25 Ottobre 2026
L’aumento dei prezzi della benzina e la geopolitica mondiale

Di Mario De Luca
Oltre alle proteste degli studenti, stiamo assistendo in Italia alle proteste per l’aumento dei
prezzi del carburante. Il carburante è aumentato, come sappiamo, per via della Crisi nello
Stretto di Hormuz, che ha fatto salire i prezzi del petrolio. Proprio come una missione
punitiva ateniese della Lega Delio-Attica, qualche mese fa’, alcuni leaders europei, con la
Gran Bretagna in testa avevano deciso di intervenire militarmente per ‘liberare’ lo Stretto di
Hormuz, e consentire il traffico di petrolio, invece di condannare l’intervento statunitense e
israeliano, come ha fatto la Cina, a che ha avuto meno problemi rispetto all’UE nella
fornitura di petrolio. L’intervento occidentale ha ricordato vagamente quello del 1956
quando Nasser chiuse il Canale di Suez alle navi nemiche e Francia, Gran Bretagna e
Israele intervennero inviando truppe; La crisi si risolse con la mediazione degli Stati Uniti.
Oggi, come durante la guerra del Kippur ci rendiamo conto di quanto sia importante il
petrolio per l’economia mondiale e di quanto siamo ancora maledettamente dipendenti da
esso. L’intervento ultimo di Trump in Venezuela lo dimostra; è stato detto che
quell’intervento è stato compiuto per evitare che salissero i prezzi del petrolio, ma c’è una
cosa che non è stata detta: quell’intervento è stato compiuto per evitare che salissero
troppo i prezzi del petrolio rispetto al dollaro; il dollaro è la valuta di scambio mondiale e i
prezzi del petrolio e delle materie prime, così come di tutte le altre commodities scambiate
globalmente, vengono denominate in dollari. Come fa notare Prabhat Patnaik se i prezzi
delle materie prime tropicali, o di quelle dei paesi periferici a clima temperato salissero
troppo, di conseguenza verrebbe minacciata anche la valuta metropolitana. Lo abbiamo
visto negli anni ’70, con lo shock petrolifero, e lo vedremmo anche se salisse il prezzo
delle commodities tropicali. Queste occupano una quota molto piccola nella produzione
del paniere di merci del Nord Globale, ma lì il problema non è l’inflazione data
dall’aumento dei costi di produzione, ma l’aumento del valore dell’oro rispetto alla valuta.
Secondo Patnaik infatti se il prezzo d’offerta dei beni tropicali aumentasse i risparmiatori
tropicali preferirebbero spostarsi verso l’oro piuttosto che verso la valuta metropolitana, e il
prezzo dell’oro potrebbe aumentare rispetto a quest’ultima; una delle alternative che
storicamente sono state utilizzate per ottemperare al vincolo dell’aumento del prezzo
d’offerta storicamente è stato l’inflazione da profitto, ovvero l’erosione dei risparmi delle
classi popolari e dei piccoli produttori tramite aumento dei prezzi primari e tasse sui
consumi; oggi, nell’epoca del neoliberalismo, la spirale inflattiva viene tenuta a bada
tramite quella che Patnaik chiama deflazione da reddito, ovvero l’imposizione di politiche
di austerità e di rigore fiscale e monetario ai paesi periferici. L’imperialismo appare così
come la sottrazione del consumo alla popolazione autoctona.
Un altro modo con cui i paesi del Nord riescono ad imporre politiche deflattive è grazie al
controllo della valuta. Come abbiamo detto prima le materie prime sono denominate in
dollari, ma vengono scambiate anche in altre valute forti, in questo senso si leggono le
proposte fatte da alcuni paesi come il Venezuela di una valuta dei paesi petroliferi.
I politici italiani ed europei fin ora hanno risposto optando per la fine delle accise o con
interventi sui prezzi o fiscali, ma è chiaro che oggi sono le grandi imprese a decidere i prezzi e non più il mercato, tramite quella che Galbraith considerava una vera e propria pianificazione industriale nei paesi capitalistici.
Secondo Kalecki i prezzi sono formati dalla somma dei costi primari più il mark-up, o
margine di profitto. La capacità di un’impresa di imporre il mark-up sui costi primari è detta
da Kalecki grado di monopolio. I beni industriali secondo il nostro erano cost-determined,
in quanto i prezzi sono dati dai costi primari più il mark-up, mentre quelli primari erano
demand determined in quanto i prezzi dipendono dalla domanda Come scriveva Samir
Amin Kalecki riteneva che i salari dei lavoratori industriali si erano mantenuti alti perché
quelli dei lavoratori primari si erano mantenuti bassi. È chiaro che il capitalismo necessita
allora di una riserva di lavoratori price taker, o disorganizzati. Questa riserva si trova come
dice lo stesso Patnaik nella periferia, dove il grado di sindacalizzazione è più basso.
Patnaik spiega come lo stato può applicare politiche di deflazione da reddito anche nel
centro, ma alla fine ha bisogno dell’esercito industriale di riserva nella periferia.
Per lungo tempo i cittadini europei e nordamericani hanno accettato prezzi più alti
nonostante la diminuzione dei costi di produzione, ma è bastata una guerra ad erodere i
risparmi dei lavoratori oltre il limite accettato. Può sembrare non cosa da poco una guerra,
ma durante la Seconda Guerra Mondiale i paesi belligeranti adottavano controlli sui prezzi
e sui profitti, anche se mantenevano bassi i prezzi delle materie prime nelle colonie e alti i
prezzi dei beni industriali che rivendevano a queste. Il capitalismo, anche durante la
guerra, si basava sempre, quindi sulla sottrazione del consumo autoctono nelle periferie.
Politiche di razionalizzazione economica, come quelle applicate durante la Seconda
Guerra Mondiale, in tempi di pace, almeno nei paesi che non sono coinvolti direttamente,
non vengono accettate, ed è improbabile che i politici europei le applicheranno.
Sta di fatto però, che sono sempre i lavoratori a farne le spese.

