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03 Maggio 2026

Santino Tuzi: siamo ancora persi nel bosco?

Analisi critica delle prove e dei dubbi sulla morte di Santino Tuzi.

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Credit foto https://www.teanoce.it/2026/02/19/delitto-mollicone-novita-tersigni-ai-giudici-tuzi-in-confidenza-mi-disse-che-vide-serena-entrare-in-caserma/

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Ciascuno, giustamente e doverosamente, dovrebbe parlare solo di ciò su cui ha competenza. Con questo spirito, lasciamo agli esperti incaricati dalla figlia di Santino Tuzi le considerazioni tecniche di loro spettanza. In questa sede, vogliamo limitarci a porre domande e osservazioni dettate dal semplice buonsenso.

Iniziamo dal primo interrogativo: come è arrivato e come ha lasciato la scena del crimine il fantomatico assassino?

Sulla planimetria, una freccia rossa indica il punto in cui è stato rinvenuto il cadavere di Santino Tuzi; la freccia gialla indica invece dove erano appostati i carabinieri inviati alla sua ricerca.

Si nota facilmente che esiste una sola strada, la quale passa proprio davanti all’abitazione in cui si trovavano i militari. Il proprietario della casa vide passare solo l’auto di Tuzi: nessuno prima di lui, nessuno dopo. Come avrebbe potuto l’assassino abbandonare la scena del crimine senza essere visto?

Andiamo avanti. Come può un killer togliere la pistola a Tuzi e puntargliela al petto senza lasciare alcun segno di lotta? Certamente Tuzi, abituato per mestiere ad affrontare persone armate, non sarebbe rimasto a guardare. Eppure, sulle mani non sono presenti segni di una colluttazione che, per logica, avrebbe dovuto essere violenta.

Santino Tuzi sapeva bene che i carabinieri lo stavano cercando; è lui stesso a fornire alla sua ex amante, la signora Torriero, le indicazioni sul luogo in cui si trovava. Se avesse avuto in programma un incontro riservato, che senso avrebbe avuto andarci sapendo che i colleghi erano in arrivo?

Seguiamo ora la ricostruzione di un ipotetico omicidio: l’assassino disarma Tuzi, il quale cerca disperatamente di allontanare la canna dell’arma dal petto. Non ci riesce e l’assassino spara. Il sicario sapeva certamente che i carabinieri stavano arrivando, dato che Tuzi era rimasto al cellulare fino alle ore 13:00. Nonostante la fretta, l’assassino non getta l’arma sul corpo della vittima, ma la poggia “delicatamente” sul sedile del passeggero, in una posizione che sarà poi ritenuta sospetta.

Credit foto https://www.ciociariaoggi.it/gallery/cronaca/11157/suicidio-tuzi-i-misteri-della-pistola-del-brigadiere-che-sapeva-troppo.html

Ha senso darsi tanta pena per simulare un suicidio e poi perdere tempo per posizionare la pistola in modo così “ambiguo”?

Il movente. Quale sarebbe stato il motivo “dell’esecuzione”? Tuzi aveva già firmato due verbali (SIT) in cui dichiarava di aver visto Serena Mollicone in caserma. Che senso avrebbe avuto ucciderlo dopo e non prima di queste dichiarazioni esplosive?

Esistono poi le registrazioni delle chiamate dell’11 aprile 2008, in entrata e in uscita dal numero principale di Tuzi, che all’epoca era intercettato. Registrazioni che potrebbero fornire indicazioni preziose e che nessuno sembra intenzionato a rendere pubbliche. Sempre quella mattina, Tuzi attiva una seconda SIM per parlare esclusivamente con l’ex amante: una scheda non intercettata. Cosa doveva dirle che gli investigatori non avrebbero dovuto sentire? E cosa si sono detti quando, quella stessa mattina, Tuzi si è recato a casa della donna?

Ricordiamo che il 9 aprile 2008 Tuzi aveva inizialmente ritrattato le sue dichiarazioni sull’avvistamento di Serena, sostenendo per ore di essersi sbagliato. Solo dopo un confronto con l’ex amante tornò a confermare la sua versione. Di quel confronto, però, non sembra esserci traccia nei verbali.

Pochi giorni dopo la morte di Tuzi, l’ex marito della Torriero trovò, informativa CC Pontecorvo 209/3 del 15 aprile 2008, una rosa rossa (di colore uguale a quelle lasciate da Tuzi alla donna la mattina dell’11) con un biglietto: “Adesso prendi tu la tazzulella di cafè”. Un messaggio sconcertante: è mai stato approfondito?

Esistono inoltre elementi che indicano come Tuzi fosse regolarmente in servizio esterno la mattina del 1° giugno 2001. È possibile, invece, che un altro carabiniere, a lui somigliante fisicamente, fosse rimasto di piantone in caserma?

Ben due indagini hanno stabilito che quello di Tuzi fu un suicidio. Investigatori capaci hanno lavorato al caso: il maggiore Fabio Imbratta, poi il colonnello Fabio Cagnazzo che ha costituito ad hoc e guidato una squadra investigativa che ha costruito le basi per il processo.

E’ credibile che la Procura di Cassino, investigatori e RIS siano stati impeccabili, secondo i sostenitori della tesi accusatoria, nel portare a processo i Mottola, ma abbiano poi scambiato un omicidio per un suicidio?

Tutto sembra indicare che Tuzi si sia tolto la vita. Resta da capire il perché. In questo articolo abbiamo fornito alcuni elementi; è Tuzi stesso, in realtà, a suggerire le motivazioni del suo gesto: andrebbe solo ascoltato.

Restano molti punti da chiarire, ad esempio nella SIT del 28 marzo 2008 Tuzi dichiara ” mi sono scordato la cip… il cip la no! Ne che registrna?”. A cosa si riferiva? Ad un chip che conservava registrazioni audio-video collegate ai fatti oggetto di indagine?

Così come andrebbero valutate le dichiarazioni di Marco Mottola, secondo cui Serena Mollicone, nell’ultimo mese di vita, incontrava regolarmente un nipote della Torriero con precedenti per spaccio.

Non bastano singoli accertamenti scientifici e singole presunte anomalie, specialmente se già nel 2016 è stato stabilito che la pistola di Tuzi non è rimontabile per i test balistici.

Inoltre anche nel caso di Serena Mollicone, come già emerso nella vicenda di Garlasco, la prova scientifica rischia di non essere  una bussola infallibile. Tracce ambigue, perizie contrastanti e margini interpretativi possono incrinare più che rafforzare un impianto accusatorio. Quando la scienza non converge, il rischio è che il processo si trasformi in un terreno di ipotesi concorrenti, dove il dubbio cresce invece di ridursi. In questi casi, più che certezze, si accumulano zone grigie difficili da dissipare.

Bisogna ricostruire il mosaico pezzo dopo pezzo, ascoltando, in silenzio, ciò che da decenni Serena e Santino cercano di dirci.

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