Inchiesta
La Nato e i misteri di Gaeta
Nel 1967 la VI Flotta USA arriva a Gaeta: una storia di spie, malavita e misteri irrisolti sul mare

di PIERDOMENICO CORTE RUGGIERO
Ogni comunità, piccola o grande, ha la sua identità: un patrimonio culturale e sociale costruito in secoli e secoli di storia. Eppure, a volte, basta un solo secondo per cambiare tutto.
È esattamente ciò che è accaduto a Gaeta, splendida cittadina laziale adagiata sul mare. Fortezza storica dei Borbone e del Papa, Gaeta ha sempre convissuto con una forte e radicata presenza militare in ogni epoca, tanto che i suoi abitanti erano ormai storicamente abituati a questa realtà. Nel 1966, però, qualcosa cambia per sempre.
In quell’anno, il Presidente francese Charles De Gaulle decide l’uscita della Francia dalla Nato, imponendo la chiusura di tutte le basi sul territorio nazionale. Tra queste c’è anche la base navale di Marsiglia, che fino ad allora ospitava la VI Flotta della marina statunitense. Si tratta di un comando dal ruolo nevralgico, strategico sia per contrastare le ambizioni sovietiche nel Mediterraneo, sia per operare nei delicati teatri del Medio Oriente e del Nord Africa. Nella ricerca di una nuova sede idonea a ospitare il comando e la nave ammiraglia, la scelta cade proprio su Gaeta.
Nel 1967 la VI Flotta prende ufficialmente possesso della base. L’arrivo di migliaia di marinai e impiegati americani con le rispettive famiglie travolge la piccola comunità locale. Inizialmente, l’impatto è straordinariamente positivo: gli americani hanno molta liquidità, affittano appartamenti a prezzi d’oro, fanno acquisti massicci nei negozi e portano fiumi di denaro nei locali di intrattenimento. L’integrazione sembra procedere al meglio, ma la presenza della VI Flotta porta con sé anche due drammatici cambiamenti collaterali che nessuno avrebbe mai potuto prevedere.
Il primo risvolto oscuro: la malavita marsigliese
A Marsiglia, le attività illecite fiorivano da tempo attorno all’indotto della marina statunitense. Decisi a non perdere i propri profitti, i criminali marsigliesi trasferiscono le loro attività a Gaeta, importando contrabbando, traffico di droga e prostituzione in una cittadina che fino ad allora aveva sempre goduto di un bassissimo tasso di criminalità.
Proprio all’ombra della VI Flotta si consuma uno dei casi di cronaca nera più sconvolgenti della zona. Nell’agosto del 1970, in un appartamento in Via Appia lato Napoli a Formia, viene ritrovato il corpo senza vita della ventunenne Antonica Atzori di San Nicolò d’Arcidano. Il cadavere viene scoperto ben cinque mesi dopo il decesso. La ragazza aveva lasciato la Sardegna per lavorare come intrattenitrice nei locali notturni di Gaeta, frequentati soprattutto dai marinai americani. La sua morte non verrà mai chiarita. A rendere il caso ancora più oscuro è la fine di Corte Giovanni da Coreno Ausonio, proprietario di quell’appartamento. Travolto e ucciso a Zurigo da un’auto pirata mai individuata nell’ottobre dello stesso anno. Pochi giorni prima di tornare in Italia per essere sentito dai carabinieri.
Il secondo risvolto oscuro: la Guerra Fredda e lo spionaggio
Gaeta si trasforma improvvisamente in uno dei fronti più caldi e silenziosi della Guerra Fredda. Conoscere i movimenti della VI Flotta è vitale per il blocco sovietico: arrivano così in città gli agenti segreti del Patto di Varsavia e di altri paesi del bacino del Mediterraneo. L’interesse dell’intelligence è amplificato dalla presenza, a poca distanza, di altri due obiettivi sensibili: la base sotterranea Proto della Nato a Mondragone e la centrale nucleare di Sessa Aurunca.
Finti turisti, informatori italiani reclutati sul posto, microspie e teleobiettivi iniziano a popolare Gaeta. I marinai americani diventano bersagli facili nei locali notturni della movida; proprio qui, i servizi segreti sovietici riescono ad arruolare come spia un marinaio statunitense, che in seguito fuggirà in Unione Sovietica.
I misteri moderni
Con la fine della Guerra Fredda, Gaeta perde parte della sua rilevanza strategica, ma non i suoi misteri. Il 3 gennaio 2009 scompare Raimond Bryant, un impiegato civile della marina americana. Il suo corpo viene ripescato l’8 gennaio nelle acque del porto, custode del segreto della sua morte: il cadavere non presenta i segni compatibili con una lunga permanenza in acqua e l’uomo, prima di sparire, aveva ricevuto una misteriosa telefonata.
Il giorno successivo, il 4 gennaio 2009, a Penitro di Formia viene trovato il cadavere di Trevor Cristopher Pashenee, sottufficiale della US Navy specializzato nella manutenzione di apparati di criptaggio delle comunicazioni sulla nave ammiraglia. Di lui non si avevano notizie dalla vigilia di Natale. Il corpo si trova all’interno di un’auto parcheggiata nel garage della villetta dove si era trasferito da pochi giorni. Il tubo di scappamento dell’auto non è collegato all’abitacolo e, secondo alcuni testimoni, le chiavi non erano inserite nel cruscotto.
Due casi estremamente sospetti, archiviati con insolita rapidità. Così come troppo velocemente sono state archiviate le storie e le conseguenze di una guerra forse definita “fredda”, ma che ha mietuto vittime reali. Siamo abituati a studiare la grande Storia, ma dimentichiamo spesso le migliaia di piccole esistenze influenzate dalle decisioni dei pochi che la scrivono. È un concetto che Lucio Dalla ha sintetizzato magistralmente nella sua celebre canzone Itaca:
«Capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino, pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino?»
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