13 Aprile 2026
Meloni e la questione culturale

Di Rosamaria Fumarola
Esiste una questione che si tende a torto a sottovalutare ed è la questione culturale. Quando dobbiamo esprimere un giudizio su qualcuno non possiamo considerarla peregrina, perché è la cornice che contiene i valori fondamentali che raccontano chi siamo. Negli ultimi anni il nostro paese ha ritenuto di poter prescindere dalla valutazione culturale obiettiva della classe politica. Molti hanno creduto che certo, la sinistra tanto e di livello altissimo dopo l’ultimo conflitto aveva espresso, ma che la destra aveva diritto, purché nei limiti imposti dalla Costituzione, di scrivere la propria pagina, occupando un posto che avesse un suo senso nel paradigma democratico. Prova ne siano quelle frasi pronunciate da tanti commentatori di sinistra che, di fronte agli scivoloni di taluni rappresentanti del governo, si affrettavano a precisare che la nostra presidente è una donna capace ed intelligente, che però non ha ben saputo scegliere i propri collaboratori. La verità è che se davvero la Meloni avesse avuto capacità o almeno cultura, si sarebbe circondata di figure diverse. I fatti accaduti dopo l’esito referendario lo testimoniano con innegabile evidenza. Il decreto Caivano poi, prova la totale miopia nella valutazione tanto di un problema quanto della sua soluzione, visto che con un intento repressivo si sono riempite le carceri al punto tale che i giovani detenuti vengono sedati per essere contenuti negli spazi in cui scontano la pena e che spessissimo per la stessa ragione repressiva, sono oggetto di una violenza brutale da parte di chi dovrebbe occuparsi della loro custodia. La presidente aveva inteso impegnarsi personalmente nel nuovo decreto, senza alcuna valutazione delle conseguenze che ne sarebbero derivate. Non mi pare di usare un termine fuori luogo nel valutare scelte come questa frutto di una totale incompetenza. Viene dunque da chiedersi quali istanze siano sposate da questo governo. Non va dimenticato che illo tempore fu Berlusconi a finanziare il movimento di Giorgia Meloni, per costruirsi un alleato con cui poter ottenere la maggioranza di governo necessaria. Non si fece scrupoli nel valutare quali fossero nel profondo i valori che sostanziavano la destra meloniana, perché intendeva servirsene al solo scopo di realizzare il suo progetto politico, del quale non vale qui la pena giudicare la discutibile meritorietà. È cosa diversa però ricoprire il ruolo della presidente del Consiglio dei Ministri se si pretende di agire politicamente senza un solido bacino culturale. Perché fare una mostra sul Futurismo non basta e soprattutto non è una proposta. Lo fu durante il fascismo, ma non oggi. Mussolini per questioni storiche nonché personali, diede voce ad un movimento nuovo e fortemente caratterizzato che si misurò con la storia, sebbene da questa fu bocciato. L’eco della voce meloniana è quello della sconfitta, delle ceneri, dei burattini buoni per giocare, per scimmiottare la realtà, ma non più capaci di esprimerla e tantomeno di dominarla. Non è poi espressione di una rivoluzione culturale il fatto che a ricoprire un incarico di peso come quello della presidente del Consiglio, sia appunto una donna, perché quella donna è incapace di un progetto culturale nuovo e propone una dimensione a ben guardare limitata e provinciale di ciò che le donne possono fare. Il rapporto di totale subalternità nei confronti di Donald Trump lo testimonia appieno. Non vi è nulla in tutto ciò che Giorgia Meloni ha realizzato in questi anni, da cui possa evincersi una lungimiranza politica ed una visione culturale che la renda degna di ricoprire il ruolo che occupa. Ha, come per il decreto Caivano, creduto di poter improvvisare grazie al consenso degli italiani, accorgendosi poi che non bastava riproporre le istanze di Mussolini per governare il paese. Ma soprattutto senza pensare che quelle istanze erano state già una volta sconfitte dalla storia e che gli italiani, per non dimenticarlo, lo avevano scritto a chiare lettere nella Costituzione.
RIPRODUZIONE RISERVATA ©

