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Mentre discutono di potere, si seppelliscono bambini

Tra il silenzio dell’Europa e la guerra: la Spagna dice no

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Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

Mentre gran parte dei governi europei mantiene un allineamento diplomatico con Washington e Londra dichiara il proprio sostegno alle operazioni militari, Madrid rompe il consenso e rifiuta l’uso del proprio territorio per ampliare la guerra.

Ci sono momenti in cui la politica internazionale smette di essere soltanto diplomazia, strategia o competizione tra potenze. Diventa una questione morale. Quando il mondo assiste al funerale collettivo di bambini uccisi dalla guerra, la domanda che dovrebbe risuonare in tutte le capitali non riguarda solo chi vincerà il prossimo confronto, ma qualcosa di molto più semplice e inquietante: fino a che punto siamo disposti ad accettare la distruzione della vita umana come parte normale della politica globale?

Negli ultimi mesi il mondo ha assistito ancora una volta a scene che dovrebbero essere intollerabili per qualsiasi coscienza civile. Bambini uccisi, scuole ridotte in macerie, città devastate. Eppure, di fronte a queste tragedie successive, gran parte della politica internazionale sembra continuare a funzionare come se tutto fosse soltanto un capitolo prevedibile della competizione tra potenze.

In questo scenario, l’Europa ha mostrato una postura profondamente contraddittoria. Molti governi hanno preferito mantenere il silenzio, adottare dichiarazioni diplomatiche vaghe o semplicemente accompagnare l’allineamento strategico con Washington. Il Regno Unito è andato oltre, dichiarando apertamente il proprio sostegno alle operazioni militari. Ancora una volta, la logica dell’alleanza atlantica ha prevalso su qualsiasi discussione più profonda sui limiti della guerra e sulla protezione della vita civile.

Per questo la decisione del governo spagnolo di rifiutare l’uso del proprio territorio per ampliare l’offensiva militare ha assunto un significato che va oltre la diplomazia quotidiana. Negando che le basi militari situate in territorio spagnolo venissero utilizzate per operazioni contro l’Iran, Madrid ha rotto un consenso che sembrava automatico all’interno del sistema di alleanze occidentali.

Non si tratta di un gesto isolato o puramente tecnico. È una decisione politica che riapre un dibattito essenziale: fino a che punto i paesi europei sono disposti a continuare a partecipare a conflitti che aumentano l’instabilità globale e moltiplicano le vittime civili?

La reazione di Washington alla posizione spagnola ha rivelato anche la durezza di questo confronto. La pressione esercitata sugli alleati che si allontanano dalla linea strategica definita dagli Stati Uniti mostra quanto fragile resti l’equilibrio tra sovranità nazionale e alleanze militari nell’attuale architettura geopolitica.

Eppure il gesto spagnolo, anche se isolato, possiede un importante valore simbolico. Dimostra che la politica internazionale non deve essere completamente determinata dalla logica automatica delle alleanze militari. Gli Stati possono ancora scegliere di rifiutare determinate operazioni quando ritengono che i rischi umanitari e politici superino i benefici strategici.

In un mondo segnato da guerre successive — dalla devastazione di Gaza ad altri conflitti meno visibili — questa scelta ricorda qualcosa di fondamentale: la politica internazionale non è soltanto un gioco tra Stati. Determina ogni giorno la vita e la morte di persone reali.

Forse lo scandalo più grande del nostro tempo non è soltanto la violenza delle guerre, ma la facilità con cui il mondo si è abituato ad esse. Bambini sepolti, città distrutte, scuole ridotte in macerie — e tuttavia la politica internazionale continua a trattare queste tragedie come inevitabili danni collaterali.

Il silenzio di molti governi europei davanti a questa realtà rivela una profonda crisi morale. Per questo la decisione della Spagna assume un significato che va oltre la diplomazia. Ricorda qualcosa di essenziale: gli Stati possono ancora scegliere tra obbedire alla logica della guerra o difendere il valore più fondamentale della civiltà — la vita umana.

Di fronte a tante morti, forse la domanda più difficile non riguarda la geopolitica, ma noi stessi: siamo ancora l’umanità che crediamo di essere?