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26 Ottobre 2026

Quando un cassonetto in fiamme vale più delle ragioni di una protesta

La violenza di pochi rischia di oscurare le ragioni di migliaia di persone. Tra spettacolarizzazione del conflitto, disuguaglianze e crisi della cultura critica, la democrazia ha bisogno di ritrovare ascolto, partecipazione e solidarietà.

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Di Pietro Fabris

Basta un cassonetto in fiamme per mettere in ombra una protesta. Basta una vetrina infranta per mandare in frantumi le ragioni di migliaia di persone. È il vecchio trucco della mitonimia politica, prendere una parte, possibilmente violenta e telegenica, e presentarla come se fosse il tutto. Un meccanismo antico, sempreverde come l’ipocrisia del potere. Il copione si ripete con una puntualità quasi rassicurante: fumogeni, scontri, manganelli, vetri in frantumi. Le telecamere inquadrano, i commentatori sentenziano, il pubblico si indigna. E così, mentre lo spettacolo del disordine conquista la scena, le ragioni della protesta finiscono sullo sfondo. D’altra parte, che cosa può competere con un cassonetto incendiato? Un grafico sulle disuguaglianze, un’analisi della crisi climatica, i tagli alla sanità e all’istruzione, i salari che non bastano e i giovani senza prospettive? La risposta è scontata, la complessità non buca lo schermo, la violenza sì. Quante volte, davanti a un ragionamento che prova ad andare oltre la superficie, abbiamo sentito esclamare: «Quanto sei pesante!». Eppure, proprio ciò che viene liquidato come pesantezza è spesso indispensabile per capire la realtà. Il risultato è un capolavoro di distrazione. Chi governa, invece di rispondere alle domande della piazza, può indossare l’elmetto dello sceriffo e trasformare una crisi sociale in una questione di ordine pubblico. Non si parla più di precarietà, diritti, disuguaglianze e servizi che arretrano. Si parla di teppisti da arrestare e città da blindare. I vandali diventano così il miglior regalo che il potere possa ricevere. Non occorre nemmeno immaginare una regia occulta o un accordo segreto: basta che la violenza offra alla politica una via di fuga dalle proprie responsabilità e ai media uno spettacolo da riproporre senza sosta.  A completare il meccanismo ci pensano i cittadini moderati, magari alle prese con le stesse difficoltà denunciate dai manifestanti. Alla prima vetrina sfondata, però, si ritraggono, prendono le distanze e si rifugiano nella rassicurante trincea dell’ordine. Chi potrebbe condividere le ragioni della protesta finisce così per temerla. Il piromane in passamontagna, convinto magari di combattere il sistema, rischia di trasformarsi nel suo alleato più prezioso: spaventa i moderati, spezza la solidarietà e isola chi manifesta pacificamente. Il potere ringrazia. Sia chiaro, una causa giusta non assolve un atto violento. Ma condannare la violenza non significa cancellare le ragioni del dissenso. Confondere le due cose è un’operazione tanto comoda quanto pericolosa: si condanna il sasso e si assolve il sistema, si stigmatizza il disordine e si evita di discutere ciò che lo alimenta. Il paradosso è tutto qui. Migliaia di persone scendono in piazza pacificamente, esercitano un diritto costituzionale e provano a farsi ascoltare. Hanno portato parole, ricevono indifferenza; hanno avanzato richieste, ottengono cronache di guerriglia. La loro voce finisce per valere meno del rumore di un vetro che si rompe. Poi ci stupiamo se cresce la sfiducia, se il dialogo si impoverisce, se qualcuno si convince che parlare non serva a niente. È una pedagogia sociale al contrario, perché insinua, insegna che ragionare è inutile, mentre fare rumore conviene. Mentre tutti guardano la vetrina in frantumi, quasi nessuno si domanda che cosa si sia incrinato nella società. La comunicazione politica e mediatica sembra spesso preferire lo spettacolo alla comprensione, l’emergenza alla riflessione, il caso del giorno all’analisi dei problemi che attraversano la vita delle persone. Basta osservare il modo in cui alcuni casi di cronaca nera, da Avetrana a Garlasco, occupano per anni una parte consistente del dibattito televisivo. Non si tratta di negare l’importanza di accertare i fatti o il diritto del pubblico a essere informato. Il problema nasce quando la cronaca diventa un racconto interminabile, morboso, alimentato da ricostruzioni, ipotesi e confronti ripetuti, mentre altre questioni decisive per la vita collettiva ricevono un’attenzione molto più fugace. Anche il cinema e la cultura possono aiutarci a guardare oltre il racconto dominante. Il lavoro di Pippo Mezzapesa su Avetrana, per esempio, offre uno spunto per interrogarsi sul rapporto tra fatti, narrazione e rappresentazione mediatica. Sarebbe importante che registi e sceneggiatori entrassero più spesso nelle scuole, dialogando con gli studenti e mostrando loro come uno stesso evento possa essere raccontato da prospettive differenti. Educare allo sguardo critico significa proprio questo: imparare a distinguere i fatti dalle interpretazioni, riconoscere le semplificazioni e non accontentarsi della versione più rumorosa. Significa anche comprendere che dietro ogni vicenda esistono persone, contesti e responsabilità che non possono essere ridotti a un copione televisivo. La stessa esigenza riguarda la protesta sociale. Per comprendere ciò che accade nelle piazze non basta identificare chi ha lanciato una pietra. Bisogna anche capire perché migliaia di persone abbiano sentito il bisogno di scendere in strada, quali condizioni denuncino e quali risposte non abbiano trovato altrove. In passato, la sociologia politica e la cultura critica utilizzavano anche la categoria dei «provocatori» per descrivere soggetti capaci di trasformare una manifestazione in un teatro di scontri. Ma attribuire ogni episodio violento a una strategia organizzata sarebbe una semplificazione altrettanto rischiosa. Non sempre esistono regie o disegni preordinati. Ciò che possiamo osservare è l’effetto, quando la violenza occupa tutta la scena, il conflitto sociale perde visibilità e il dibattito si sposta dalle ragioni della protesta alla necessità di ripristinare l’ordine. È così che un problema politico diventa un problema di sicurezza e una domanda collettiva finisce per essere trattata come una minaccia. Ma che cosa succede quando, oltre a perdere spazio nel dibattito pubblico, la protesta perde anche i luoghi nei quali può trasformarsi in un progetto? Siamo forse di fronte a una nuova stagione di riflusso, a un ripiegamento nella dimensione privata in cui l’individuo, sempre più solo, fatica a credere nella possibilità di modificare concretamente la realtà? Le grandi narrazioni collettive si sono indebolite, le organizzazioni capaci di aggregare interessi e identità hanno perso parte della loro forza e gli spazi tradizionali della partecipazione politica si sono progressivamente svuotati. Non è scomparso il bisogno di giustizia, né sono venute meno le ragioni del malessere. È diventato più difficile, piuttosto, trasformarli in un’esperienza condivisa e duratura. In questo scenario anche l‘intellettuale rischia di diventare un megafono disturbato, continua a denunciare contraddizioni e ingiustizie, ma fatica a raggiungere un pubblico disposto ad ascoltare, comprendere e tradurre quelle parole in azione. Non mancano informazioni, commenti e opinioni. Ne siamo sommersi. Manca, piuttosto, la capacità di costruire significati condivisi dentro questo sovraccarico comunicativo. La parola critica circola, ma non sempre produce consapevolezza. L’indignazione si accende e si spegne nel giro di poche ore, la denuncia diventa un contenuto da consumare e il dissenso rischia di esaurirsi nella propria stessa espressione. Si può essere costantemente informati e, nello stesso tempo, sentirsi politicamente impotenti. Senza luoghi di confronto e organizzazioni capaci di dare continuità alla partecipazione, anche la mobilitazione più intensa rischia di restare episodica. Si scende in piazza, si manifesta il proprio dissenso, si condividono messaggi, ma poi tutto si disperde. L’emozione non diventa progetto, la protesta non si traduce in proposta e il malessere individuale fatica a trasformarsi in forza collettiva. Un tempo, pur con tutti i loro limiti, esistevano spazi nei quali le persone potevano incontrarsi, discutere e imparare a riconoscere i problemi individuali come questioni comuni. Le sezioni di partito, le sedi sindacali, le parrocchie, le università, i circoli culturali e le assemblee di quartiere non erano soltanto luoghi fisici. Erano ambienti nei quali si costruivano relazioni, si trasmettevano conoscenze e si provava a immaginare un futuro diverso. Era lì che una difficoltà personale poteva diventare una rivendicazione collettiva, che un’esperienza di ingiustizia trovava parole per essere raccontata e che persone con storie differenti potevano riconoscersi in un obiettivo comune. Certo non bisogna idealizzare il passato. Quegli spazi erano attraversati da contraddizioni, esclusioni e conflitti. Eppure svolgevano una funzione che oggi appare sempre più difficile da sostituire: davano continuità alla partecipazione e permettevano di trasformare il confronto in organizzazione. Le piattaforme digitali possono mobilitare migliaia di persone in poche ore, ma non garantiscono automaticamente legami durevoli, consapevolezza politica o strategie condivise. La velocità della comunicazione non coincide con la profondità della comprensione. Un messaggio può raggiungere tutti senza riuscire a costruire una comunità. Il vuoto lasciato dai luoghi della partecipazione non produce soltanto disimpegno. Può generare inquietudine, solitudine e bisogno di appartenenza. Il desiderio di sentirsi parte di qualcosa rimane, ma vengono meno i contesti nei quali quel bisogno può tradursi in relazioni, responsabilità e obiettivi comuni. Qui si manifesta una delle contraddizioni più profonde del nostro tempo: siamo formalmente liberi di scegliere, ma spesso ci sentiamo sempre meno capaci di incidere sulle condizioni che determinano la nostra esistenza. A questa difficoltà si aggiunge la frattura tra le aspirazioni alimentate dalla società dei consumi e le possibilità materiali di realizzarle. Ci viene proposto un modello di successo fondato sulla visibilità, sul benessere esibito e sulla competizione, mentre salari insufficienti, precarietà e disuguaglianze impediscono a molti di avvicinarsi a quel modello. Quando le aspettative crescono e le opportunità diminuiscono, possono emergere frustrazione, risentimento e senso di esclusione. Ma non esiste una risposta unica, la stessa precarietà può alimentare isolamento e ostilità oppure spingere alla ricerca di solidarietà e forme nuove di cooperazione. Il punto non è attribuire una presunta inferiorità culturale a chi dispone di meno risorse economiche. Sarebbe un errore grave e ingiusto. Il problema è una società che tende a misurare il valore delle persone attraverso il consumo e il successo individuale, indebolendo la funzione emancipatrice della cultura. Quando mancano questi strumenti, il rischio è che una contraddizione strutturale venga vissuta come un fallimento personale. La disuguaglianza smette di apparire come un problema collettivo e viene interiorizzata come colpa individuale, oppure si trasforma in ostilità verso chi viene indicato come responsabile della propria condizione. È proprio in questo vuoto che possono trovare spazio le narrazioni politiche più pericolose sulla tenuta democratica di una società che fatica a offrire riferimenti condivisi e prospettive credibili. Quando le identità collettive si indeboliscono, le istituzioni perdono credibilità e il futuro appare incerto, possono acquistare forza le narrazioni che promettono soluzioni semplici a problemi complessi. Si individuano nemici, si costruisce una contrapposizione rigida tra un «noi» da proteggere e un «loro» da escludere, si promette sicurezza in cambio di obbedienza. Le ideologie autoritarie prosperano anche sulla domanda di protezione e riconoscimento di chi percepisce di aver perso il controllo sulla propria vita. Offrono appartenenza, individuano responsabili e promettono di ristabilire l’ordine attraverso la forza. Ma la disgregazione sociale non conduce necessariamente al fascismo. Può generare indifferenza, conflittualità, nuove forme di partecipazione democratica o solidarietà inedite. La direzione dipende anche dalla qualità delle istituzioni, dalle condizioni economiche, dal ruolo dei media e dalla capacità delle organizzazioni democratiche di rispondere ai bisogni reali. Il pericolo emerge quando il disagio non trova parole, luoghi e strumenti per essere interpretato e quando la promessa dell’ordine diventa più credibile della possibilità di cambiare le cose attraverso la partecipazione. C’è poi un’altra questione, meno appariscente ma altrettanto importante: la perdita di empatia solo a chi è considerato meritevole, i diritti diventano privilegi riservati a chi viene percepito come simile. In questo modo l’altro smette di essere una persona con una storia e dei diritti e diventa un ostacolo, una minaccia, un bersaglio sul quale scaricare paure e frustrazioni. Anche la comunicazione pubblica può alimentare questa dinamica quando riduce intere categorie sociali a etichette indistinte, trasforma questioni complesse in contrapposizioni assolute e rende accettabile il disprezzo verso chi viene considerato estraneo. La spettacolarizzazione della violenza rischia di aggravare il problema. La sofferenza viene consumata come immagine, mentre le sue cause rimangono sullo sfondo. L’indignazione può trasformarsi in richiesta di giustizia, ma anche in assuefazione e in una crescente disponibilità ad accettare misure indiscriminate. Per questo non basta interrogarsi sulla violenza che esplode nelle strade. Bisogna guardare anche alle forme di violenza simbolica e istituzionale, alle disuguaglianze che le alimentano e ai linguaggi che finiscono per renderle invisibili. Se il problema è la perdita dei riferimenti collettivi, la risposta non può consistere soltanto nell’invocazione dell’ordine, nel richiamo astratto ai valori o nella condanna morale del presente. Occorre ricostruire le condizioni che rendono possibile una partecipazione consapevole. Questo significa restituire centralità alla scuola pubblica, alla formazione critica, alle biblioteche, alle università, ai luoghi della cultura, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni e agli spazi di confronto democratico. Significa anche affrontare le disuguaglianze materiali che impediscono a una parte della popolazione di partecipare pienamente alla vita sociale. La cultura non è un ornamento per pochi, né un privilegio da esibire. È una risorsa democratica. Ci permette di riconoscere le manipolazioni, di comprendere la complessità e di non affidarci ciecamente a chi promette soluzioni immediate. Ma la cultura, da sola, non basta. Per diventare progetto deve incontrare luoghi, relazioni e possibilità concrete di intervento. Deve tradursi nella capacità di trasformare il malessere individuale in domanda pubblica, la protesta in proposta e il dissenso in partecipazione continuativa. Non si tratta di ricostruire nostalgicamente il mondo di ieri, ma di recuperare le funzioni che i luoghi della partecipazione svolgevano e di reinventarle nelle condizioni del presente. Abbiamo bisogno di spazi nei quali le persone possano confrontarsi senza essere costrette a scegliere tra l’indifferenza e lo scontro, tra la rassegnazione e la rabbia. Una democrazia non si misura soltanto dalla regolarità delle elezioni o dalla libertà formale di manifestare. Si misura anche dalla capacità di rendere le persone protagoniste delle decisioni che incidono sulle loro vite, di garantire condizioni materiali dignitose e di mantenere aperti luoghi nei quali il conflitto possa esprimersi senza trasformarsi in una guerra permanente tra nemici. La vera domanda, allora, è dove sia finita la coscienza collettiva. Il problema non è semplicemente la crisi della partecipazione tradizionale. È la difficoltà di trasformare una società attraversata da disuguaglianze, frustrazioni e conflitti in una comunità capace di riconoscere i propri problemi e di elaborare risposte condivise. Quando le proteste vengono oscurate dalla rappresentazione del disordine, quando la parola critica non trova luoghi di ascolto e la cultura diventa un indicatore di status anziché uno strumento di emancipazione, si crea un vuoto politico e simbolico. E, quel vuoto non rimane necessariamente tale: può essere occupato dall’indifferenza, dal risentimento o da progetti autoritari che promettono appartenenza e sicurezza in cambio della rinuncia al pluralismo. Ecco perché chiedersi dove siano finiti i luoghi del progetto non è un esercizio nostalgico. È interrogarsi sul futuro della democrazia. La sfida consiste nel restituire alla società la capacità di pensarsi come soggetto collettivo, senza cancellare le differenze e senza trasformare ogni conflitto in uno scontro tra nemici. Significa ricostruire legami, produrre conoscenza, rendere visibili le cause delle disuguaglianze e riaprire spazi nei quali le persone possano riconoscersi non soltanto come individui in competizione, ma come cittadini portatori di diritti e responsabilità. Perché il vero rischio non è soltanto che una protesta venga privata del suo significato o che una voce critica rimanga inascoltata. È che una società, privata degli strumenti per comprendere il proprio disagio, finisca per rinunciare anche alla possibilità di immaginare un’alternativa. E quando il futuro smette di essere un progetto condiviso, la promessa dell’ordine può diventare più seducente della fatica della libertà. È qui che dovremmo tornare al punto di partenza. Di fronte a una protesta, il primo dovere della politica non è soltanto reprimere ciò che degenera, ma ascoltare ciò che viene denunciato. Comprensione non significa giustificazione della violenza; significa avere la capacità di distinguere le responsabilità individuali dalle ragioni collettive e di affrontare le une senza cancellare le altre. Siamo persone in cammino, con bisogni primari, aspirazioni, paure e il desiderio di una vita dignitosa. Non possiamo essere ridotti a numeri, a categorie da amministrare o a immagini da utilizzare per costruire consenso. Eppure, troppo spesso, a parlare nello spazio pubblico sono persone che sembrano conoscere poco i problemi di cui discutono, ma che trovano comunque posto nei salotti televisivi grazie alla capacità di apparire, alimentare polemiche e pronunciare parole a effetto. La competenza passa in secondo piano, mentre la visibilità diventa una forma di autorevolezza. Intorno, un coro di voci compiacenti amplifica dichiarazioni autoreferenziali, in una rappresentazione che finisce per assomigliare più a una messinscena che a un confronto civile. Una democrazia, invece, ha bisogno di ascolto autentico, di competenza, di confronto e di responsabilità. Ha bisogno di persone disposte a comprendere prima di giudicare e di istituzioni capaci di rispondere alle domande senza rifugiarsi nella propaganda. Il primo dovere è l’ascolto, non la repressione. La comprensione, non la fustigazione morale. Perché una società che smette di ascoltare i propri cittadini non elimina il disagio: lo lascia crescere, lo rende più difficile da comprendere e rischia di consegnarlo a chi saprà sfruttarlo. E mentre continuiamo a guardare la vetrina in frantumi, dovremmo finalmente trovare il coraggio di guardare ciò che si sta rompendo dentro la società.