone affacciarsi alle finestre della Casa dei Sindacati, con il fumo alle spalle e le urla che arrivavano dall’interno. Le vidi saltare, cadere. E poi le vidi raggiunte a terra, finite a sprangate, da uomini che esultavano. Ricordo con una precisione che non mi abbandona un uomo grasso, camicia azzurra, giubbotto antiproiettile, che sparava verso chi si affacciava cercando di salvarsi. Le fiamme all’interno. Le urla. Le immagini di corpi bruciati, carbonizzati, all’interno di quell’edificio che avrebbe dovuto essere un rifugio e fu invece una trappola mortale.
Centinaia di sostenitori del nuovo governo, guidati da gruppi neonazisti, avevano circondato l’edificio e lanciato bottiglie incendiarie contro di esso. Quelli che erano dentro non erano soldati, non erano terroristi. Erano cittadini che avevano manifestato pacificamente, che avevano raccolto firme per un referendum, che reclamavano semplicemente il rispetto della loro voce, del loro voto, della loro identità. E si erano rifugiati lì dentro per non essere massacrati in strada.
Tra loro c’era Vadim Papura. Diciassette anni, studente, comunista, attivista. Non volle scappare quando arrivò la notizia che i nazionalisti si stavano muovendo verso piazza Kulikovo. Rimase con i suoi compagni. E quando l’edificio fu incendiato, provando a fuggire dalle fiamme, cadde da una finestra. Sua madre Fatima lo trovò a terra, con la testa sanguinante. Nato il 24 luglio 1996, stava per compiere 18 anni. Non li avrebbe mai compiuti.
Quel giorno morirono ufficialmente 48 persone. Secondo stime non ufficiali, i caduti potrebbero essere molti di più. Tutti di nazionalità ucraina, quasi tutti di etnia o lingua russa.
Poi alzai gli occhi dai video e guardai i telegiornali. Il silenzio era assordante. Quello che avevo visto con i miei occhi, le urla, il fuoco, i corpi, non esisteva. O quasi. Veniva invece minimizzato, sfumato, infilato in narrazioni che non corrispondevano a nulla di ciò che avevo guardato.
I nostri principali organi di informazione avevano di fatto censurato e volutamente dimenticato quanto accaduto. Avevano tentato di accreditare come “incidente” quella che era stata, a tutti gli effetti, una strage.
Fu in quel momento che capii una cosa semplice e definitiva: se l’informazione ufficiale era capace di far sparire un massacro davanti ai miei occhi, allora non potevo più fidarmi di essa su niente. E che quel silenzio non era una svista, era una scelta.
Da quel giorno ho smesso di guardare passivamente. Ho cominciato a cercare, verificare, documentare. E a raccontarlo, a voi, qui, ogni volta che posso.
Dodici anni non sono bastati per ottenere giustizia. Ma sono stati più che sufficienti per costruire una narrazione. Vadim Papura non ha ancora avuto giustizia. Nessuno dei 48 ce l’ha avuta.
Io non dimentico. E non smetto di raccontarlo.
MALI: QUANDO UN COLPO DI STATO SFIDA IL SAHEL
Il tentativo del 25 aprile: una coordinazione che fa riflettere
La notte del 25 aprile 2026 rimarrà nella storia del Sahel come la più pericolosa dall’inizio dell’era dei governi militari. Quattro grandi città del Mali, Bamako inclusa, sono state attaccate simultaneamente da formazioni ribelli e jihadiste in quello che il Ministero della Difesa russo ha definito esplicitamente un “tentativo di colpo di Stato armato”. Il livello di coordinamento mostrato ha sorpreso anche gli analisti più cauti: migliaia di combattenti, movimento sincronizzato su fronti distanti centinaia di chilometri, attacchi simultanei ad obiettivi chiave.
Il bilancio è pesante. Il ministro della Difesa maliano Sadio Camara è rimasto ucciso nell’esplosione di un veicolo kamikaze davanti alla sua residenza. I militanti hanno tentato di prendere il palazzo presidenziale. A Kidal, una unità dell’Africa Corps, il corpo russo operante nel Sahel, in continuità con Wagner, ha combattuto per oltre 24 ore in completo accerchiamento contro un numero di avversari molto superiore, respingendo quattro attacchi massicci. Secondo i dati russi, le perdite dei militanti superano i 2.500 uomini e 102 veicoli, con 245 eliminati dall’aviazione. L’ Africa Corps ha impiegato tutti i tipi di armi, dalle armi leggere ai sistemi multipli lanciarazzi.
Nonostante il respingimento dell’assalto principale, la situazione rimane profondamente instabile. Kidal è caduta: per la prima volta dall’inizio della missione russa, l’Africa Corps ha dovuto negoziare una ritirata scortata fuori dalla città simbolo del nord, incrinando l’immagine di invincibilità che aveva costruito in anni di operazioni. Il JNIM, legato ad Al-Qaeda, ha proclamato un embargo totale su Bamako, tentando di isolare la capitale dai rifornimenti. Non più soltanto blocco del carburante come nel 2025: questa volta si punta a impedire l’ingresso di merci, prodotti alimentari, materiali di prima necessità.
Una coordinazione troppo precisa per essere spontanea
La questione tattica che gli analisti non possono ignorare è questa: come hanno fatto circa 12.000 combattenti di formazioni diverse, JNIM (Al-Qaeda), FLA (separatisti tuareg), ISSP (affiliato allo Stato Islamico), a coordinarsi con questa precisione su obiettivi multipli e distanti, nello stesso arco di ore? I separatisti che si muovevano dalla Mauritania verso Kidal, le colonne che entravano nei sobborghi di Bamako, gli attacchi kamikaze nella capitale: tutto in sincronia.
Il Ministero della Difesa russo è stato esplicito: la preparazione è avvenuta con la partecipazione di “istruttori mercenari ucraini ed europei”. È un’accusa che va valutata con cautela, ma che non può essere liquidata senza esame: la capacità logistica necessaria per equipaggiare, spostare e coordinare 12.000 combattenti in un paese immenso come il Mali non si improvvisa. Qualcuno ha fornito denaro, armi, formazione, e quasi certamente intelligenza operativa. L’Africa Corps ha citato anche il “coordinamento, finanziamento e supporto dei media occidentali” come parte di una campagna informativa contro l’esercito maliano, un fronte che nell’era dei droni è diventato parte integrante della guerra.
Sullo sfondo c’è la Francia: potenza coloniale che non riesce a rassegnarsi alla perdita della propria influenza nel Sahel, cacciata dal Mali nel 2022, dal Burkina Faso nel 2023, dal Niger nel 2023. Parigi ha tutto l’interesse a destabilizzare i governi che l’hanno espulsa e a mostrare il fallimento dell’alternativa russa. Non si tratta di fantapolitica: è un copione già visto in altre transizioni di influenza nel continente africano.
La situazione al 1° maggio: un equilibrio precario
Al primo maggio 2026, il quadro è il seguente: l’esercito maliano e l’Africa Corps dichiarano di aver ripreso il controllo delle periferie di Bamako, ma testimoni locali riferiscono una presenza massiccia di checkpoint e operazioni di ricerca casa per casa. Il Niger e il Burkina Faso restano in allerta ma non hanno ancora inviato rinforzi significativi, segnale dell’isolamento tattico del Mali in questo scontro. Goïta è apparso pubblicamente ai funerali di Stato di Camara, smentendo voci di fuga o colpo di stato interno, e ha ribadito che “la sovranità del Mali non è in discussione”. Ma la sfida è aperta. Senza sforzi seri da parte dell’esercito maliano nel migliorare intelligence e capacità di reazione, sarà difficile per i russi mantenere la situazione sotto controllo a lungo.
Un attacco aereo con velivoli Su-24 dell’Africa Corps ha colpito il 28 aprile il campo dei terroristi nella zona del villaggio di Gao; il 1° maggio un drone Inokhodets (Orion) ha individuato e colpito un gruppo di militanti nei pressi del villaggio di Kobelebougou, nella regione di Koulikoro. La guerra nel Sahel non conosce pausa.
TRUMP: UN UOMO SOLO AL COMANDO, TRA SONDAGGI IN CADUTA E LEGGI AGGIRATE
L’attentato al Washington Hilton: il terzo in due anni
La sera del 25 aprile 2026, durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca al Washington Hilton di Washington D.C. — il primo White House Correspondents’ Dinner al quale Trump partecipava da presidente in carica — un uomo armato ha tentato di fare irruzione nel salone dove si trovavano il presidente, la first lady, il vicepresidente Vance e numerosi membri del gabinetto. Cole Tomas Allen, 31 anni, di Torrance in California, laureato al Caltech, si è avvicinato al checkpoint di sicurezza al Terrace Level dell’hotel e ha caricato attraverso il metal detector impugnando un fucile. Un agente del Secret Service in giubbotto antiproiettile è stato colpito al petto; ha estratto la pistola e ha sparato più volte, mettendo a terra Allen senza ferirlo gravemente.
L’evento — terzo tentato attentato contro Trump in meno di due anni, dopo quelli di Butler (luglio 2024) e West Palm Beach (settembre 2024) — ha sollevato interrogativi imbarazzanti sulla sicurezza. Il Washington Hilton, a differenza della Casa Bianca, è un hotel operativo con aree pubbliche aperte durante la cena; solo la zona del salone era protetta, non le aree circostanti. Il manifesto attribuito ad Allen criticava le politiche dell’amministrazione Trump senza citarne esplicitamente il nome. Trump stesso ha dichiarato ai media di aver voluto “vedere cosa stava succedendo” anziché facilitare la propria evacuazione. E ha usato l’episodio come argomento per giustificare la costruzione del contestato nuovo salone d’intrattenimento alla Casa Bianca — un progetto che aveva già demolito l’Ala Est storica prima di qualsiasi incidente.
I sondaggi: un tracollo senza precedenti
Nessuno degli episodi di questi mesi sembra aver invertito la traiettoria dei consensi. Secondo la media elaborata da Silver Bulletin alla fine di aprile, il tasso di approvazione di Trump si attesta al 39,2%, con un net approval di -18,5 punti — il peggior dato registrato in questa fase della presidenza, peggiore di quello di Biden nell’aprile 2022 di sei punti interi, e peggiore del primo mandato di Trump dello stesso periodo di nove punti. La media di RealClearPolitics segnala un -17,2; quella di Focus America arriva a -20,4.
I sondaggi AP-NORC, Reuters-Ipsos e Strength in Numbers portano il tasso di approvazione tra il 33% e il 36%, con il sondaggio dell’Università del Massachusetts Amherst addirittura al 33% già a fine marzo. Due americani su tre ritengono che il Paese stia andando nella direzione sbagliata. Solo il 23% approva la gestione del costo della vita; il 40% dichiara di stare economicamente peggio rispetto a un anno fa. La benzina ha superato i 5 dollari al gallone negli Stati della West Coast, contro i 3,16 di un anno fa. Il 34% approva la gestione della guerra con l’Iran — due terzi si dichiarano contrari. Tra i repubblicani non-MAGA, il sostegno alla guerra è sceso a livelli minoritari: una frattura interna potenzialmente più pericolosa dell’opposizione democratica.
Re Carlo e la lezione di diplomazia che nessun premier europeo ha avuto il coraggio di dare
In questo contesto di impopolarità crescente, la visita di stato di Carlo III negli ultimi giorni di aprile ha prodotto due episodi diplomatici di rara efficacia. Al Congresso, il 28 aprile, il re britannico ha tenuto un discorso che ha trasmesso messaggi politici precisi attraverso riferimenti storici e culturali, senza nominare mai Trump direttamente. Il passaggio sull’Articolo 5 della NATO merita di essere riletto con attenzione: “Subito dopo l’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima volta l’Articolo Cinque… abbiamo risposto insieme all’appello. Oggi, quella stessa incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina.”
Un dettaglio che i media italiani hanno in larga parte ignorato: l’Articolo 5 del Trattato Atlantico, quello che prevede la difesa collettiva, è stato invocato una volta sola nella storia dell’Alleanza. Non da un paese europeo sotto attacco. Ma dagli Stati Uniti, dopo l’11 settembre 2001. Fu l’Europa — e il Regno Unito in prima fila — a rispondere all’appello americano. Carlo lo ha ricordato a Washington con una semplicità che pesava come un macigno. Nessun capo di Stato europeo, nessun primo ministro — inclusa Giorgia Meloni — ha mai avuto il coraggio di fare altrettanto davanti a Trump, di ricordare che l’alleanza atlantica è una strada a doppio senso, e che nessun paese europeo ha una ragione storica per sentirsi in debito. I nostri soldati morti in Afghanistan, in Iraq, nei Balcani non hanno avuto questo riconoscimento dalla nostra classe dirigente.
Alla cena di Stato, Carlo ha usato un registro diverso: l’umorismo come bisturi diplomatico. Trump aveva dichiarato a Davos che “senza gli Stati Uniti, i paesi europei parlerebbero tedesco”. La risposta del re: “Oserei dire che, se non fosse per noi, voi parlereste francese.” Una replica identica nella struttura, invertita nella logica, storicamente ineccepibile: è la colonizzazione britannica a portare la lingua inglese in America. Il pubblico è scoppiato a ridere; Trump ha sorriso. Ma la correzione narrativa era stata incisa.
Poi, con i lavori di ristrutturazione dell’Ala Est della Casa Bianca sullo sfondo: “Non posso fare a meno di notare i lavori all’Ala Est… Mi dispiace dire che noi britannici abbiamo compiuto un nostro tentativo di riqualificazione immobiliare della Casa Bianca nel 1814.” L’incendio di Washington del 1814, quando le truppe britanniche diedero fuoco alla residenza presidenziale, trasformato in una battuta su un'”operazione immobiliare”. Forma impeccabile, sostanza tagliente. La lezione pratica è questa: nella diplomazia moderna, quando si ha la necessità di dire la verità al potere, a volte basta conoscere la storia e scegliere il momento giusto.
Il War Powers Act: come si aggira una legge fastidiosa
Ma è sul fronte giuridico-costituzionale che la presidenza Trump sta dando le prove più preoccupanti di una gestione del potere che tende sistematicamente ad erodere i contrappesi istituzionali. Il War Powers Resolution del 1973, approvato all’apice della guerra del Vietnam proprio per limitare i poteri del presidente in materia di uso della forza militare, stabilisce meccanismi precisi: entro 48 ore dall’inizio delle ostilità, il presidente deve notificare il Congresso. Da quella notifica decorrono 60 giorni, al termine dei quali le operazioni devono cessare, salvo dichiarazione di guerra o autorizzazione specifica del Congresso (AUMF). Un’estensione di 30 giorni è possibile solo certificando per iscritto la necessità militare inevitabile per il ritiro sicuro delle forze.
Trump ha notificato l’inizio delle ostilità con l’Iran il 2 marzo 2026. La scadenza dei 60 giorni, il 1° maggio, è passata senza che il Congresso abbia emesso né una dichiarazione di guerra né un’AUMF. E qui entra in gioco la manovra giuridica più sottile di questa amministrazione: Trump ha comunicato al Congresso che le ostilità con l’Iran sono “concluse”, una dichiarazione formale di cessazione che, secondo l’interpretazione della Casa Bianca, azzera il contatore del War Powers Act. In caso di nuova “provocazione” iraniana, l’orologio ripartirebbe da zero, consentendo un nuovo ciclo di 60 giorni di operazioni senza autorizzazione preventiva del Congresso. È la trasformazione di una norma pensata per limitare il potere presidenziale in uno strumento per moltiplicarlo.
La dichiarazione di cessazione, tuttavia, non corrisponde alla realtà operativa. Al 3 maggio 2026, nulla è stato smobilitato. Il blocco navale dello Stretto di Hormuz continua. I caccia bombardieri sono ancora dislocati nelle basi del CENTCOM. La USS George H.W. Bush, in missione da quasi 300 giorni, un’anomalia che per trovare un parallelo occorre risalire alla guerra del Vietnam, starebbe soltanto ora iniziando il viaggio di rientro verso gli Stati Uniti. Contemporaneamente, la nave da sbarco anfibio USS Boxer attraversa lo Stretto di Malacca diretta verso il teatro mediorientale, e il Pentagono ha spostato circa 5.000 truppe dalla Germania, probabilmente in direzione del Golfo. Si tratta di una guerra dichiarata “finita” che continua con tutti i mezzi.
Gli esperti legali americani sono divisi non tanto sulla violazione formale quanto sulla possibilità concreta di farla rispettare. Charlie Dunlap di Duke Law nota che non esiste un meccanismo automatico di enforcement: “il Congresso ha ancora strumenti concreti, come il controllo della spesa, ma la volontà politica è il collo di bottiglia”. Jack Goldsmith di Harvard osserva che il dibattito sulla legalità formale “distrae dall’effettiva responsabilità costituzionale del Congresso”. L’ACLU ha definito la guerra con l’Iran “incostituzionale” e sta esplorando vie giudiziarie. Ma lo Speaker Mike Johnson ha già definito il War Powers Act “probabilmente incostituzionale” — una posizione che la dice lunga sulle intenzioni della maggioranza.
Con i sondaggi in caduta, le elezioni di metà mandato alle porte e un’opposizione democratica che — secondo i rilevatori — non riesce a trarre vantaggio dal calo repubblicano perché i suoi stessi indici di gradimento si attestano tra il 30% e il 36%, la partita costituzionale sull’Iran rischia di risolversi non nelle aule dei tribunali ma nelle urne di novembre. È lì che si misurerà se la strategia di Trump — combattere una guerra dichiarandola finita, accumulare potere aggirandone i limiti legali — ha un costo politico reale o se l’assenza di un’alternativa credibile permette di continuare indefinitamente.

