05 Ottobre 2026
RESIDUATI BELLICI NEL BASSO LAZIO
La guerra che non è finita: gli ordigni riaffiorano nel Cassinate

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Il passato è riemerso da uno scantinato
Doveva essere un normale intervento dei Vigili del Fuoco.
Un principio d’incendio, uno scantinato, una chiamata di emergenza. Poi, dentro quel locale di Campoli Appennino, la scoperta destinata a cambiare completamente lo scenario: materiale bellico risalente alla Seconda guerra mondiale.
Granate da mortaio, bombe a mano e altro munizionamento. Oggetti rimasti per decenni lontani dagli occhi e improvvisamente tornati alla luce.
Il ritrovamento ha richiesto l’intervento degli artificieri dell’Esercito, l’adozione di misure di sicurezza e l’allontanamento precauzionale dei residenti nell’area interessata.
Le successive verifiche hanno inoltre portato all’individuazione di altro materiale bellico in un rudere nella zona di Carpello.
La vicenda è ancora oggetto degli accertamenti delle autorità. Ma c’è un dato che non necessita di interpretazioni investigative: gli ordigni della Seconda guerra mondiale continuano a essere presenti nel territorio del Basso Lazio e possono ancora rappresentare un pericolo.
Ottant’anni non bastano a rendere innocua una bomba
La prima convinzione da cancellare è anche la più intuitiva:
un ordigno vecchio non è necessariamente un ordigno innocuo.
Durante la Seconda guerra mondiale l’Italia fu sottoposta a una gigantesca campagna di bombardamenti. Il Ministero della Difesa ricorda che furono sganciate sul territorio nazionale oltre un milione di bombe d’aereo e che una parte di esse rimase inesplosa.
Ci sono poi bombe a mano; mine; bombe da mortaio; proiettili di artiglieria. Tutta roba suscettibile. A titolo di esempio basta citare la SRCM 35, il “Diavolo rosso”. Poco affidabile nella Seconda Guerra Mondiale, figuriamoci dopo ottant’anni sotto terra.

Il tempo può avere deteriorato l’involucro del residuato bellico, ma non costituisce una garanzia di sicurezza.
Corrosione, infiltrazioni, deformazioni e deterioramento dei componenti possono rendere un residuato ancora più difficile da valutare senza strumenti e competenze specialistiche.
È per questo che la Difesa continua a impiegare reparti specializzati del Genio per la ricerca, la messa in sicurezza e la neutralizzazione degli ordigni.
Nel 2024 gli specialisti dell’Esercito hanno effettuato migliaia di interventi di bonifica, neutralizzando oltre 17 mila ordigni.
La guerra è finita.
Il lavoro degli artificieri, evidentemente, no.
Il Cassinate, un enorme archivio della guerra
Per comprendere il fenomeno occorre guardare alla geografia.
Tra il 1943 e il 1944 il territorio compreso tra il Lazio meridionale e la Campania settentrionale divenne uno dei principali teatri della campagna d’Italia.
La Linea Gustav attraversava il territorio.
Cassino divenne uno dei simboli della guerra in Italia.
Montagne, vallate, strade, ponti, ferrovie e centri abitati furono interessati da bombardamenti e combattimenti.
L’elenco dei comuni coinvolti è lungo: Cassino, Cervaro, San Pietro Infine, San Vittore del Lazio, Sant’Elia Fiumerapido, Vallerotonda, Piedimonte San Germano, Villa Santa Lucia, Aquino, Pignataro Interamna, Pontecorvo, Esperia, Ausonia, Coreno Ausonio, San Giorgio a Liri e altri centri della valle del Liri e del Garigliano.
Non significa che questi territori siano oggi indistintamente pericolosi.
Significa qualcosa di più preciso: la loro storia bellica rende plausibile il ritrovamento occasionale di residuati e impone prudenza quando si rinvengono oggetti sospetti.
Cassino: le bombe sono già riemerse
Non è una possibilità puramente teorica.
Nel territorio di Cassino sono stati documentati diversi ritrovamenti.
Nel 2018, nella zona di Caira, venne individuato un ordigno tedesco HE-75 della Seconda guerra mondiale, ancora attivo. L’area venne messa in sicurezza e l’ordigno successivamente neutralizzato dagli specialisti.
Nel 2015 due ordigni inesplosi furono individuati lungo la Casilina Nord.
Nel 2023 un proiettile da carro armato da 105 millimetri venne rinvenuto nella zona di Caira.
Sono episodi differenti, avvenuti in anni diversi e in contesti diversi.
Ma raccontano tutti la stessa storia: il territorio continua a restituire materiale bellico a distanza di oltre ottant’anni.
Dal Montecassino al Garigliano
Il problema non riguarda soltanto Cassino.
Le aree montane attorno a Sant’Elia Fiumerapido e Caira, le campagne di Piedimonte San Germano, Villa Santa Lucia e Aquino, le zone di Cervaro e San Vittore e il corridoio del Liri e del Garigliano furono interessati dalle operazioni militari.
Particolare attenzione meritano le aree boschive e quelle rimaste relativamente poco trasformate dall’urbanizzazione.
È proprio la vegetazione, infatti, a poter nascondere per decenni ciò che è rimasto sul terreno.
Un esempio particolarmente significativo arriva da Castelforte.
In una zona boschiva sono stati individuati 153 residuati bellici, prevalentemente bombe da mortaio. Gli artificieri dell’Esercito hanno proceduto alla bonifica e alla neutralizzazione del materiale.
Il dato è importante anche dal punto di vista geografico.
Non è necessario vivere accanto a un monumento o a un campo di battaglia per imbattersi in un residuato.
Può accadere in un bosco.
In un terreno agricolo.
In un vecchio rudere.
In uno scantinato.
Come riconoscere un ordigno? La risposta più prudente è: non provarci

Un oggetto metallico trovato nel terreno può essere qualsiasi cosa.
Un vecchio pezzo meccanico.
Un rottame.
Un componente agricolo.
Oppure una granata, un proiettile o una bomba.
Alcuni residuati presentano forme caratteristiche: corpi cilindrici od ogivali, alette posteriori, elementi riconducibili a spolette o altri componenti militari.
Ma la regola fondamentale è un’altra:
il cittadino non deve stabilire se l’oggetto sia esplosivo.
Deve soltanto riconoscere che potrebbe esserlo.
Da quel momento l’attività deve terminare.
La regola del 112
Il comportamento corretto può essere riassunto in quattro passaggi.
FERMARSI
Se il ritrovamento avviene durante uno scavo, un lavoro agricolo, un’escursione o una ricerca con metal detector, l’attività deve essere immediatamente interrotta.
NON TOCCARE
Non bisogna raccogliere l’oggetto, pulirlo, scuoterlo, colpirlo, svitarlo o tentare di estrarlo dal terreno.
ALLONTANARSI
Bisogna mantenere la distanza e impedire, per quanto possibile senza esporsi al rischio, che altre persone si avvicinino.
CHIAMARE IL 112
La segnalazione deve essere affidata alle autorità, indicando il luogo del ritrovamento e spiegando ciò che è stato osservato.
Saranno poi Forze dell’ordine, Prefettura e specialisti dell’Esercito a stabilire come procedere.
Il metal detector non è uno strumento di bonifica
Il tema riguarda direttamente anche gli appassionati di ricerca con metal detector.
Un rilevatore può individuare una massa metallica.
Non può stabilire che quella massa sia sicura.
E soprattutto non può sostituire una bonifica bellica.
Chi incontra un segnale compatibile con un possibile residuato in un’area interessata da combattimenti dovrebbe considerare conclusa la ricerca nel punto interessato.
Scavare più profondamente per capire cosa abbia prodotto il segnale può trasformare una semplice curiosità in un problema di sicurezza.
La Bonifica Bellica Sistematica Terrestre è un’attività specifica disciplinata dal Ministero della Difesa e affidata a operatori specializzati.
Il metal detectorista amatoriale fa un altro “mestiere”.
E confondere le due attività può essere pericoloso.
Il vero rischio arriva quando si scava
Agricoltori.
Imprese edili.
Operai forestali.
Escursionisti.
Cacciatori.
Proprietari di terreni.
Appassionati di metal detecting.
Sono categorie diverse, ma possono trovarsi davanti allo stesso problema.
Il rischio aumenta quando un terreno viene modificato.
Un aratro può portare in superficie un oggetto rimasto nascosto per decenni.
Uno scavo per una recinzione può raggiungere livelli del terreno mai disturbati.
Un escavatore può spostare grandi quantità di terra in pochi minuti.
Ed è proprio per questo che esiste la bonifica preventiva delle aree considerate potenzialmente interessate da eventi bellici.
Campoli aggiunge un elemento inquietante
Il caso di Campoli Appennino presenta però una caratteristica particolare.
Gli ordigni non sono stati trovati soltanto sotto il terreno.
Sono comparsi in un ambiente chiuso.
Uno scantinato.
E successivamente è stato segnalato altro materiale in un rudere.
Questo ricorda che la ricerca dei residuati non può essere limitata alle campagne.
Vecchie cantine, casolari, depositi, ruderi e strutture utilizzate durante il conflitto possono conservare materiale militare rimasto dimenticato per decenni.
Quanto alla provenienza degli ordigni e alle ragioni della loro presenza nei locali interessati, saranno gli accertamenti delle autorità a stabilire i fatti.
Ed è importante non anticipare conclusioni investigative.
La guerra invisibile
Il paradosso è che il territorio del Cassinate è oggi completamente diverso da quello del 1944.
Dove un tempo passavano colonne militari oggi transitano automobili.
Dove cadevano bombe sorgono abitazioni.
Dove correvano soldati ci sono sentieri, campagne e boschi frequentati da escursionisti.
Il paesaggio ha cancellato gran parte delle tracce.
Non tutte.
Sotto la terra possono essere rimasti proiettili.
Nei boschi possono trovarsi granate.
Nei ruderi possono essere rimaste munizioni.
E occasionalmente qualcosa riaffiora.
La memoria della guerra non è soltanto nei musei
La Seconda guerra mondiale appartiene ormai alla memoria storica di diverse generazioni.
Ma nel Cassinate quella memoria ha anche una dimensione materiale.
È nei resti di Montecassino.
È nei ruderi di San Pietro Infine.
È nei cimiteri militari.
È nei monumenti.
E, talvolta, è sotto i piedi.
Il ritrovamento di Campoli Appennino dimostra che il tempo non cancella necessariamente il rischio associato a un residuato bellico.
Per questo, davanti a un oggetto sospetto, la domanda corretta non è:
«Sarà ancora pericoloso dopo ottant’anni?»
La domanda corretta è:
«Perché dovrei rischiare di scoprirlo personalmente?»
La risposta delle istituzioni è molto più semplice.
Non toccare. Allontanarsi. Chiamare il 112.
La guerra è finita da ottant’anni.
Ma, almeno in alcune zone del Lazio meridionale, il suo arsenale non ha ancora finito di riaffiorare.


