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Cultura

L’arte, prostituzione o creazione?

A prescindere dalla definizione che si decida di dare all’arte, un elemento appare impossibile da mettere in discussione: che esiste da sempre, da quando cioè esiste l’uomo e che dunque in qualche modo risponde ad un bisogno profondo che prende avvio dalla sua natura. 

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Da dove l’arte prenda origine è questione affrontata da tutte le discipline, nei modi più vari e con risultati altrettanto vari, cosa che non ci turba più di tanto, abituati come siamo all’idea che il sapere porti inevitabilmente con sé il concetto della sua relatività e che dunque gravi solo su di noi la responsabilità della scelta di quanto risulti al nostro vaglio critico più convincente.

Pertanto non ci scomponiamo affatto se le neuroscienze ci offrono dell’arte una spiegazione e la psicoanalisi una che magari con la prima risulti essere in palese contraddizione. 

A prescindere però dalla definizione che si decida di darle, un elemento appare impossibile da mettere in discussione: che l’arte esiste da sempre, da quando cioè esiste l’uomo e che dunque in qualche modo risponde ad un bisogno profondo che prende avvio dalla sua natura. 

Restano ovviamente da chiarire le ragioni di tale umano bisogno. 

Personalmente ho sempre trovato convincente la definizione data da Charles Baudelaire ne Il mio cuore messo a nudo e cioè che l’arte sia essenzialmente prostituzione, definizione che sulle prime potrebbe anche suscitare reazioni contrastanti, ma che a ben guardare ha in sé molti elementi di ragionevolezza. 

Cosa sia la prostituzione è concetto chiaro a tutti: vendere sé stessi per ciò che in diritto si chiama un  corrispettivo, non necessariamente in danaro. 

L’arte, come l’amore per il poeta francese, corrisponde ad un preciso bisogno/piacere, quello dell’uomo di uscire da sé stesso, per orrore della solitudine che egli avrebbe insito nel suo cuore. 

Anche l’accostamento all’arte dell’amore sempre in termini di prostituzione, può generare in noi una reazione di rifiuto, eppure persino in questo caso, gli elementi che diano conforto alla tesi di Baudelaire non mancano, primo fra tutti il fatto che senza questo istinto a vendersi, l’uomo si sarebbe estinto. 

Ciò che connota di più l’essere umano, qualunque essere umano  è dunque questa spinta al superamento dei confini della propria individualità che, come sappiamo, nel secolo successivo a quello del poeta sarà in filosofia sostenuto ad esempio da Lévinas, ma questo Baudelaire non avrebbe certo potuto immaginarlo. 

La riflessione sull’arte e l’amore nello scrittore francese ci offre l’occasione per osservare quanto nei secoli il pensiero su qualunque argomento possa essere soggetto a cambiamenti ed evoluzioni, talvolta radicali: ciò che Baudelaire esprime a proposito dell’arte, per molti grandi poeti e pensatori di epoche a lui lontane, ma anche per tanti dei suoi contemporanei, sarebbe stato ed era considerato un’autentica eresia. 

Sottolineare il ruolo sostanziale della relazione per definire l’uomo, identificandolo, più che con una monade, come una serie infinita di interazioni con l’altro, che oggi non ci pare particolarmente “pericoloso” da sostenere, ha richiesto da parte del poeta una certa dose di coraggio nonché di genio, diffuso quest’ultimo purtroppo cum grano salis in ogni epoca.

Ma il vendersi non è poi in fondo un crearsi, anzi, un ri-crearsi fuori da sé? 

Sia che la si guardi dal punto di vista della scienza, sia che la si guardi da quello dell’arte, ci si trova di fronte in qualche modo ad una creazione. 

Se accettiamo di far coincidere la prostituzione dell’uomo nell’arte, sostenuta da Baudelaire, con il concetto di creazione, abbiamo invece l’impressione che la suddetta evoluzione del pensiero non si sia avuta e che tutto sia stato sempre atto di creazione, sin da Adamo ed Eva nella Bibbia, con la sola differenza che la cultura che ha prodotto la Bibbia, credendo alla divinità, non poteva certo presupporre un umanissimo corrispettivo, un do ut des, la cui esistenza invece da Baudelaire viene rimarcata.

Quindi, in conclusione, converrà riflettere sul fatto che talune assolute lontananze nel modo di interpretare il mondo siano spesso più apparenti che reali e che, operazione di un certo interesse quando si indaga sull’evoluzione del pensiero, della cultura nei secoli è anche lo studio di quei  fenomeni che il linguaggio ci fa apparire diversi, ma che attraverso un lavoro di ripulitura ed analisi storica potrebbero rivelare sorprendenti ed inediti elementi di contatto.

            Rosamaria  Fumarola.

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Giornalista pubblicista, scrittrice, critica jazz, autrice e conduttrice radiofonica, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano