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20 Luglio 2026

Incendio della Remat: quali conseguenze? Quali rimedi?

Incendio Remat Lazio: fumo tossico e allarme diossina. Ora serve monitorare i suoli, non l’aria

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Di Rossana Vaudo

Una enorme colonna di fumo nero quella sprigionata dall’incendio divampato nel pomeriggio del 12 luglio nell’azienda Remat Lazio di San Giorgio a Liri, un impianto che si occupa di gestire e trasformare i materiali che derivano dalla raccolta differenziata dei rifiuti.

Fiamme e fumo denso che hanno impegnato per quasi due giorni le squadre dei vigili del fuoco e le forze dell’ordine, e costretto i residenti al rispetto di norme comportamentali volte al contenimento dei rischi.

Ora che le fiamme sono state domate e l’odore acre sembra essersi disperso tra quello più consueto del traffico veicolare, resta tra la gente la preoccupazione, compresa quella che la stagione estiva sposti presto l’attenzione su temi e problemi diversi. 

Preoccupazione giustificata, proprio perché a bruciare è stata soprattutto la plastica. Un termine che in realtà racchiude materiali diversi, con un’origine comune, sono tutti derivati dal petrolio, e una comune struttura chimica, basata su catene di atomi di carbonio legati prevalentemente a idrogeno. Oltre che essere accomunati da un basso costo e da una notevole versatilità.

Quando la plastica brucia reagisce in maniera incontrollata con l’ossigeno. E come ogni altro idrocarburo o composto cosiddetto organico produce in primo luogo anidride carbonica e monossido di carbonio. Gas cosiddetti serra, poiché contribuiscono al riscaldamento climatico impedendo alla radiazione solare infrarossa di tornare nello spazio. Essi non sono però l’unica conseguenza. La combustione può generare altre sostanze, che oltre che dalle temperature raggiunte, e dalla quantità di ossigeno disponibile, che in incendi di vaste proporzioni tende rapidamente a decrescere, dipendono infatti proprio dal tipo di plastica. 

Tra quelle più comuni troviamo il PET e il PVC. Se del polietilene (PET), che contiene esclusivamente carbonio e idrogeno, si può dire che abbia un impatto minimo solo sul clima, diverso è il caso del polivinilcloruro (PVC), che, come si evince dal nome, include nella sua formula chimica anche il cloro.

Il PVC lo troviamo nei flaconi, negli imballaggi, come pure negli arredi e nei giocattoli. Quando brucia sprigiona composti estremamente tossici, quali acido cloridrico, i furani, e le famigerate diossine. Il cui nome inevitabilmente rimanda al disastro di Seveso di cinquant’anni fa. 

Le ricadute sulla salute umana e sull’ambiente sono gravi e a lungo termine. Oltre a essere difficilmente degradabili, le diossine sono infatti liposolubili. Significa che si sciolgono nei grassi, anziché nell’acqua. Motivo per cui non vengono dilavate dalla pioggia, non raggiungono le falde idriche, ma persistono sul terreno per tempi lunghissimi, entrando a far parte della catena alimentare. Negli organismi tendono ad accumularsi nei tessuti adiposi, ma anche ad interagire con ormoni o altri mediatori chimici del nostro corpo affini chimicamente ai grassi, di cui vanno ad alterare il funzionamento. Accanto agli effetti cancerogeni e mutageni, sono perciò da imputare alle diossine anche quelli più subdoli che colpiscono il sistema immunitario, quello ormonale, il metabolismo, perfino la pelle. 

Difficoltà di regolazione dei livelli di glicemia nel sangue, disfunzioni della tiroide, disfunzioni epatiche, disfunzioni ormonali, alterazioni del sistema immunitario, come allergie o intolleranze, cloroacne. E poi tumori del sangue, carcinomi mammari, malformazioni del feto e aborti spontanei. Tutte patologie per le quali esiste una correlazione diretta con l’esposizione alla diossina, ma per le quali è molto difficile identificare con certezza assoluta un nesso causa-effetto.

Lo stesso vale per i PCB, i policloro-bifenili, che derivano dalla combustione incompleta del PVC: anch’essi liposolubili e con analoghi effetti sulla salute umana.

Per liberarsi di queste sostanze c’è un’unica soluzione: la bonifica dei suoli. Si tratta di asportarne lo strato più superficiale per sostituirlo con terreno pulito. Un intervento difficile da realizzare quando il territorio è urbanizzato, ma necessario nelle aree destinate ad un uso agricolo o a pascolo.

Le rilevazioni dell’ARPA degli ultimi giorni hanno monitorato i valori di diossine, di PCB e di benzopirene, un idrocarburo policiclico aromatico. Per intenderci, lo stesso che si genera tostando il pane o grigliando la carne. Al cui rilascio, nel caso della Remat, avrà certamente contribuito anche la carta andata a fuoco.

Ebbene, per quanto i dati indichino variazioni importanti rispetto ai valori standard, essi acquisiscono però solo una valenza informativa. Non esistono infatti riferimenti normativi relativi alla qualità dell’aria che si riferiscano nello specifico a incendi. 

Ad essere monitorato dovrà dunque essere il suolo. Non oggi. Ma nei giorni e nei mesi a seguire. Senza lasciare che la calura estiva mandi in black out i riflettori su questo ennesimo disastro ambientale.