27 Aprile 2026
IL MONDO IN FIAMME: SETTE GIORNI DI CRISI GLOBALE
Ucraina, Iran, Libano, Mali, 25 Aprile e l’attentato a Washington: analisi della settimana dal 21 al 26 aprile 2026

Aree di crisi nel mondo n. 285
Rubrica settimanale di geopolitica e conflitti globali
a cura di Stefano Orsi | 26 aprile 2026
IL MONDO IN FIAMME: SETTE GIORNI DI CRISI GLOBALE
Ucraina, Iran, Libano, Mali, 25 Aprile e l’attentato a Washington: analisi della settimana dal 21 al 26 aprile 2026
Questa è stata una settimana nella quale il disordine mondiale ha mostrato il suo volto più nudo. Tre portaerei americane nel Golfo, una giornalista libanese assassinata con tecnica militare da manuale, il Mali che rischia di diventare il primo Stato al mondo conquistato da un’alleanza tra jihadisti di al-Qaeda e ribelli tuareg, la Russia che scaglia 666 droni e missili sull’Ucraina in una sola notte e, mentre tutto questo accade, un attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca fa tremare i muri dell’Hilton di Washington. È il quadro che vi proponiamo questa settimana: frammentato in apparenza, unito nella sostanza da un filo rosso che porta sempre allo stesso nodo: la fine dell’ordine unipolare americano e le convulsioni di un sistema geopolitico che cerca, dolorosamente, un nuovo equilibrio.
Come sempre, la nostra lettura non pretende di essere neutra: siamo moderatamente critici dell’espansionismo militare occidentale e dell’uso della forza come strumento primario di politica estera, ma non alteriamo i fatti né le nostre valutazioni quando queste non ci sono favorevoli. Seguiamo i fatti dove portano.
LIBANO – LA TREGUA DI CARTA E IL SANGUE DI AMAL KHALIL
La proroga che non ferma i morti
Il 23 aprile, nello Studio Ovale, Donald Trump ha annunciato con soddisfazione l’accordo tra Israele e Libano per una proroga di tre settimane del cessate il fuoco entrato in vigore il 16 aprile. Accanto a lui il vicepresidente JD Vance e il Segretario di Stato Marco Rubio. La delegazione israeliana e quella libanese erano rappresentate dai rispettivi ambasciatori a Washington. Trump ha parlato di “inizio di qualcosa di meraviglioso”, di pace vicina, di speranza.
Poche ore dopo, quattro persone erano morte nel villaggio di Yahmor al-Shaqif, nel distretto di Nabatieh, a nord del fiume Litani — ben oltre la cosiddetta “Linea Gialla” che Israele si è unilateralmente assegnata come zona cuscinetto. Il cessate il fuoco era carta straccia ancora prima che l’inchiostro si asciugasse.
Non è una novità. Dal 16 aprile, data di entrata formale in vigore della tregua, gli scontri non si sono mai fermati. Il 18 aprile l’artiglieria israeliana ha colpito Beit Leif, Qantara e Touline. Le forze israeliane continuano a radere al suolo case lungo tutta la linea di confine, sostenendo di rispondere all’avvicinamento di combattenti di Hezbollah. Il 21 aprile Hezbollah ha rivendicato il suo primo attacco missilistico verso il nord di Israele dall’inizio della tregua, dichiarando di rispondere alle violazioni israeliane. Le IDF hanno intercettato i missili e continuato i raid aerei. La stampa occidentale, prevedibilmente, ha attribuito la responsabilità della crisi a Hezbollah.
L’assassinio di Amal Khalil
Nel mezzo di questa realtà, il 22 aprile, è accaduto qualcosa che non si può liquidare con un titolo. Amal Khalil, 43 anni, giornalista del quotidiano libanese Al-Akhbar, stava documentando le operazioni israeliane nei pressi della città di Tiri, nel distretto meridionale di Bint Jbeil. Con lei c’era la fotografa freelance Zeinab Faraj.
Un drone israeliano ha colpito l’auto che procedeva davanti alla loro. Le due donne si sono rifugiate in un edificio vicino. Pochi minuti dopo, un secondo attacco ha colpito l’edificio. È la tecnica del “double tap”: colpisci, attendi che arrivino i soccorritori, poi colpisci di nuovo. Vietata dal diritto internazionale, ampiamente documentata nelle operazioni israeliane a Gaza e ora in Libano.
I soccorritori della Croce Rossa sono riusciti a raggiungere Zeinab Faraj, ferita alla testa. Quando hanno tentato di recuperare Amal, che era ancora viva sotto le macerie, le forze israeliane hanno lanciato una granata stordente e aperto il fuoco sull’ambulanza, costringendo i paramedici a ritirarsi. Il corpo di Amal Khalil è stato estratto otto ore dopo i primi colpi. Era già morta.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha denunciato “crimini di guerra definiti”. Il presidente Joseph Aoun ha accusato Israele di “prendere di mira deliberatamente e sistematicamente i giornalisti per nascondere la verità sulle sue aggressioni”. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha tenuto Israele responsabile dell’uccisione.
Amal Khalil non è la prima. Nelle settimane precedenti erano stati uccisi con dinamiche simili la giornalista Fatima Ftouni, Ali Shuaib e il fotoreporter Mohammad Ftouni. Il CPJ ha documentato decine di giornalisti uccisi da Israele dall’inizio del conflitto. La risposta dell’IDF è stata la stessa di sempre: i veicoli erano usciti da una struttura militare di Hezbollah. Nessuna prova, nessun’indagine, nessuna responsabilità.
Vogliamo fermarci un momento qui, prima di tornare alle analisi strategiche. Amal Khalil faceva il suo lavoro. Stava documentando una guerra che i potenti vorrebbero tenere lontana dagli occhi del mondo. La tecnica usata per ucciderla — il doppio colpo e poi il fuoco sulle ambulanze — non è una tragica casualità. È un messaggio: chi racconta questa guerra è un obiettivo. Noi lo scriviamo perché crediamo che il giornalismo sia un atto di resistenza civile, e perché il silenzio su questi crimini è complicità.
▶ Approfondimento video: La situazione in Libano (Stefano Orsi)
La “Linea Gialla” e il piano di Smotrich
Al di là del cessate il fuoco di facciata, i veri piani israeliani per il Libano meridionale emergono dalle dichiarazioni dei suoi ministri. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha dichiarato che la guerra deve concludersi con il fiume Litani come nuovo confine israeliano con il Libano, replicando il modello della “zona cuscinetto” già applicato nella metà di Gaza ancora occupata. Diciotto parlamentari israeliani del Likud e del sionismo religioso hanno scritto al governo chiedendo “l’occupazione totale fino al Litani e la completa evacuazione della popolazione”.
Nel frattempo, come documentato da Oxfam International a fine marzo, Israele sta sistematicamente distruggendo le infrastrutture idriche del Libano meridionale: serbatoi, stazioni di pompaggio, reti di tubature. Il direttore di Oxfam in Libano Bachir Ayoub ha dichiarato che Israele sta usando “il playbook di Gaza in Libano”. Al Jazeera ha documentato il 22 aprile come questi attacchi stiano provocando nuovi spostamenti forzati.
Il quadro è chiaro: non si tratta di una campagna militare contro Hezbollah. Si tratta di rendere il sud del Libano inabitabile per la sua popolazione civile, in preparazione di un’occupazione permanente. La diplomazia americana — che si limita a negoziare pause nelle ostilità senza affrontare le cause strutturali — è complice di questo processo.
IRAN – IL BLOCCO NAVALE E L’ENIGMA DEI NEGOZIATI
Tre portaerei e una scadenza
Il 23 aprile la USS George H.W. Bush (CVN-77) è arrivata nell’area di responsabilità della Quinta Flotta nell’Oceano Indiano. Per la prima volta dal 2003, tre portaerei nucleari americane operano simultaneamente nella stessa regione: la Bush, la Gerald R. Ford (CVN-78) e la Abraham Lincoln (CVN-72). Un totale di oltre 200 velivoli da combattimento, 15.000 effettivi, trenta navi di supporto. È la più grande concentrazione di potenza navale americana in questa area da decenni.
La Bush ha compiuto un percorso insolito: invece di attraversare il Canale di Suez — esposto alle minacce degli Houthi nel Mar Rosso — ha circumnavigato l’Africa passando per il Capo di Buona Speranza. Una deviazione di migliaia di miglia che dice più di qualsiasi comunicato ufficiale: persino la Marina americana non considera più invulnerabili le sue portaerei nelle acque più rischiose.
Il 1° maggio scade il limite di 60 giorni previsto dalla legislazione americana (War Powers Act) per condurre operazioni belliche senza l’approvazione del Congresso. L’Operazione Epic Fury — il nome scelto dall’amministrazione Trump per la campagna contro l’Iran iniziata il 28 febbraio — è a questo limite. O si trova un accordo, o si cerca una nuova giustificazione legale per continuare.
▶ Analisi del conflitto Iran-USA (Stefano Orsi)
Perché i negoziati non decollano
I colloqui tra le delegazioni americana e iraniana — mediati a Islamabad, in Pakistan — si sono rivelati un vicolo cieco. Le ragioni di questo stallo vanno cercate a più livelli.
Il primo è interno all’Iran. Come analizzato dall’ISW nel suo rapporto del 20 aprile, si registra un acceso conflitto interno tra il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf, favorevole ai negoziati, e il generale Ahmad Vahidi, comandante dei Pasdaran (IRGC), contrario a qualsiasi accordo con Washington. Vahidi sembra avere la meglio: è l’unico funzionario con accesso diretto alla Guida Suprema Khamenei (il cui stato di salute rimane avvolto nel mistero) e funge da tramite per le decisioni più rilevanti. L’ala militare ha già sabotato un tentativo diplomatico in precedenza: quando il ministro degli Esteri Araghchi aveva annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz il 17 aprile, l’IRGC ha risposto il giorno successivo con nuovi attacchi a navi commerciali, reimponendo di fatto il blocco.
Il secondo livello riguarda la strategia americana. Trump non ha reale urgenza di chiudere un accordo diplomatico. Il blocco navale — con 27 navi costrette a cambiare rotta dall’inizio delle operazioni, secondo dati della Marina USA — esercita una pressione economica crescente sull’Iran. L’ISW stima che le riserve di stoccaggio a terra dell’Iran possano reggere circa 13 giorni di blocco totale: oltre quel limite, i pozzi petroliferi subirebbero danni strutturali permanenti. Trump aspetta il momento in cui Teheran non potrà più reggere.
Il terzo livello è quello dei depositi di armi. Analisti di Defense One e Janes hanno segnalato che le riserve di munizioni di precisione (Tomahawk, Patriot) della Marina americana sono scese sotto livelli critici a causa del ritmo delle operazioni. Il Direttore dell’Agenzia per la Logistica della Difesa — tra i funzionari che si sono dimessi in questo periodo — aveva messo in guardia il Segretario Hegseth esattamente su questo punto prima delle sue dimissioni. L’estensione continua del cessate il fuoco potrebbe dunque non essere solo un tatticismo diplomatico, ma anche una necessità operativa: la catena di rifornimento americana ha bisogno di tempo per ricostituire le scorte.
Un quarto elemento, meno discusso, è la realtà dell’Iran sotto i bombardamenti. Contrariamente alle previsioni degli strateghi americani, la popolazione iraniana non si è riversata nelle piazze chiedendo la fine del governo. Al contrario: il nazionalismo ha soffocato il dissenso interno. Persino dissidenti ricercati sono rientrati in Iran per difendere il Paese dall’aggressione esterna, ed il governo li ha graziati. L’errore di calcolo strategico americano — credere che i bombardamenti avrebbero alimentato una rivolta — si è rivelato catastrofico sul piano politico. Come già accaduto nella Guerra Iran-Iraq (1980-1988), l’attacco straniero ha agito da collante sociale.
Il giornalista e analista Jeffrey Sachs — già consigliere dei Segretari Generali ONU Kofi Annan, Ban Ki-moon e António Guterres — ha sintetizzato questa dinamica in modo lucido: l’Occidente continua ad applicare vecchi manuali di potere imperiale a un mondo che ha cambiato le sue geometrie fondamentali. Il tentativo di “regime change” militare in Iran potrebbe ricordare ai futuri storici altri episodi simili, tutti falliti.
▶ Geopolitica globale: Iran, blocco navale e crisi USA (Stefano Orsi)
Il Pentagono sotto tensione: dimissioni e catena di comando
Uno degli elementi più rivelatori di questa settimana riguarda lo stato interno dell’amministrazione americana. Dall’inizio delle operazioni contro l’Iran — e più in generale dall’intensificarsi della politica estera trumpiana — si è registrata un’emorragia di funzionari, generali e quadri dell’intelligence che non ha precedenti recenti.
Tra il 15 febbraio e il 26 aprile 2026, le principali figure che hanno lasciato o sono state rimosse includono: Joe Kent (Direttore del National Counterterrorism Center, 18 febbraio), Harrison Mann (Maggiore DIA, 22 febbraio), Kristi Noem (Segretario per la Sicurezza Interna, 5 marzo), Annelle Sheline e Hala Rharrit (Dipartimento di Stato, marzo-aprile), Pam Bondi (Procuratrice Generale, 2 aprile), Josh Paul (Dipartimento di Stato, 15 aprile), il Generale Randy A. George (Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, 2 aprile), il Generale David Hodne (TRADOC, 2 aprile), i due vertici legali dell’Esercito e dell’Aeronautica (Judge Advocate Generals), Lori Chavez-DeRemer (Segretario del Lavoro, 20 aprile), Carlos Del Toro (Segretario alla Marina, 22 aprile) ed Elon Musk con Vivek Ramaswamy (DOGE, 23 aprile).
La rimozione contestuale del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e dei vertici legali il 2 aprile è particolarmente significativa: coincide con l’avvio dell’Operazione Epic Fury e segnala la volontà di eliminare ogni ostacolo procedurale o giuridico interno all’escalation. Quando un sistema elimina i propri freni interni — i checks and balances tra la componente civile-tecnica e quella politica — diventa più efficiente nell’eseguire gli ordini, ma molto meno capace di valutarli. È la condizione che i manuali di strategia militare chiamano “echo chamber”: le decisioni vengono prese sulla base di ciò che si vuole vedere, non di ciò che sta accadendo.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e ripreso da Sky TG24, Trump sarebbe stato escluso da alcuni briefing militari critici durante la crisi dell’abbattimento dell’F-15E il 3 aprile, perché il suo temperamento veniva considerato un rischio operativo. Il Segretario Hegseth, da parte sua, ha operato in modo sempre più autonomo, scavalcando le strutture di controllo tradizionali.
Del Toro aveva sollevato obiezioni tecniche e giuridiche al “blocco navale globale” annunciato da Hegseth il 24 aprile — un’estensione delle operazioni in acque internazionali che molti giuristi considerano una violazione del diritto marittimo internazionale — e per questo è stato marginalizzato. La sua uscita segnala che l’unico limite rimasto all’azione di Hegseth è ora la reazione delle altre potenze mondiali, non le regole interne americane.
UCRAINA – LA MACINA DELLA GUERRA DI LOGORAMENTO
Il quadro del fronte: avanzata russa su più assi
Il fronte ucraino ha vissuto questa settimana uno dei momenti di maggiore intensità dall’inizio del conflitto. Nella notte tra il 24 e il 25 aprile la Russia ha impiegato 666 velivoli combinati — droni Shahed e missili da crociera Kh-101 — in quello che è stato descritto dagli analisti come uno degli attacchi aerei coordinati più massicci del conflitto. Gli obiettivi principali: depositi di carburante e infrastrutture energetiche a Dnipro, Odessa, Bila Tserkva. Non posizioni di prima linea, ma la logistica che permette all’Ucraina di combattere.
L’Ucraina ha risposto con circa 320 droni verso il territorio russo, colpendo tra l’altro la raffineria di Yaroslavl e — elemento inedito — testando la difesa aerea russa con attacchi fino a Ekaterinburg, a 1.800 km dal confine.
Sul terreno, i principali settori di avanzata russa sono:
Settore Nord (Kharkiv-Sumy): I russi hanno preso il controllo dell’insediamento di Bychkove e avanzano verso Vovchansk. A Kindrativka riprendono le offensive puntando verso Sumy. Le operazioni transfrontaliere dalla regione di Belgorod mirano a costruire una zona cuscinetto più profonda, costringendo Kiev a disperdere le riserve lontano dal Donbass.
Settore Kupiansk-Oskil: La situazione è critica. I russi si infiltrano con piccole unità di fanteria nei boschi intorno a Kurilivka per isolare le difese ucraine, tagliando strade e bombardando i ponti temporanei. Lo Stato Maggiore ucraino ha rimosso i comandanti della 14ª Brigata e del 10° Corpo per le pesanti perdite.
Settore Centrale (Donetsk-Kostiantynivka-Pokrovsk): I russi avanzano su più direttrici. A Kostiantynivka controllano circa il 15-20% della città. Sul canale Donets-Donbass hanno stabilito una testa di ponte di circa 12 km oltre il lato ucraino. A Bilytske catturano edifici che garantiscono la sicurezza logistica verso il fronte.
Settore Sud (Zaporizhzhia-Huliapole): A est di Huliapole i russi hanno rotto le difese ucraine, prendendo il controllo del 20-30% di Huliapilske e Uspenivka. I video confermano truppe ucraine in ritirata a piedi verso nord, perché l’uso di veicoli è diventato impossibile sotto il fuoco dei droni FPV russi.
▶ Aggiornamento fronte ucraino (Stefano Orsi)
L’episodio NATO: i jet britannici e i droni russi
Il 25 aprile — non a caso la Festa della Liberazione italiana, coincidenza che non è sfuggita agli analisti — il canale Military Summary ha riportato un episodio di potenziale enorme significato: circa 40-50 droni russi lanciati dalla Crimea verso la regione di Odessa sarebbero scomparsi dai radar intorno alle 02:20. Autorità rumene avrebbero dichiarato che jet britannici Eurofighter Typhoon hanno ricevuto l’autorizzazione ad abbattere droni russi sopra il territorio ucraino, a circa 1,5 km dalla città di Reni.
Se confermato, si tratterebbe del primo intervento attivo della NATO a difesa dello spazio aereo ucraino senza l’attivazione dell’Articolo 5 — una potenziale escalation di portata storica. Sia la Russia che la NATO sembrano voler minimizzare l’accaduto per evitare una guerra aperta. Il silenzio attorno a questa notizia è eloquente quanto la notizia stessa.
La guerra dei droni e la crisi demografica ucraina
Il Colonnello Markus Reisner dell’Esercito Federale Austriaco — analista considerato tra i più equilibrati e tecnici nel panorama europeo — ha pubblicato un’analisi approfondita della situazione al 24 aprile che merita di essere letta con attenzione, proprio perché non è né filo-russo né filo-ucraino.
Il suo dato più inquietante riguarda i missili di difesa aerea: in soli tre giorni di operazioni in Medio Oriente, gli USA hanno consumato circa 800 missili intercettori Patriot. L’Ucraina ne ha ricevuti 600 in oltre quattro anni di guerra. L’equazione è impietosa: la priorità strategica americana si è spostata verso il Golfo Persico, e l’Ucraina deve affrontare le conseguenze.
Sul piano tattico, il conflitto ha raggiunto una fase che Reisner descrive come “stallo tecnologico”: i droni hanno creato una “linea zero” in cui nessun mezzo motorizzato può sopravvivere. La risposta ucraina è l’automazione — veicoli terrestri senza pilota (UGV) e droni “dormienti” che si attivano solo al momento del bisogno — ma l’automazione non risolve il problema demografico di fondo. L’Ucraina, con una popolazione ridotta dagli sfollati e dalle perdite, non riesce a mantenere una linea di 1.300 km senza subire un logoramento strutturale.
Per l’estate 2026 gli analisti attendono quella che viene già chiamata “Fase 10”: una grande offensiva russa nel Donbass puntando alla cintura di fortezze Kostiantynivka-Kramatorsk-Sloviansk. Le azioni a Kharkiv e Sumy sarebbero manovre diversive per disperdere le riserve ucraine prima del colpo principale.
Zelensky, durante una visita in Azerbaigian, ha espresso la volontà di incontrare rappresentanti russi e americani in territorio neutrale. È il segnale che anche Kiev comincia a cercare una via d’uscita che non sia la capitolazione ma non sia nemmeno la guerra infinita.
▶ Analisi tattica Ucraina (Stefano Orsi)
MALI – L’AFRICA COME NUOVO FRONTE DELLA GUERRA GLOBALE
Contesto: dieci anni di crisi
Per comprendere gli eventi del 25-26 aprile in Mali è necessario un breve quadro storico. Dal 2012 — quando un’alleanza tra jihadisti di al-Qaeda e ribelli tuareg aveva conquistato il nord del Paese prima dell’intervento militare francese — il Mali è rimasto una delle aree più instabili del Sahel. Due colpi di stato militari, nel 2020 e nel 2021, hanno portato al potere il generale Assimi Goïta, che ha espulso le forze francesi e la missione ONU MINUSMA, preferendo affidarsi ai mercenari russi del Gruppo Wagner (oggi ribattezzato Africa Corps, sotto il controllo diretto del Ministero della Difesa russo).
Questa scelta strategica — presentata come indipendenza neocoloniale dall’influenza francese — ha portato risultati ambigui. L’Africa Corps ha garantito alla giunta militare una certa capacità repressiva, ma non ha risolto la crisi jihadista. Il JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), affiliato ad al-Qaeda, ha continuato ad espandersi nel centro e nel nord del Paese, arrivando a imporre nel novembre 2025 un blocco del carburante intorno a Bamako che aveva quasi paralizzato la capitale. I ribelli tuareg del FLA (Front de Libération de l’Azawad) si sono organizzati in una forza armata sempre più strutturata nel nord, nel territorio che rivendicano come proprio.
L’offensiva del 25 aprile: la più grave dal 2012
All’alba del 25 aprile, due forti esplosioni e intensi scambi di fuoco si sono uditi vicino alla base militare di Kati, alla periferia di Bamako, dove risiede il leader della giunta Goïta. Simultaneamente, attacchi coordinati hanno colpito Sévaré, Mopti, Gao e Kidal nel nord.
Il JNIM ha rivendicato l’operazione congiunta con il FLA in un comunicato formale: obiettivi dell’attacco erano la residenza del generale Goïta, quella del Ministro della Difesa generale Sadio Camara (la cui casa è stata parzialmente distrutta, Camara risulta illeso), l’aeroporto internazionale di Bamako e diverse basi militari. È la prima volta documentata in cui JNIM — un gruppo jihadista islamista — e FLA — un movimento etno-nazionalista tuareg laico — operano in una coalizione formale. Una convergenza che gli analisti definiscono indicativa della “fluidità delle alleanze nel Sahel”.
La città simbolicamente più rilevante è Kidal, nel nord. I ribelli del FLA e il JNIM hanno dichiarato di averne preso il controllo. Video sui social mostrano miliziani armati nelle strade. Il governatore della città si è rifugiato nell’ex campo MINUSMA. Quanto all’Africa Corps — i mercenari russi che affiancano le forze maliane — secondo fonti AFP avrebbero negoziato un corridoio di sicurezza per ritirarsi verso sud-ovest. Kidal è significativa: chi la controlla, controlla il nord. Ed è la stessa città che l’esercito maliano con il supporto di Wagner aveva faticosamente riconquistato nel novembre 2023, cacciando i tuareg dopo anni di accordi formalmente rispettati.
La giunta ha dichiarato la situazione “sotto controllo” e ha comunicato soli 16 feriti tra civili e militari. Fonti indipendenti parlano di bilanci molto più pesanti. L’ambasciata americana ha emesso un security alert immediato ordinando al proprio personale di ripararsi.
Il Mali nella guerra globale: il fronte africano di Mosca
Non sfugge agli analisti di area russo-cinese che questo attacco massiccio in Mali arriva mentre la Russia è impegnata su tre fronti simultanei: Ucraina, Iran (indirettamente) e ora l’Africa subsahariana. Military Summary ha esplicitamente suggerito che l’offensiva in Mali possa essere coordinata per costringere la Russia a disperdere le sue risorse e l’attenzione strategica.
Che sia un calcolo deliberato o una coincidenza, il risultato è lo stesso: il governo maliano che si affida all’Africa Corps vede i suoi alleati russi ritirarsi da Kidal sotto la pressione dei ribelli. Il modello di sicurezza basato sull’esternalizzazione ai mercenari di Mosca — già venduto come alternativa alla “neo-colonizzazione” francese — rivela qui i suoi limiti strutturali. Una forza mercenaria sotto pressione negozia corridoi di fuga. Un esercito nazionale difende il territorio. La distinzione non è banale.
Per la popolazione civile maliana — già colpita da oltre un decennio di conflitti, siccità, blocchi economici e migrazione forzata — questa offensiva rappresenta l’ennesimo colpo a qualsiasi prospettiva di stabilità. Il Mali è il quinto Paese al mondo per indice di terrorismo (Global Terrorism Index 2026). Senza un cambio di approccio radicale — che includa negoziati politici seri con i movimenti tuareg e una strategia di sviluppo per le aree marginali — nessuna forza militare, russa o francese o altra, potrà risolvere una crisi che è prima di tutto politica.
▶ Africa e geopolitica globale (Stefano Orsi)
25 APRILE 2026 – LA LIBERAZIONE CONTESA
Il corteo di Milano e la Brigata Ebraica
Il 25 aprile 2026, 81esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, si è celebrato in tutta Italia in un clima di forte tensione politica. A Milano, il principale evento della giornata si è trasformato in un confronto duro intorno alla presenza della cosiddetta “Brigata Ebraica” — un gruppo che sfila ai cortei del 25 aprile dal 2004, rievocando la formazione militare composta da volontari ebrei che combatté con gli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.
Quest’anno la presenza della Brigata Ebraica si è accompagnata all’esposizione di bandiere dello Stato di Israele, nonostante — secondo la ricostruzione dell’ANPI — ci fosse stato un impegno a non portarle per evitare tensioni. Il presidente dell’ANPI Gianfranco Pagliarulo ha precisato che la bandiera israeliana non è gradita al corteo per lo stesso motivo per cui non c’è quella russa: “Bisogna distinguere l’aggressore dall’aggredito”. Intorno alle 15, gruppi di manifestanti filopalestinesi hanno bloccato la marcia della Brigata, creando un ingresso al corteo che ha paralizzato migliaia di persone per circa un’ora. La polizia ha infine fatto uscire la Brigata Ebraica dal corteo in tenuta antisommossa. Episodi gravi si sono verificati: un partecipante ha rivolto agli esponenti ebraici l’insulto “saponette mancate”, un riferimento alle barbarie naziste di ignobile memoria. Ferme condanne sono arrivate da tutto lo spettro politico, inclusa la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
La nostra posizione
Vogliamo essere chiari sulla nostra posizione, che è una posizione di principio e non di opportunità politica.
Respingiamo senza esitazione l’insulto “saponette mancate” e qualsiasi altra forma di antisemitismo. Non esiste critica legittima allo Stato di Israele che passi per l’odio verso gli ebrei in quanto tali. La Shoah è la pagina più oscura della storia moderna europea, e chi la banalizza o la strumentalizza commette un atto morale inaccettabile.
Al tempo stesso, riteniamo che la strumentalizzazione del nome e della bandiera della storica Brigata Ebraica — una formazione militare che combatté contro il nazifascismo — per portare in piazza le bandiere dello Stato di Israele del 2026 sia una forzatura politica inaccettabile in un contesto come il 25 aprile. Quello Stato è responsabile di un conflitto a Gaza che organizzazioni umanitarie internazionali (tra cui Amnesty International e Human Rights Watch), magistrati della Corte Penale Internazionale e decine di governi nel mondo hanno definito nei termini di “genocidio”, “pulizia etnica” o almeno di “gravi violazioni del diritto internazionale umanitario”. È lo stesso Stato che ha assassinato Amal Khalil, come abbiamo descritto in apertura. Portare quella bandiera al corteo della Liberazione non è un atto di memoria storica: è un atto politico nel dibattito contemporaneo, e come tale può essere legittimamente contestato.
Contestiamo anche la presenza della bandiera ucraina — non perché neghiamo che l’Ucraina sia in guerra, né perché neghiamo le sofferenze del popolo ucraino, ma perché la lettura dell’intervento russo come semplice “invasione” è, a nostro giudizio, una semplificazione che non rende conto della complessità della situazione. L’intervento militare russo è maturato in un contesto di conflitto già in essere — quello tra il governo di Kiev e le popolazioni russofone del Donbass dal 2014 — ed è stato preceduto da anni di espansione della NATO verso est, in violazione delle rassicurazioni verbali date a Mosca al momento della riunificazione tedesca, e dall’utilizzo delle basi NATO in Europa per operazioni offensive, come l’aggressione all’Iran sta dimostrando con tutta la sua crudezza. Questo non significa giustificare indiscriminatamente le azioni militari russe, alcune delle quali hanno colpito la popolazione civile ucraina; significa rifiutare una narrativa unilaterale che serve interessi geopolitici precisi.
Il riferimento storico: l’Ucraina e il nazionalismo collaborazionista
C’è poi un elemento storico che la saggista e ricercatrice Benedetta Sabene ha messo in luce nel suo lavoro e che merita di essere ricordato in questa giornata. Una parte minoritaria, ma significativa, dell’Ucraina di quegli anni — quella organizzata nell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e nell’Esercito Insurgente Ucraino (UPA) guidati da Stepan Bandera — collaborò attivamente con le SS naziste nelle operazioni di sterminio. Questi gruppi parteciparono ai pogrom contro gli ebrei, ai massacri delle minoranze polacche, ungheresi e rom, e uccisero centinaia di migliaia di ucraini di fede comunista o semplicemente sospetti di simpatizzare con l’URSS. I massacri di Volinia, in cui i banderi sterminarono decine di migliaia di civili polacchi, sono documentati storicamente.
Quello che rende questa storia rilevante oggi è che l’Ucraina post-Maidan ha intitolato strade e piazze a questi personaggi, organizza fiaccolate in onore di Bandera e ha riabilitato ufficialmente queste figure come “eroi nazionali”. Non è una questione di propaganda russa: è documentata da storici polacchi, israeliani e internazionali. Portare la bandiera di uno Stato che onora i collaboratori delle SS naziste a una manifestazione che commemora la Resistenza antifascista è una contraddizione che non possiamo accettare, indipendentemente dal merito della guerra in corso.
Il 25 aprile deve restare una data di tutti, non il campo di battaglia di geopolitiche straniere.
L’ATTENTATO DI WASHINGTON: UN SEGNALE INQUIETANTE
La cena dei corrispondenti trasformata in scena del crimine
Nella notte tra il 25 e il 26 aprile, mentre in Italia si chiudevano le celebrazioni del 25 aprile, Washington viveva uno dei momenti più surreali della sua storia politica recente. Nella sala da ballo dell’hotel Hilton — lo stesso edificio fuori dal quale John Hinckley Jr. aveva tentato di assassinare Ronald Reagan nel 1981 — si svolgeva la cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca. Per la prima volta nella sua presidenza, Donald Trump partecipava all’evento.
Cole Tomas Allen, 31 anni, ingegnere meccanico e insegnante dalla California, ha superato di corsa i metal detector del’hotel con armi in pugno — un fucile a canna liscia, una pistola e alcuni coltelli — e ha aperto il fuoco nella lobby. Quattro o cinque colpi. Tremila giornalisti si sono gettati sotto i tavoli. Trump, Melania e il vicepresidente JD Vance sono stati immediatamente evacuati. Un agente del Secret Service è rimasto ferito da un proiettile ma, grazie al giubbotto antiproiettile, è stato dimesso dall’ospedale poche ore dopo.
I video che circolano mostrano una scena grottesca: Vance che si alza e scappa prima ancora che la sicurezza lo raggiunga, lasciando Trump sul palco un istante prima che gli agenti lo portassero via. Trump è inciampato ed è caduto durante l’evacuazione. Successivamente, in smoking, si è presentato davanti ai giornalisti invitando “gli americani a risolvere le differenze pacificamente”.
Allen è stato neutralizzato, arrestato e definito da Trump “un lupo solitario, molto malato”. La procuratrice di Washington Jeanine Pirro ha confermato i dettagli sull’arsenale dell’attentatore.
Cosa ci dice questo episodio
Al di là della cronaca, questo attentato — il secondo subito da Trump dopo quello di Butler in Pennsylvania nel luglio 2024 — solleva domande che vanno oltre la sicurezza presidenziale. Come ha fatto Allen a superare i metal detector di un evento con 2.600 giornalisti accreditati e il Presidente degli Stati Uniti? Le falle nella sicurezza di un evento di questo livello sono incomprensibili.
Più in profondità: in un’America dove è in corso una guerra a distanza in Iran, dove il Pentagono ha perso pezzi chiave della sua struttura di comando, dove la polarizzazione politica ha raggiunto livelli estremi — tanto che Trump stesso ha citato l’omicidio di Charlie Kirk, leader di Turning Point, come precedente — episodi di questo tipo smettono di essere eventi isolati e diventano termometri del clima interno di un Paese. L’America che combatte tre fronti (Ucraina, Iran, Libano) non è un’America in pace con se stessa.
LETTURA DEL QUADRO GENERALE: I FILI CHE UNISCONO I CONFLITTI
Quando si osservano simultaneamente Ucraina, Iran, Libano e Mali, emerge uno schema che va oltre la somma delle singole crisi. Siamo di fronte all’agonia di un sistema unipolare — quello dominato dagli Stati Uniti dall’89 — e alle convulsioni di un ordine mondiale che non sa ancora come sostituirlo.
Il filosofo e economista Jeffrey Sachs ha descritto questo momento come la fine dell'”illusione del 1991″: la convinzione, maturata dopo il crollo dell’URSS, che il primato americano fosse un dato permanente della storia. Il 60% della popolazione mondiale e le principali economie emergenti si trovano in Asia; la Cina ha già superato gli USA come principale potenza manifatturiera ed è in rapida ascesa tecnologica; la Russia ha dimostrato di poter sostenere una guerra di logoramento nonostante il più vasto regime di sanzioni mai applicato a una grande potenza. Il blocco di Hormuz — che ha fatto schizzare il petrolio oltre 111 dollari al barile — ha mostrato che una potenza regionale può tenere in ostaggio il commercio globale.
I quattro conflitti che abbiamo analizzato questa settimana sono collegati da questo filo: sono tutti espressioni di un tentativo americano di mantenere il controllo di aree strategiche (il fianco est della NATO, il petrolio del Golfo, le vie commerciali africane) in un momento in cui il potere americano è distribuito in modo crescentemente insostenibile. Tre portaerei nel Golfo, supporto a Israele in Libano, aiuti all’Ucraina, Africa Corps in Mali: è un’agenda imperiale che si scontra con la realtà dei limiti logistici — i depositi di munizioni si svuotano, la base industriale americana non regge i ritmi della guerra di massa — e con la realtà politica delle popolazioni che non si lasciano “liberare” dai bombardieri B-2.
Il risultato prevedibile — come ci insegna la storia di ogni sistema imperiale in declino — è un’era di transizione prolungata, dolorosa, costellata di conflitti locali che ciascuna potenza usa come proxy per rinegoziare la propria posizione nel sistema globale. In questo scenario, le popolazioni civili di Gaza, del Libano, dell’Ucraina, del Mali, dell’Iran pagano il prezzo di giochi che non hanno scelto.
La nostra responsabilità, come osservatori, è di non smettere di nominare questo prezzo. Di ricordare che Amal Khalil aveva un nome. Che i civili di Kostiantynivka hanno un nome. Che le famiglie tuareg in fuga da Kidal hanno un nome.
Torneremo la prossima settimana. La guerra, nel frattempo, non si fermerà.
Stefano Orsi
26 aprile 2026
I video della settimana
Segui i video settimanali di Stefano Orsi per approfondimenti su tutti i temi trattati:
▶ 21 aprile – Analisi settimanale
▶ 22 aprile – Fronte ucraino e Iran
▶ 23 aprile – Geopolitica globale
▶ 24 aprile – Operazione Epic Fury e dimissioni USA

