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26 Ottobre 2026

Jack Begon, il giornalista scomparso sulle tracce dei segreti di Sindona e della mafia americana

Nel luglio 1973 un corrispondente statunitense sparì misteriosamente a Roma mentre indagava sui presunti rapporti tra Michele Sindona, Lucky Luciano e i capitali di Cosa Nostra. Un informatore palermitano gli aveva promesso documenti compromettenti per cinquemila dollari. Dopo quasi un mese il giornalista ricomparve, ma la sua storia prese una piega inattesa. Oggi un fascicolo declassificato della polizia italiana permette di ricostruire una vicenda dimenticata, sospesa tra giornalismo investigativo, finanza internazionale e misteri irrisolt

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

PALERMO, 21 LUGLIO 1973. Jack Langford Begon è convinto di essere arrivato a un passo dallo scoop più importante della propria carriera. Ha sessantuno anni, quarant’anni di giornalismo alle spalle e una storia che, se confermata, potrebbe scuotere gli ambienti finanziari italiani e americani.

Da mesi sta seguendo una pista delicatissima: i presunti collegamenti tra la mafia statunitense e il sistema bancario italiano. Al centro delle sue ricerche c’è un nome destinato a diventare tristemente celebre: Michele Sindona.

Begon, giornalista americano residente a Roma, già tra i fondatori del quotidiano in lingua inglese Daily American e collaboratore della rete televisiva ABC, è convinto che il finanziere siciliano possa aver avuto un ruolo nella gestione dei capitali della criminalità organizzata americana.

Non ha ancora le prove definitive. Ma ritiene di aver trovato qualcuno disposto a fornirgliele.

È un uomo misterioso, incontrato a Palermo, che sostiene di essere stato presente a una riunione durante la quale Lucky Luciano avrebbe indicato il personaggio incaricato di amministrare gli interessi finanziari del sindacato criminale americano.

L’informatore promette documenti. In cambio pretende cinquemila dollari.

Begon non vuole pagare una cifra simile sulla base di una semplice testimonianza. Contratta, discute e ottiene un nuovo appuntamento per il giorno successivo.

Poi torna a Roma e scrive a Michael H. Stein, suo interlocutore alla ABC.

La lettera contiene una frase destinata ad assumere un significato particolare dopo quanto accadrà:

«Ho ora tra le mani la più grossa storia che mi sia mai capitata in 40 anni di professione».

Ventiquattr’ore dopo, Jack Begon scompare.

Il misterioso appuntamento nell’albergo della mafia

Il luogo scelto per l’incontro è un grande albergo palermitano, indicato nella corrispondenza del giornalista come il Grand Hotel.

Il riferimento richiama inevitabilmente il Grand Hotel et des Palmes, entrato nella storia per gli incontri del 1957 tra esponenti della mafia siciliana e americana.

Secondo quanto riferito dall’informatore a Begon, proprio durante una riunione di quell’epoca Lucky Luciano avrebbe individuato il personaggio destinato a occuparsi degli affari finanziari dell’organizzazione criminale.

Un’affermazione clamorosa, ma ancora tutta da verificare.

Il giornalista ne è perfettamente consapevole. Nella lettera a Stein spiega che l’uomo non aveva mostrato alcuna documentazione durante il primo incontro. Per questo aveva insistito affinché, al successivo appuntamento, portasse gli originali oppure copie fotografiche delle carte.

Begon sembra disposto a rischiare anche il proprio denaro pur di ottenere quelle informazioni. È convinto che la storia abbia una portata superiore a quella di un normale servizio radiofonico.

Suggerisce persino che, qualora le prove risultassero autentiche, il materiale venga sottoposto a Jack Anderson, uno dei più conosciuti giornalisti investigativi americani.

Il suo obiettivo non è soltanto raccontare un episodio di cronaca criminale.

Vuole ricostruire il possibile legame tra la grande finanza internazionale e i capitali della mafia americana.

Sindona e la pista dei dollari

Nel 1973 Michele Sindona è ancora un finanziere potente, protagonista di operazioni bancarie che collegano l’Italia agli Stati Uniti.

Gli scandali che negli anni successivi travolgeranno il suo impero non hanno ancora assunto le dimensioni che conosciamo oggi.

Begon, tuttavia, ha cominciato a interessarsi alle sue attività molto prima della misteriosa scomparsa.

La documentazione conservata dalla Pubblica sicurezza contiene infatti una sua precedente corrispondenza nella quale vengono menzionate operazioni legate alla Franklin New York Corporation e le preoccupazioni di un interlocutore indicato come Roth.

Il giornalista scrive di aver lavorato concretamente sul caso per circa sei mesi e di avervi riflettuto per due anni.

È convinto che un’indagine condotta direttamente negli Stati Uniti possa consentire di seguire il percorso dei capitali fino alla loro origine.

Ma in quella stessa corrispondenza compare un particolare inquietante.

Begon riferisce di aver ricevuto una telefonata anonima. Uno sconosciuto gli avrebbe intimato di abbandonare le ricerche, minacciando di fargli fare la fine di Mauro De Mauro, il giornalista del quotidiano palermitano L’Ora scomparso nel settembre 1970.

Non è possibile stabilire se la minaccia fosse autentica né identificarne l’autore. Il documento dimostra però che Begon aveva riferito per iscritto l’episodio.

Tre anni dopo la scomparsa di De Mauro, un altro giornalista sembra dunque svanire mentre cerca informazioni sugli ambienti della criminalità siciliana.

Una coincidenza che gli investigatori non possono ignorare.

Domenica 22 luglio: la Ford Capri abbandonata a Fiumicino

Jack Begon ha prenotato un volo Roma-Palermo.

Deve raggiungere il capoluogo siciliano per incontrare nuovamente il suo informatore e visionare finalmente i documenti promessi.

Ma qualcosa interrompe il programma.

Il giornalista non dà più notizie di sé.

L’allarme coinvolge rapidamente l’ambasciata statunitense e gli uffici italiani dell’Interpol. Le questure di Roma e Palermo avviano le ricerche.

All’aeroporto di Fiumicino viene ritrovata la sua Ford Capri, targata Roma G70757, parcheggiata nell’area dei voli nazionali.

Dagli accertamenti emerge anche una ricevuta Alitalia del 21 luglio, relativa a un biglietto di andata e ritorno per Palermo.

Nell’ufficio romano di via Abruzzi vengono individuati altri elementi sospetti, tra cui un paio di occhiali con le lenti infrante.

Si parla anche di documenti e denaro mancanti.

La scomparsa assume rapidamente i contorni di un possibile sequestro.

Chi avrebbe potuto avere interesse a impedire a Begon di incontrare il misterioso informatore? Qualcuno aveva scoperto il contenuto delle sue ricerche? Oppure la spiegazione era completamente diversa?

Le domande si moltiplicano.

Le risposte, invece, non arrivano.

La polizia indaga su Sindona e sulla mafia americana

La Direzione generale della Pubblica sicurezza organizza una riunione di coordinamento alla quale partecipano funzionari delle Squadre mobili di Roma, Palermo e Milano.

Al centro dell’incontro non c’è soltanto la scomparsa del giornalista.

C’è soprattutto l’inchiesta che stava conducendo.

Gli investigatori prendono in considerazione due ipotesi radicalmente differenti.

La prima è quella di un sequestro organizzato da ambienti criminali venuti a conoscenza delle sue ricerche. Nel rapporto viene richiamata espressamente l’analogia con la vicenda di Mauro De Mauro.

La seconda è quella di una scomparsa simulata dallo stesso Begon per ottenere pubblicità.

Ma il particolare più interessante emerge dalle disposizioni impartite al termine della riunione.

Alla Squadra mobile di Palermo viene chiesto di intensificare le indagini per identificare il misterioso informatore.

Alla Questura di Milano viene affidato il compito di raccogliere ulteriori notizie su Michele Sindona.

Viene inoltre valutata l’opportunità di inviare funzionari italiani negli Stati Uniti per incontrare i responsabili della ABC, recuperare i precedenti servizi realizzati da Begon e approfondire i suoi contatti.

Le autorità prendono in considerazione anche una collaborazione con l’FBI e l’Internal Revenue Service, l’amministrazione fiscale americana.

La scomparsa di un giornalista sta diventando l’occasione per indagare sui possibili collegamenti tra finanza italiana e criminalità organizzata internazionale.

Non significa che le accuse fossero dimostrate. Significa che gli investigatori ritenevano necessario verificarle.

Chi era l’uomo che chiedeva cinquemila dollari?

È probabilmente l’interrogativo più interessante lasciato aperto dalla documentazione.

L’informatore palermitano sosteneva di essere stato testimone di un episodio decisivo nella storia dei rapporti tra mafia e finanza.

Aveva chiesto denaro in cambio di documenti che, a suo dire, avrebbero potuto compromettere il misterioso banchiere indicato durante la riunione del 1957.

Ma chi era realmente?

Un uomo interno all’organizzazione criminale? Un intermediario? Un testimone occasionale? Oppure qualcuno che aveva costruito una storia falsa per ottenere denaro?

Dalle carte esaminate non emerge un’identificazione certa.

E soprattutto non risulta dimostrato che i documenti promessi siano mai stati consegnati a Begon.

È una distinzione fondamentale.

Il giornalista era convinto di essere vicino a una rivelazione straordinaria, ma la convinzione di una fonte, per quanto sincera, non equivale alla prova dei fatti.

L’intera inchiesta dipendeva da un incontro che avrebbe dovuto svolgersi domenica 22 luglio 1973.

Un appuntamento che, secondo la ricostruzione iniziale, Begon non riuscì a rispettare.

Il ritorno del giornalista e il colpo di scena giudiziario

Il 20 agosto, dopo quasi un mese di assenza, Jack Begon ricompare a Roma.

È vivo.

Racconta di essere stato sequestrato da uomini che lo avrebbero trasferito negli Stati Uniti, trattenendolo per impedirgli di proseguire le ricerche sulla mafia.

Ma gli investigatori raccolgono elementi che mettono in dubbio il suo racconto.

Negli Stati Uniti il giornalista avrebbe soggiornato in un albergo di Seattle utilizzando un nome falso, James O’Brien, e avrebbe ricevuto visite di familiari.

La magistratura romana ritiene di avere elementi sufficienti per procedere nei suoi confronti per simulazione di reato e appropriazione indebita aggravata.

Il presunto sequestrato diventa così un imputato. Come accadrà nel 1979 proprio a Michele Sindona. Che simula di essere stato rapito pochi giorni dopo l’omicidio di Giorgio Ambrosoli.

La vicenda giudiziaria si conclude il 6 dicembre 1974 con l’assoluzione di Begon per insufficienza di prove, secondo la formula processuale allora vigente.

Il tribunale non riesce a stabilire con certezza che il giornalista abbia inventato la propria scomparsa.

Ma non accerta neppure che il sequestro sia realmente avvenuto.

Resta quindi irrisolta la questione di ciò che accadde durante quelle settimane.

E resta separata un’altra domanda: quanto c’era di vero nell’inchiesta che Begon stava preparando?

Il fascicolo dimenticato negli archivi dello Stato

La vicenda torna a emergere ufficialmente otto anni dopo.

Il 13 aprile 1981 il capo della Polizia invia una comunicazione a Francesco De Martino, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona.

Tra gli atti trasmessi figura un fascicolo intestato al giornalista americano, il cui nome viene riportato con una trascrizione inesatta: «Begon Jach».

È un documento importante perché dimostra che le indagini sulla sua scomparsa e le informazioni raccolte sulle sue ricerche erano state acquisite nell’ambito della documentazione destinata alla Commissione Sindona.

Non prova un coinvolgimento del finanziere nella sparizione.

Conferma però che la vicenda era stata ritenuta pertinente al materiale da esaminare nell’inchiesta parlamentare.

Il fascicolo, composto da rapporti di polizia, comunicazioni internazionali, documenti dell’FBI, corrispondenza e ritagli della stampa dell’epoca, è stato declassificato dall’Archivio storico della Camera dei deputati il 18 giugno 2020.

Quelle carte permettono oggi di tornare su una storia che sembra appartenere a un romanzo di spionaggio, ma che si svolse realmente nell’Italia dei primi anni Settanta.

La grande inchiesta che non vide mai la luce

La storia di Jack Begon contiene due misteri distinti.

Il primo riguarda la sua scomparsa, il viaggio negli Stati Uniti e le circostanze del ritorno.

Il secondo riguarda ciò che stava cercando di scoprire.

Se l’informatore palermitano avesse davvero posseduto documenti autentici, Begon avrebbe potuto trovarsi davanti a una rivelazione importante sui rapporti tra criminalità organizzata e finanza internazionale.

Se invece quell’uomo avesse mentito, il giornalista avrebbe rischiato di costruire il servizio più importante della propria carriera su una testimonianza priva di fondamento.

Le carte oggi disponibili non permettono di scegliere con certezza tra queste possibilità.

E neppure il successivo coinvolgimento di Michele Sindona in gravissime vicende finanziarie e criminali può essere utilizzato retroattivamente per considerare vere tutte le ipotesi formulate dal giornalista nel 1973.

Resta, tuttavia, un dato documentato: Begon stava cercando di seguire il denaro, di ricostruirne i passaggi tra Italia e Stati Uniti e di verificare le possibili connessioni tra attività bancarie e organizzazioni mafiose.

Lo faceva quando molti degli scandali destinati a travolgere Sindona erano ancora lontani dall’esplodere pubblicamente.

E lo faceva con la determinazione di un uomo convinto di avere finalmente trovato la storia della propria vita.

Forse il dettaglio più significativo dell’intera vicenda è contenuto proprio nell’ultima lettera a Michael Stein.

Begon non afferma di possedere già tutte le prove. Sa che deve ancora verificarle. Sa che il suo informatore potrebbe non essere attendibile. Sa che cinquemila dollari rappresentano una cifra considerevole.

Eppure vuole tornare a Palermo.

Vuole incontrare nuovamente quell’uomo.

Vuole vedere i documenti.

Poi scompare.

Ricompare quasi un mese dopo, ma la sua storia personale finisce per oscurare completamente l’inchiesta che stava preparando.

Jack Begon tornò. La grande rivelazione che aveva annunciato, invece, non arrivò mai.

E nelle carte della polizia italiana rimane ancora la traccia di quell’appuntamento fissato per una domenica di luglio del 1973, in un albergo palermitano legato alla storia della mafia.

Un appuntamento con un informatore senza nome.

E con una verità che, almeno nelle forme immaginate dal giornalista americano, non fu mai dimostrata.