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La fine dell’umanità? NATO, guerra e il lutto del futuro

Perché il futuro non è ancora scritto. E forse — solo forse — potrà ancora essere nostro.

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Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

Ho scritto tante volte sul fallimento del capitalismo che a volte mi chiedo se ci sia ancora qualcosa da dire. Parlo del collasso sociale, dell’accumulazione oscena, della disuguaglianza come sistema. Parlo della distruzione della natura, della fame, della barbarie del lavoro precario, della gioventù senza orizzonte. Parlo del futuro, o di ciò che sta diventando impossibile immaginare.

Forse la mia insistenza non è altro che questo: un grido di sopravvivenza, un mantra ripetuto a me stessa — “resistere è possibile” — come se scrivere fosse il mio modo di non impazzire davanti a tanto assurdo. Ma confesso: la decisione della NATO, nel giugno 2025, di investire il 5% del PIL in armamenti entro il 2035, mi ha gettata in un abisso.

Quando le bombe valgono più della vita

Cosa dire quando i governi che si dicono democratici scelgono carri armati, caccia e missili invece di scuole, ospedali e rifugi climatici? Cosa resta per i popoli, per i giovani, per gli anziani, per i lavoratori, per le madri che non hanno dove lasciare i figli?

Non si tratta solo di una scelta strategica. È una dichiarazione di valori: la vita umana è stata ufficialmente declassata. I missili sono diventati più importanti di ognuno di noi.

In Europa lo vediamo ogni giorno:

  • In Italia, il SSN ha perso oltre 40 miliardi di euro dal 2010, con interi ospedali chiusi.
  • Nel Regno Unito, il NHS è allo stremo tra carenza di personale e privatizzazioni silenziose.
  • In Francia, Macron ha imposto una riforma delle pensioni contro la volontà di milioni di persone.
  • In Spagna, oltre il 25% dei giovani è disoccupato — mentre si spendono miliardi in sicurezza militare e mezzi blindati.

E tutto questo mentre l’Europa ospita 31 dei 100 miliardari più ricchi del mondo, e detiene da sola oltre 45 trilioni di euro in patrimoni privati.

La guerra come progetto di futuro

La NATO si comporta come se volesse provocare la Russia. Sì, la Russia di Putin ha un governo autoritario, che non va idealizzato. Ma per favore — qualcuno crede davvero che Mosca voglia conquistare l’Europa? Con quale popolazione? Con quale interesse? La Russia è già il paese più grande del mondo per estensione territoriale, con densità demografica bassissima e sfide infrastrutturali enormi.

La guerra in Ucraina è stata un tragico errore, ma non è piovuta dal cielo. È figlia dell’espansione della NATO verso l’Est Europa, in violazione delle promesse storiche fatte a Gorbaciov alla fine della Guerra Fredda.
Ciò che la Russia ha rifiutato è l’ingresso dell’Ucraina in un’alleanza militare che si avvicina sempre più ai suoi confini, circondando il suo territorio con basi e missili. Non è paranoia. È geopolitica.

E la verità scomoda è questa: l’Europa non vuole evitare la guerra. Si sta preparando ad essa. O forse la desidera.

Cina, colonialismo e ipocrisia

Molti leader europei giustificano questo aumento della spesa militare con il pretesto di “bilanciare la Cina”. Ma cosa sta facendo la Cina? Investe in energie rinnovabili, infrastrutture, lotta alla povertà. Ha lanciato un nuovo Codice Ecologico, rimboschito intere aree, e rafforzato la sua presenza in Africa con ferrovie, ospedali, centri di ricerca.

E qui bisogna dire ciò che molti evitano: l’Europa è stata — e in parte è ancora — una potenza coloniale.
Sono stati gli imperi europei a saccheggiare popoli, imporre confini, distruggere lingue, annientare culture e arricchirsi con il lavoro schiavizzato.
La povertà nel Sud globale non è frutto del caso, ma del saccheggio storico operato dal Nord globale.
E oggi, davanti a una Cina che propone cooperazione, si preferisce investire nella guerra.

Siamo in lutto — ma ancora vivi

Quello che la NATO ci propone è lo stesso veleno che il capitalismo ci serve da decenni: paura, sorveglianza, armi, controllo, alienazione.
Ma stavolta in gioco non ci sono solo la libertà o la dignità. C’è la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta.

Eppure, nonostante tutto…

Io scrivo.
Perché so che, da qualche parte, c’è qualcun altro col petto soffocato.
So che non sono sola.
So che la speranza non è un’illusione, ma una forma di lotta.

Dobbiamo dire no

No al militarismo.
No al ricatto nucleare.
No al capitalismo di guerra.
No alla morte come politica di Stato.

Dobbiamo dire sì alla pace, sì alla dignità, sì alla ribellione che non accetta il mondo così com’è.

Perché il futuro non è ancora scritto. E forse — solo forse — potrà ancora essere nostro.