23 Marzo 2026
Il barile e il portafoglio — come la guerra di Trump può costare cara al Brasile (e al mondo)
I paesi non hanno responsabilità né controllo sul conflitto, ma ne ereditano il conto. Il caso del Brasile, specchio di quanto sta accadendo ovunque.

di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
L’epicentro è a diecimila chilometri da qui, ma le scosse si sentono già sull’asfalto brasiliano — e non soltanto.
La guerra che Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno aperto contro l’Iran — come chi accende un fiammifero vicino a una bombola per vedere se il gas funziona ancora — ha provocato quello che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito la più grande interruzione nella storia del mercato energetico globale. Il Brent ha superato i 100 dollari al barile l’8 marzo 2026 per la prima volta in quattro anni, toccando un picco di 126 dollari. Nelle settimane successive, i prezzi si sono assestati attorno ai 104-106 dollari, con oscillazioni violente che hanno mandato i mercati in tilt. In una seduta di metà marzo, il greggio è crollato del 19% e poi risalito in poche ore: un segnale di quanto sia diventato volatile il sistema.
Lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — è di fatto bloccato. Il traffico di petroliere è precipitato: dalle 24 navi in transito al giorno registrate a gennaio, si è arrivati a sole 4 il 1° marzo. Più di 200 navi sono rimaste bloccate nel Golfo Persico. La risposta di 32 nazioni è stata liberare 400 milioni di barili dalle riserve strategiche d’emergenza — equivalente a gettare sabbia nelle crepe mentre il suolo continua a tremare: l’IEA stessa ha avvertito che quei barili coprono appena 20 giorni del normale flusso attraverso lo stretto.
Gli attacchi sono iniziati il 28 febbraio con esplosioni a Teheran e in diverse città iraniane, inclusa la morte del leader supremo Ali Khamenei. L’Iran ha risposto chiudendo lo stretto e attaccando navi commerciali: almeno 16 imbarcazioni colpite dall’inizio del conflitto, secondo il centro britannico UKMTO. Mojtaba Khamenei, nuovo leader supremo, ha dichiarato che Hormuz resterà chiuso finché il conflitto non cesserà. La nebbia si addensa, con sempre meno punti di visibilità che permettano di intravedere un’uscita vicina.
Trump è imprevedibile: governa misurando le forze dall’alto verso il basso, sempre pronto a usare il potere bellico quando i suoi interessi vengono contrariati. La guerra serve a dialogare con la sua base, a proiettare forza e a mandare un messaggio a tutto il mondo — con la Cina come principale destinataria. Pechino ottiene circa il 40% del suo petrolio attraverso Hormuz: il conflitto è dunque anche una partita economica con il rivale asiatico, combattuta per procura sulle acque del Golfo Persico. Netanyahu, dal canto suo, si aggrappa alle guerre come strumento di sopravvivenza politica e ha trovato in Trump il partner ideale per trasformare il Medio Oriente in una vetrina di dimostrazione di forza.
Il petrolio è nostro (finché non smette di esserlo)
La prima onda dello choc è già arrivata in Brasile. Il 14 marzo, Petrobras ha aumentato il prezzo del gasolio di 0,38 real per litro. La compagnia statale si è affrettata a difendere la decisione: operazione “equilibrata”, ultimo aumento a febbraio 2025, calo reale accumulato di quasi il 30% dal 2022. Molte giustificazioni per un gesto che obbedisce ai soliti criteri: parità di prezzo internazionale, margine, azionisti. Un vestito nuovo per il vecchio copione della cassa. Petrobras, statale nel nome, continua a operare con la mano del mercato.
Lo scudo è arrivato da un indirizzo diverso. Il governo federale ha azzerato le tasse federali sul gasolio (PIS e COFINS) e creato un sussidio di 0,32 real per litro, puntando a un ribasso netto di 0,64 real alla pompa — superiore all’aumento della stessa Petrobras. La Polizia Federale ha aperto un’inchiesta sui prezzi abusivi. Il ministro dell’Economia Fernando Haddad ha definito la misura temporanea, roba da “stato di guerra”. Mentre Petrobras trasmetteva il tremore, il governo cercava di ammortizzare la vibrazione. Un dettaglio che rivela molto su chi propaga lo shock e chi cerca di assorbirlo.
La seconda onda è politica e ha memoria. Chi ha vissuto il maggio 2018 in Brasile sa il danno che il gasolio può causare quando supera una certa soglia: scaffali vuoti, distributori a secco, ospedali che razionano l’ossigeno, tutto perché il carburante era diventato troppo caro per chi muove il paese su gomma. Il fantasma è tornato ad aggirarsi. Il presidente Lula ha delegato le trattative con i camionisti a Guilherme Boulos, segretario generale della presidenza. Nel governo c’è chi legge la mobilitazione come una pauta legittima e chi vi vede opportunismo — leader dei camionisti con affinità bolsonarista che tentano di fabbricare una crisi in un anno elettorale. Probabilmente, è tutto insieme, allo stesso tempo.
La fame ha una logistica
La terza onda è la più lenta e la più difficile da contenere, perché colpisce ciò che sostiene la vita delle persone. Lo Stretto di Hormuz non trasporta soltanto petrolio. Per di là transita circa un terzo dei fertilizzanti mondiali: i prezzi dell’urea a New Orleans sono già saliti da 475 a 680 dollari per tonnellata metrica. Senza fertilizzanti nelle quantità necessarie, i raccolti rischiano di calare — con conseguenze che si ripercuoteranno su tavole ben lontane dal Medio Oriente. Il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU ha già lanciato l’allarme sul rischio di aggravarsi della fame globale.
Dubai, polo logistico per medicinali e materie prime che serve mezza Asia, è stata colpita dagli attacchi iraniani. La catena di scarsità ricorda i colli di bottiglia della pandemia, solo che questa volta il virus è geopolitico e il vaccino non esiste. Gli effetti, secondo Goldman Sachs, potrebbero ridurre il PIL globale dello 0,7% e spingere l’inflazione mondiale al 5,1% nel 2026. Per l’Europa — già rallentata dalla guerra in Ucraina — l’impatto sarebbe particolarmente pesante: Oxford Economics stima che prezzi del petrolio sostenuti a 140 dollari al barile per due mesi basterebbero a spingere la zona euro in recessione.
L’inflazione brasiliana stava dando segnali di tregua. C’era spazio per discutere un taglio dei tassi. Quell’orizzonte si è allontanato — e qui sta una delle distorsioni più persistenti della politica economica: un solo rimedio per l’inflazione è conosciuto, i tassi alti. La ricetta di un unico antibiotico per qualunque febbre, che sia causata da eccesso di domanda o da rottura dell’offerta. Lo shock del petrolio è, per definizione, un problema di offerta. Il prodotto è diventato più scarso non perché i brasiliani consumino di più, ma perché una guerra ha chiuso il rubinetto del mondo. Alzare i tassi non riapre Hormuz, non fa arrivare i fertilizzanti più in fretta, non abbassa il nolo marittimo. Frena solo il credito, rallenta gli investimenti e blocca l’occupazione.
Il paradosso più perverso è questo: il paese non ha alcuna responsabilità sulla guerra, nessun posto al tavolo dove le decisioni vengono prese, nessun potere per interrompere il conflitto. Eredita soltanto il conto. Come sempre, l’aumento dei prezzi ricade sulle spalle dei governi — anche quando l’origine è altrove, in decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza.
Le repliche durano più della scossa
I terremoti hanno una caratteristica traditrice: le repliche durano più della scossa iniziale. Decisioni mosse da calcolo elettorale e vanità geopolitica redistribuiscono i costi con brutalità silenziosa. Il gasolio è il filo invisibile che cuce l’economia da un capo all’altro — dalla raffineria al camion, dal camion allo scaffale, dallo scaffale al portafoglio di chi fa la spesa.
In Brasile come in Italia, come in Giappone, come in qualunque paese che non produce abbastanza petrolio da bastare a sé stesso: alla fine dei conti, la guerra di Trump non è solo contro l’Iran.

