02 Marzo 2026
Netanyahu ordina l’attacco all’Iran e Trump esegue

Di Fulvio Rapanà
Come era facilmente prevedibile Netanyahu ha dato gli ordini e Trump, il mancato premio Nobel per la pace, li sta eseguendo ovviamente nell’interesse del popolo americano, anche se un sondaggio negli Stati Uniti di giovedì 26 febbraio dava un 70% degli intervistati contrario ad una nuova guerra contro l’Iran, il 21% favorevoli e il 9% di indecisi. “Sono molto preoccupato”, ha dichiarato martedì il deputato Jim Himes, il principale esponente democratico della Commissione Intelligence della Camera, dopo un incontro a porte chiuse con il Segretario di Stato Marco Rubio: “ non abbiamo ancora sentito articolare una sola valida ragione per cui questo sia il momento di scatenare un’altra guerra in Medio Oriente“. Sui giornali americani l’ipocrisia ha raggiunto livelli da repubblica delle banane. In un articolo appena pubblicato su New York Times il comitato editoriale , diverso dalla redazione giornalistica, formato da opinionisti che fanno altro nella vita, titola: “Perché ha iniziato questa guerra, signor Presidente?”. L’ingenuità infantile di questi professori è veramente commovente oppure è una evidente colossale montagna di ipocrisia. Non vanno diretti al punto ma fanno finta di cercare le prove che possono smentire le supposte motivazioni dell’attacco dichiarate da Trump. Nell’articolo si legge “un funzionario ha affermato che alcuni analisti dell’intelligence erano preoccupati che i loro alti funzionari avessero gonfiato le minacce o che le informazioni fossero state presentate in modo selettivo o distorte durante la loro diffusione”.
La solita commedia degli inganni
Il copione della tragica sceneggiata si ripete con una certa continuità: l’establishment della politica estera di Washington mette in guardia il presidente da qualche atto che infrange le norme, lui ignora i consigli e va avanti, senza subire “apparenti” ripercussioni con l’appoggio della sua corte dei miracolati. Steve Witkoff, che di mestiere faceva l’agente immobiliare e che ora è il principale inviato di Trump in tutti i fallimentari negoziati dalla crisi ucraina a Gaza all’Iran , ha dichiarato sabato alla Fox News che l’Iran “probabilmente tra una settimana avrà a disposizione materiale per la fabbricazione di bombe di livello industriale“. Su Post funzionari americani dell’intelligence e di ispettori internazionali degli armamenti in anonimato hanno smentito la minaccia. Ho precisato “apparenti ripercussioni” perché gli eventi di contrasto a cui ci si riferisce per questi casi di dissenso sono relative a eventi pubblici come manifestazioni di piazza, attacchi a strutture militari e diplomatiche, ma il fatto che in tutto l’occidente questo tipo di dissenso viene represso anche con la forza o nascosto dai media non è detto che non esista e si va allargando. Un sondaggio Gallup di dicembre, sul consenso verso Israele, dice che solo il 38% degli intervistati, cittadini americani, è favorevole, prima del 7 di ottobre era del 61%, con picchi di consenso tra i giovani democratici, fino a 25 anni, che scende al 22%.
La verità viene dal mondo sionista
Ci pensa Bret Stephens editorialista, fortemente sionista, sul NYT: “ L’Iran rappresenta l’ultima minaccia per l’ordine globale, e del medioriente in particolare, che Stati Uniti e Israele stanno “faticosamente portando avanti (!!), a causa delle sue ambizioni nucleari danneggiate ma durature, dei suoi profondi legami strategici con Mosca e Pechino, delle persistenti minacce al commercio marittimo e del sostegno al terrorismo internazionale. Rappresenta una minaccia diretta per Israele con il suo sostegno a gruppi anti-israeliani come Hamas e Hezbollah, ma anche attraverso la sua ingerenza in Libano, Iraq, Yemen e (fino al rovesciamento del regime di Bashar al-Assad) Siria”. Bret Stephens ha certamente il pregio di dire le cose come stanno ma lo può fare perché motiva le ragioni di Israele.
Trump come Bush J.
Trump, come i precedenti presidenti anche democratici, dice di trattare, che “non ho ancora deciso” nel contempo che ammassa forze militari. Contestualmente infiocchetta le minacce con affermazioni del tutto prive di fondamento: “ l’Iran ha riavviato il suo programma nucleare, ha abbastanza materiale nucleare disponibile per costruire una bomba in pochi giorni e sta sviluppando missili a lungo raggio che saranno presto in grado di colpire gli Stati Uniti”. Le dichiarazioni di Trump sull’urgenza della minaccia rappresentata dalle capacità missilistiche e nucleari dell’Iran nel suo discorso sullo Stato dell’Unione di questa settimana fanno il pari con quelle del 2003, quando il presidente George W. Bush utilizzò il discorso sullo Stato dell’Unione per costruire un caso di guerra dichiarando che “l’Iraq aveva cercato uranio in Africa per alimentare un nascente programma di armi nucleari” affermazione, come molte altre dei presidenti degli Stati Uniti che in seguito si riveleranno tragicamente false ma utili in quel momento ad imporre una guerra ora come allora su mandato israeliano.
La geopolitica conferma una finestra favorevole all’attacco
La geopolitica viene in soccorso per comprendere i motivi per cui in questo momento Trump accetta di seguire la strategia di Netanyahu e riguarda una finestra di fattibilità per tutti e tre i paesi coinvolti. Israele è entrato in un anno elettorale in cui Netanyahu ancora si candida e ha necessità di presentarsi all’elettorato come colui che ha realizzato l’annessione della Cisgiordania e l’ annientato di qualsiasi tipo di contrasto ad Israele nel raggio di 3000 chilometri. I 2000 morti complessivi, fra il 7 di ottobre e la guerra che ne è seguita, e 4000 feriti, i missili iraniani che sono arrivati al centro di Tel Aviv e che senza l’aiuto di Stati Uniti , Gran Bretagna, Francia e di una decina di nazioni avrebbero avuto conseguenza catastrofiche , ha scosso l’opinione pubblica israeliana che pensava di essere totalmente al sicuro. Israele vive molto e si alimenta come “posto sicuro dove gli ebrei possono sempre rifugiarsi”. Quello che è successo dal 7 di ottobre in poi ha minato questa certezza e alimentato la consapevolezza che non esistono posti sicuri al mondo. Netanyahu per vincere ed evitare che politici molto peggiori vanno al potere deve ripristinare queste certezze ma da solo non è in grado di farlo.
L’Iran ha vissuto grandi manifestazioni di contestazione al regime e una durissima repressione che lo rende sempre più isolato rispetto alla popolazione soprattutto delle città e dei giovani, ma difficilmente l’attacco militare spingerà alla sua caduta nè aprirà la strada ai Pahlavi, più probabile una autocrazia non apertamente filo americana, tipo Egitto, con le forze armate che garantiscono una certa stabilità interna e una qualche neutralità internazionale.
Strategicamente parlando gli Stati Uniti non hanno motivi rilevanti e urgenti per attaccare l’Iran che non rappresenta una minaccia per gli interessi mediorientali di Washington . Tuttavia una serie di sconfitte in patria e l’andamento negativo dell’economia ha fatto aumentare la pressione dei suoi sponsor sionisti dentro l’amministrazione che spingono per un rilancio sull’Iran e costringere Teheran a un nuovo accordo definitivo o per ricorrere all’usa della forza. Trump vuole dimostrare che è lui a decidere, a dimostrare ai potenziali nemici le capacità militari dell’esercito statunitense, a rafforzare la sua posizione negoziale, a dimostrare di essere serio quando ha promesso in un post di gennaio su Truth Social di proteggere i manifestanti iraniani a differenza di Obama. Sta attuando questo attacco nel solo ed esclusivo interesse di Israele che già da tempo ha fatto sapere che o il governo iraniano accetta un accordo nucleare in cui rinuncia a tutto l’arricchimento nucleare, anche civile, e al suo programma missilistico, oppure deve attaccare e gli Usa saranno inevitabilmente trascinati dentro. Israele vuole ora la resa totale e senza condizioni dell’Iran per due motivi: primo: perché l’Iran si starebbe rifornendo di armi convenzionali sofisticate e letali, sia per la difesa che per l’attacco, e di componenti per il suo arsenale di missili balistici dalla Cina . Secondo: le elezioni di midterm potrebbero dare una maggioranza alla camera o a entrambi i rami del congresso ai democratici i cui vertici sono sempre totalmente pro-israele ma con una base che in maggioranza considera l’ alleanza troppo contraria agli Stati Uniti. Per cui la partita va’ chiusa adesso con Trump legato mani e piedi alle lobby sioniste.
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