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28 Settembre 2026

“Il Brasile non è il cortile di nessuno”: Lula sfida Trump all’ONU, mentre le big tech cercano di zittire chi denuncia 

Lula e Trump all’ONU: la sovranità si gioca anche sui social.

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Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

La mattina del 22 settembre, il mondo ha assistito a un contrasto raro nell’apertura dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York. Due presidenti sono saliti sulla stessa tribuna, a pochi minuti di distanza, presentando due visioni inconciliabili di quello che dovrebbe essere l’ordine internazionale. Da una parte, Luiz Inácio Lula da Silva ha ribadito la sovranità brasiliana e ha messo in guardia il mondo contro l’interferenza straniera nelle elezioni che il Paese vive a dieci giorni dal primo turno. Dall’altra, Donald Trump ha trattato l’emisfero occidentale come una zona di interessi vitali degli Stati Uniti, da difendere, se necessario, con la forza militare. Lo scontro tra i due discorsi, però, non si è fermato alla tribuna dell’ONU. Si ripete, con altri protagonisti, nella battaglia quotidiana per il controllo dell’informazione che arriva ai brasiliani sui social network, dove profili di campagne elettorali, comici e persino vescovi cattolici hanno subito blocchi che hanno rialimentato, ancora una volta, il sospetto di censura privata. 

“Sovranità o subordinazione”: il messaggio di Lula a New York 

Per tradizione istituita nel 1955, spetta al Brasile aprire il dibattito generale dell’Assemblea dell’ONU. Lula ha usato questo posto simbolico per rispondere, senza fare nomi, alle pressioni che il governo americano esercita sul Brasile da quando Washington ha collegato dazi commerciali e sanzioni alla difesa dell’ex presidente Jair Bolsonaro, sotto processo per tentato colpo di Stato. “Il Brasile non è il cortile di nessuno”, ha dichiarato il presidente, riprendendo il titolo di un libro dell’economista brasiliano Paulo Nogueira Batista Jr (ex vicepresidente della Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS), in uno dei quattro momenti in cui l’Assemblea lo ha applaudito. Lula ha sostenuto che il mondo debba scegliere tra “sovranità o subordinazione” e ha affermato che non permetterà l’azione di “nemici interni ed esterni della democrazia” nel processo elettorale brasiliano, mescolando la critica all’interferenza esterna con un messaggio diretto agli alleati interni di quella stessa interferenza. Il presidente ha difeso anche il rafforzamento del multilateralismo e la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha visto applaudito il passaggio in cui ha riconosciuto la tratta degli africani ridotti in schiavitù come il crimine più grave contro l’umanità, e ha avvertito che il 2025 ha registrato il maggior numero di conflitti armati dalla Seconda guerra mondiale, sintomo, a suo avviso, di una “profonda crisi di leadership” internazionale. 

Il rovescio del discorso: Trump e l’emisfero come cortile di casa 

Pochi minuti dopo, Trump è salito sulla stessa tribuna offrendo lo specchio rovesciato di ciò che Lula aveva appena detto. Senza nominare direttamente il Brasile, il presidente americano ha dichiarato che “al vincitore, il bottino” e che le azioni degli Stati Uniti in Venezuela dimostrano che Washington “non permetterà più minacce” alla conquista di posizioni in qualsiasi parte dell’emisfero occidentale, ricorrendo alla forza militare, se necessario, per garantire gli “interessi vitali” americani. Ha definito i cartelli della droga lo “Stato Islamico dell’emisfero occidentale”, ha difeso gli attacchi alle imbarcazioni sospettate di narcotraffico nel Pacifico, ha chiamato il Messico “epicentro della violenza dei cartelli” e ha detto di puntare a un “grande cambiamento” a Cuba. Ha dedicato inoltre una parte centrale del discorso all’Iran, ripetendo che gli Stati Uniti non permetteranno mai al Paese di avere un’arma nucleare e arrivando a parlare apertamente della possibilità di “annientare” il regime iraniano, a quasi otto mesi dall’apertura, da parte di Washington e Israele, di una guerra contro Teheran che finora non ha trovato uno sbocco. In tono autocelebrativo, ha riassunto il proprio governo dicendo che “mentre altri parlavano di pace, io ho fatto la pace”, frase che è suonata singolare in bocca a un presidente arrivato a New York con la popolarità in calo alla vigilia delle elezioni legislative di metà mandato, le cosiddette midterms, di novembre. È tornato inoltre a definire l’agenda climatica come una delle più grandi truffe mai perpetrate al mondo. L’accostamento dei due discorsi, uno che rivendica sovranità e non ingerenza, l’altro che annuncia la disponibilità a usare la forza fuori dai propri confini, non è passato inosservato. 

Una platea divisa, il mondo ha reagito 

La stampa internazionale ha messo in evidenza lo scontro silenzioso tra i due leader. Agenzie come Reuters e Bloomberg hanno riportato che Lula ha messo in guardia contro l’interferenza straniera nelle elezioni brasiliane proprio nel momento in cui l’ombra di Trump “incombe sul voto” di ottobre. Dietro le quinte dell’Assemblea, Lula ha evitato l’avvicinamento del segretario di Stato americano, Marco Rubio, subito dopo il discorso di Trump, gesto letto come segnale che la tensione bilaterale continuerà ancora a lungo. In Brasile, la reazione ha diviso lo spettro politico nel modo prevedibile: testate e commentatori dell’area progressista, come Revista Fórum e Brasil 247, hanno definito il discorso un atto di coraggio di fronte alla pressione americana, mentre i profili vicini a Bolsonaro lo hanno bollato come autocelebrazione elettorale. La ministra Marina Silva, responsabile dell’Ambiente nel governo Lula, è arrivata a definire il gesto di Lula coraggioso, e ha definito, di contro, Trump autoritario. In Europa, la copertura della stampa progressista ha rafforzato una lettura già nota a chi segue il tema: quella secondo cui la diplomazia di Trump per l’America Latina ripropone, con un linguaggio nuovo, la vecchia Dottrina Monroe. 

L’altro fronte di battaglia: i social network 

Mentre i presidenti si scambiavano frecciate a New York, in Brasile si svolgeva, quasi in parallelo, una serie di episodi che illustra bene ciò a cui Lula alludeva parlando di sovranità: la battaglia per il controllo dell’informazione che circola sui social network brasiliani nei dieci giorni finali prima del primo turno. 

Il caso Porchat e la rete Master-Lagoinha 

Martedì 22, lo stesso giorno del discorso di Lula all’ONU, il progetto Revelando Brasil, del podcast Calma Urgente, ha pubblicato un video di trenta minuti presentato dal comico Fábio Porchat, che espone i legami tra la Banco Master (uno dei principali istituti di credito privati del Paese, coinvolto in un grosso scandalo finanziario), il suo fondatore Daniel Vorcaro, la Chiesa Battista di Lagoinha (una delle megachiese evangeliche più influenti del Brasile, guidata dal pastore André Valadão) e politici come il deputato Nikolas Ferreira e il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente. Il video ha raggiunto due milioni di visualizzazioni su YouTube in ventiquattro ore. La mattina seguente, il profilo Instagram del progetto, con oltre centomila follower, è stato rimosso da Meta, senza una spiegazione pubblica su quale regola della piattaforma sarebbe stata violata. Poche ore dopo l’account è stato ripristinato, e l’azienda ha parlato di un errore, scusandosi “dopo una revisione interna”. L’effetto, però, è stato l’opposto di quello previsto: secondo un’indagine dell’Istituto Democracia em Xeque, organizzazione brasiliana di monitoraggio elettorale, il settanta per cento delle oltre cinquecentomila menzioni al video sui social si sono verificate dopo la rimozione temporanea, il cosiddetto effetto Streisand. Porchat ha definito l’episodio un tentativo di censura. 

I vescovi messi a tacere 

Pochi giorni prima, un episodio diverso ma di significato analogo aveva coinvolto la Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB, l’organismo che riunisce l’episcopato cattolico brasiliano). Dopo che alcuni vescovi dell’Amazzonia e l’arcivescovo emerito di Aparecida, monsignor Orlando Brandes, avevano diffuso video che invitavano i fedeli al “voto consapevole” e mettevano in guardia contro i candidati con precedenti giudiziari, l’ente ha perso l’accesso al proprio account ufficiale su X, senza una spiegazione definitiva sul motivo. Vale qui una precisazione giornalistica: a differenza del caso Porchat, che ha riguardato Instagram, di proprietà di Meta, il blocco della CNBB è avvenuto su X, la piattaforma di un altro miliardario, Elon Musk, con un noto orientamento verso la destra internazionale. Sono aziende diverse, ma lo schema si ripete: voci che disturbano l’establishment politico in anno elettorale, siano esse comici investigativi o vescovi cattolici, incontrano ostacoli tecnici sulle big tech proprio nel rush finale della campagna. 

Lo schema si ripete: l’account pubblicitario di Lula 

A completare il quadro un terzo episodio: venerdì 25, Meta ha disattivato temporaneamente l’account pubblicitario usato dalla campagna per la rielezione di Lula su Facebook, a dieci giorni dal primo turno. Il team legale della campagna ha presentato ricorso all’azienda lo stesso giorno, sostenendo che la sospensione unilaterale di account di candidati in periodo elettorale genera un “vantaggio asimmetrico” per gli avversari e viola il diritto a internet come condizione essenziale per l’esercizio della cittadinanza. L’account è stato ripristinato poche ore dopo, senza che Meta spiegasse pubblicamente il motivo del blocco. 

La sovranità è anche sovranità digitale 

Presi singolarmente, questi episodi potrebbero essere letti come errori tecnici o sbagli di moderazione automatizzata, come sostengono le stesse aziende. Presi insieme, compongono un quadro più ampio: quello di piattaforme private, con sede fuori dal Brasile e senza alcun obbligo di rendere conto all’elettorato brasiliano, che decidono, anche solo per poche ore, cosa i brasiliani possano o non possano vedere alla vigilia di un’elezione presidenziale. È questo il filo che collega la tribuna dell’ONU agli schermi dei cellulari. Quando Lula ha detto che “il Brasile non è il cortile di nessuno”, parlava di dazi e sanzioni, ma lo stesso principio vale per le regole che le big tech americane impongono, senza preavviso e senza trasparenza, sul dibattito pubblico brasiliano. La sovranità che si difende a New York va difesa anche nell’algoritmo.