27 Settembre 2026
LA STRAGE DI ALCAMO MARINA, DOMANDE E RIFLESSIONI
Due carabinieri uccisi nella notte, quattro giovani accusati e poi riconosciuti innocenti, confessioni ottenute con la violenza e un depistaggio che per decenni ha coperto la verità. Oggi resta una domanda: chi ordinò l’assassinio di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo?

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Alcamo Marina, provincia di Trapani. È la notte tra il 26 e il 27 gennaio 1976.

Nella piccola caserma dei Carabinieri dormono due militari: l’appuntato Salvatore Falcetta e il carabiniere Carmine Apuzzo.
Poche ore dopo saranno morti.
Chi entra nella caserma sa come muoversi. La porta viene forzata con una fiamma ossidrica. Il collegamento telefonico viene interrotto. L’automobile di servizio viene resa inutilizzabile. Poi arrivano gli spari.
Non è, almeno apparentemente, una rapina improvvisata.
È un’azione nella quale qualcuno sembra avere previsto la necessità di isolare la caserma, impedire comunicazioni e ritardare l’intervento dei soccorsi. Ed impedire di essere inseguiti nel caso i carabinieri della caserma avessero sventato l’assalto.
Un lavoro da professionisti.
Quando gli altri militari arrivano, trovano una scena che sembra raccontare un assalto.
Ma la storia che seguirà sarà ancora più inquietante della strage.
Perché gli assassini non verranno individuati.
Al loro posto finiranno sotto processo quattro giovani.
E uno di loro, Giuseppe Gulotta, trascorrerà in carcere 22 anni prima di essere definitivamente assolto.
La prima pista: il terrorismo
All’indomani del duplice omicidio arriva una telefonata anonima a un quotidiano.
La strage viene attribuita alle Brigate Rosse.
È una pista che sembra inserirsi perfettamente nel clima dell’Italia degli anni Settanta: terrorismo, lotta armata, attentati contro le forze dell’ordine.
Ma qualcosa non torna.
Le Brigate Rosse smentiscono.
E la pista terroristica comincia progressivamente a perdere consistenza.
Le indagini, tuttavia, hanno già preso quella direzione.
Partono perquisizioni e interrogatori.
Tra le persone interessate dalle investigazioni compare anche Peppino Impastato, che negli anni successivi avrebbe dedicato attenzione alla vicenda svolgendo una sua indagine personale.
È uno dei primi elementi che rendono Alcamo Marina molto più complessa di una semplice storia criminale locale.
Il colpevole arriva quasi subito
Il 12 febbraio 1976 viene fermato Giuseppe Vesco.
È in possesso di una pistola appartenuta ai due carabinieri uccisi.
La sua posizione sembra compromettere ulteriormente la situazione.
Vesco viene interrogato e indica altri giovani.
Tra questi Giuseppe Gulotta, appena diciottenne, Giovanni Mandalà, e due minorenni, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo.
Per gli investigatori è la svolta.
Per la giustizia, però, diventerà l’inizio di uno dei più controversi errori giudiziari della storia italiana.
Le confessioni e l’ombra delle torture
I giovani confessano.
Ma quelle confessioni verranno successivamente contestate.
Il punto di svolta arriva molti anni dopo, quando l’ex brigadiere dei Carabinieri Renato Olino, coinvolto nelle prime fasi dell’inchiesta, racconta ciò che avrebbe visto durante gli interrogatori.
Secondo la sua testimonianza, i sospettati sarebbero stati sottoposti a violenze e torture.
La ricostruzione comprende percosse, minacce, scariche elettriche e pratiche di soffocamento.
La Commissione parlamentare antimafia, nella relazione dedicata alla vicenda, ha ricostruito le accuse di violenza e le successive conseguenze giudiziarie.
Il problema è enorme.
Perché una confessione estorta non è soltanto una prova inutilizzabile.
Può diventare l’architrave di una falsa ricostruzione investigativa.
E così accade ad Alcamo Marina.
L’ergastolo
Giuseppe Gulotta viene condannato.
L’accusa lo presenta come uno degli autori della strage.
Per lui arriva l’ergastolo.
Gli anni passano.
Il caso, almeno apparentemente, è chiuso.
Ma Gulotta continua a proclamarsi innocente.
La sua battaglia giudiziaria dura decenni.
Poi arrivano nuove testimonianze, nuovi elementi e soprattutto la ricostruzione delle modalità con cui erano state ottenute le confessioni.
Nel 2012 la Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria, nel giudizio di revisione, assolve Gulotta.
La precedente verità processuale è definitivamente cancellata.
Ma rimane il problema più grande.
Se Gulotta era innocente, chi aveva ucciso Falcetta e Apuzzo?
Il primo paradosso
È questo il punto nel quale la vicenda di Alcamo Marina cambia natura.
Non siamo più soltanto davanti a un errore giudiziario.
Abbiamo due vicende diverse, entrambe da spiegare.
La prima:
chi ha commesso la strage?
La seconda:
perché le indagini finirono per colpire persone innocenti?
La seconda domanda è forse ancora più importante della prima.
Perché un conto è sbagliare investigazione.
Un altro è costruire una confessione attraverso la violenza.
E un altro ancora è capire se dietro quella falsa verità vi fosse soltanto una concatenazione di errori oppure un vero depistaggio organizzato.
IL MISTERO DI GIUSEPPE VESCO
C’è poi la vicenda di Giuseppe Vesco.
Il giovane inizialmente accusato di essere coinvolto nella strage finisce a sua volta al centro di una storia drammatica.
Dopo aver fornito dichiarazioni accusatorie, Vesco denuncia le violenze subite e ritratta.
Muore successivamente in carcere.
La morte viene considerata un suicidio.
Nel tempo sono stati sollevati dubbi e interrogativi sulle circostanze della sua morte.
Ma anche qui è necessario non trasformare il dubbio in certezza.
Non esiste una sentenza definitiva che abbia stabilito che Vesco fu assassinato.
La sua morte rimane quindi uno degli elementi controversi della vicenda, non la prova di un ulteriore delitto.
LA DOMANDA CHE CAMBIA TUTTO
Se i giovani condannati erano innocenti, chi aveva interesse a indirizzare le indagini verso di loro?
È questa la domanda che accompagna Alcamo Marina da quasi mezzo secolo.
Le ipotesi sono numerose.
Nessuna, però, può essere presentata come verità giudiziaria definitiva.
La pista mafiosa
Alcamo e la provincia di Trapani degli anni Settanta sono immerse in un territorio nel quale Cosa Nostra ha una presenza profonda.
L’ipotesi di un collegamento mafioso con la strage è stata quindi inevitabilmente presa in considerazione.
Il possibile movente potrebbe essere quello classico della criminalità organizzata: eliminare militari che avevano visto o scoperto qualcosa.
Ma non esiste una sentenza definitiva che attribuisca a Cosa Nostra la responsabilità della strage.
La pista, dunque, resta una possibilità investigativa, non una conclusione.
La pista terroristica
È quella dalla quale partirono le prime indagini.
La rivendicazione attribuita alle Brigate Rosse sembrava fornire una spiegazione immediata.
Ma la smentita dell’organizzazione e l’assenza di elementi giudiziari sufficienti hanno progressivamente indebolito questa ricostruzione.
Oggi rappresenta soprattutto un elemento importante per capire come furono orientate le prime investigazioni.
L’OMBRA DI GLADIO
È probabilmente la pista più suggestiva e anche quella sulla quale è più facile scivolare nel terreno delle suggestioni.
Negli anni successivi alla strage sono stati ipotizzati collegamenti con Gladio e le strutture clandestine della cosiddetta Stay Behind.
Il territorio trapanese aveva effettivamente conosciuto la presenza di strutture e attività riconducibili a quel contesto. Il Centro Scorpione del SISMI di Trapani https://ilsud-est.it/attualita/inchiesta/2024/01/15/la-banda-della-uno-bianca-scorpione-viale-dei-gladiatori-e-la-strage-di-bologna/ https://ilsud-est.it/attualita/inchiesta/2026/02/09/la-morte-di-vincenzo-li-causi-lombra-di-gladio-e-la-coincidenza-di-via-fani/ .
Ma una cosa è l’esistenza di Gladio.
Un’altra è dimostrare che Gladio abbia avuto un ruolo nella strage di Alcamo Marina.
La Commissione parlamentare antimafia ha esaminato specificamente questa pista e, nella relazione approvata nel 2022, ha riferito di non avere trovato elementi concreti sufficienti a sostenerla.
Gladio, dunque, rimane un’ipotesi investigativa e storica, non una responsabilità accertata.
L’IPOTESI PIÙ INQUIETANTE: IL MATERIALE FISSILE
La relazione della Commissione antimafia introduce però un’altra possibilità.
Ed è probabilmente quella che rende oggi Alcamo Marina una vicenda particolarmente interessante.
Secondo la ricostruzione parlamentare, il possibile movente della strage potrebbe essere collegato a un traffico clandestino di materiale fissile destinato alla Libia.
L’ipotesi è che Falcetta e Apuzzo possano avere intercettato accidentalmente informazioni relative a un traffico internazionale molto più grande.
In questo scenario, la caserma non sarebbe stata attaccata per ragioni politiche.
I due carabinieri non sarebbero stati necessariamente il bersaglio originario.
Potrebbero essere diventati semplicemente testimoni scomodi.
È una prospettiva completamente diversa.
E molto più inquietante. Però perché usare una modalità così “rumorosa” per coprire un segreto così importante?
Comunque anche in questo caso occorre una precisazione fondamentale:
la pista del materiale fissile è una ricostruzione investigativa e parlamentare, non una verità giudiziaria definitivamente accertata.
IL MISTERO DELL’ARSENALE DEL 1993
Diciassette anni dopo la strage, Alcamo torna al centro dell’attenzione.
Nel 1993 viene scoperto un deposito clandestino di armi e munizioni in un’abitazione riconducibile al brigadiere Fabio Bertotto e a Vincenzo La Colla.
La scoperta è importante perché introduce un nuovo elemento nella storia.
Perché esisteva quell’arsenale?
A chi serviva?
Da dove provenivano le armi?
E soprattutto: poteva esserci una relazione con gli ambienti già emersi nella vicenda del 1976?
La Commissione antimafia ha esaminato anche questo episodio, individuando elementi che meritavano ulteriori approfondimenti.
Ma anche qui la prudenza è d’obbligo.
Un collegamento investigativo non equivale a una prova di partecipazione alla strage.
QUATTRO UOMINI, DUE MORTI E UNA VERITÀ ANCORA MANCANTE
Il bilancio umano della vicenda è difficile da raccontare senza fermarsi per un momento.
Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo sono morti.
Giuseppe Gulotta ha trascorso 22 anni in carcere per un delitto che non aveva commesso.
Giovanni Mandalà, coinvolto nell’inchiesta, è morto prima di poter vedere completamente chiarita la propria posizione.
Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, minorenni all’epoca dei fatti, hanno portato per decenni il peso di un’accusa poi travolta dalla revisione giudiziaria.
E rimangono delle domande senza risposta:
Chi ha ucciso i due carabinieri?
Perché gli assassini usano la fiamma ossidrica per aprire la porta? Potevano uccidere i due carabinieri per strada. Potevano farsi aprire la porta con l’inganno. Usano invece il modo più plateale e “militare”. Quasi a voler dire che nessuno poteva fermarli.
Cercavano qualcosa nella casermetta? In caso affermativo doveva essere qualcosa che agli occhi di Apuzzo e Falcetta non era apparso importante, altrimenti avrebbero avvertito i superiori.
Peppino Impastato nelle sue indagini personali scopre qualcosa? E’ uno dei motivi della sua condanna a morte nel 1978?
Perché Giuseppe Vesco conserva una delle pistole dei carabinieri uccisi? Non ha molto senso.
IL DOSSIER DA RIAPRIRE
Per una nuova indagine , la strada più interessante non è probabilmente quella di scegliere preventivamente una delle varie teorie.
È ricostruire le 72 ore precedenti e successive alla strage.
Occorrerebbe incrociare almeno:
– rapporti di servizio di Falcetta e Apuzzo;
– pattugliamenti effettuati nei giorni precedenti;
– persone identificate dai due militari;
– sequestri e denunce della caserma;
– tabulati e comunicazioni della notte della strage;
– reperti balistici;
– verbali originali degli interrogatori;
– fascicoli relativi alle confessioni;
– testimonianze di Renato Olino;
– documentazione relativa alla morte di Giuseppe Vesco;
– atti del processo di revisione;
– documentazione della Commissione antimafia;
– carte relative all’arsenale scoperto nel 1993;
– eventuali documenti ancora classificati o parzialmente secretati.
Il punto non è più cercare una teoria suggestiva.
È cercare la connessione documentale.
Un nome.
Una telefonata.
Un rapporto di servizio.
Una targa.
Un’arma.
Un movimento anomalo.
Un documento scritto prima della strage.
Qualcosa che permetta di passare dall’ipotesi alla prova.
La notte di Alcamo Marina potrebbe essere raccontata come una delle tante tragedie dimenticate degli anni di piombo.
Due carabinieri assassinati.
Un piccolo presidio di provincia.
Un’indagine.
Un processo.
Una condanna.
Fine della storia.
Solo che la storia non è finita. Anzi è appena iniziata.
Perché un uomo ha trascorso 22 anni in carcere ed è stato poi riconosciuto innocente.
Perché un ex carabiniere ha raccontato di avere assistito alle violenze.
Perché le prime indagini hanno seguito una pista rivelatasi falsa.
Perché la Commissione parlamentare antimafia, quasi mezzo secolo dopo, ha ritenuto necessario tornare sulle carte.
E perché, ancora oggi, alla fine di tutto resta una caserma vuota, due carabinieri morti e una domanda alla quale nessun processo ha dato una risposta definitiva.
Chi ordinò di uccidere Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo?
Finché quella domanda resterà senza risposta, Alcamo Marina non sarà soltanto una strage dimenticata.
Sarà una ferita aperta nella memoria della Repubblica.


