Mettiti in comunicazione con noi

05 Ottobre 2026

«L’Europa è finita per noi». Una settimana al Valdai con Lorenzo Maria Pacini

Lorenzo Maria Pacini, filosofo politico e membro esperto del Valdai Club, è appena rientrato dal XXIII forum di Mosca. Ha posto a Putin la domanda sull’Europa dopo l’Unione europea, ha ascoltato Lavrov in prima fila e ha discusso per una settimana con Karaganov. In questa intervista racconta cosa si dice oggi al Cremlino sull’Europa, su Anchorage e sulla lezione iraniana.

Avatar photo

Pubblicato

su

Immagini di libero uso impaginate dall'autore mediante AI e tratte da foto personale di Lorenzo M. Pacini o direttamente dal Valdai Club

Aree di crisi nel mondo – n. 304 del 4 ottobre 2026 – ilsudest.it

Lorenzo Maria Pacini ha chiesto a Vladimir Putin quale sicurezza sia possibile per un’Europa dopo l’Unione europea. Ha ascoltato Sergej Lavrov in prima fila e ha passato una settimana a discutere con Sergej Karaganov. Dal XXIII forum del Valdai Club riporta un messaggio senza ambiguità: per Mosca i rapporti con l’Europa, come li abbiamo conosciuti, sono chiusi.

Intervista di Stefano Orsi

L’intervistato e il contesto

Lorenzo Maria Pacini è un filosofo politico italiano e studioso di geopolitica dell’Eurasia. Insegna, scrive per la Strategic Culture Foundation e pubblica analisi sul sito del Valdai Club, di cui è membro esperto. Il suo ultimo libro è dedicato al Myanmar; in uscita c’è un saggio sulle guerre ibride con la prefazione di Sergej Karaganov.

Il Valdai International Discussion Club è il più importante forum di analisi internazionale della Russia. È nato nel 2004 per iniziativa di un gruppo di esperti, tra cui lo stesso Karaganov, e riunisce circa 200 studiosi da quasi tutti i Paesi del mondo. Produce rapporti e documenti di lavoro letti dall’amministrazione presidenziale. Ogni anno Putin interviene alla sessione plenaria e risponde alle domande dei membri.

Il XXIII incontro annuale si è svolto dal 28 settembre al 1° ottobre 2026 sul tema «Responsabilità per il futuro: i limiti del possibile o possibilità senza limiti?». Gli inviti indicavano Sochi, come negli anni precedenti. A fine agosto la sede è stata spostata nella regione di Mosca per ragioni di sicurezza, dopo gli attacchi di droni ucraini sulla costa del Mar Nero. Il rapporto annuale del club si intitolava «Niente panico». Alla plenaria, moderata da Fëdor Lukyanov, erano rappresentati 62 Paesi.

Pacini è tornato in Italia da poche ore quando lo raggiungiamo. Questa è la prima intervista che concede dopo il forum.

Kaliningrad, la prima domanda

Eri a pochi metri da Putin quando ha detto che, su Kaliningrad, la Russia userebbe «tutti i mezzi a disposizione». Cosa si è sentito in sala?

Va chiarito il contesto. Non era una conferenza stampa e non c’erano giornalisti: ero lì come membro esperto del Valdai, non come cronista. Siamo rimasti per una settimana chiusi in un albergo fuori città, dalla colazione fino alle quattro del mattino. Sapevamo però che le domande della plenaria, a differenza delle discussioni dei giorni precedenti, avrebbero fatto il giro del mondo. Per questo c’era tensione.

La prima domanda è arrivata da un collega di Kaliningrad. Putin ha risposto in modo chiaro, conciso, inequivocabile, lontano dal linguaggio ambiguo a cui siamo abituati in Europa. Ci sono regole e principi; se non vengono rispettati, la Russia è pronta a usare le maniere forti. In sala la sensazione è stata quasi rassicurante. Anche noi europei sapevamo che i limiti erano stati superati, come ha detto poi lo stesso Putin.

Da quel momento si è visto lo spartiacque di tutta la settimana. Da una parte il resto del mondo, che fa progetti, investe, cresce e della guerra in Europa non si interessa. Dall’altra l’Europa. Non è un caso che le uniche domande europee riguardassero la guerra, la crisi, l’incertezza e il declino.

Com’era Putin dal vivo?

È rimasto con noi circa 4 ore e ha parlato ininterrottamente per 3 ore e 42 minuti. Siamo stati noi ad alzarci, perché le domande erano finite; lui sarebbe rimasto. Prendeva appunti su tutto e ha riempito pagine del suo taccuino. A un certo punto il moderatore ha tolto la parola a un ospite che voleva replicare, e Putin ha chiesto di ridargli il microfono. Dopo la mia domanda si è rivolto di nuovo a me quattro volte. Si girava verso il pubblico e ci invitava a intervenire. Ci ha sempre chiamati «cari colleghi».

La domanda a Putin: l’Europa dopo l’Unione europea

Come si arriva a fare una domanda al presidente russo?

Alzando la mano, come a scuola. Lukyanov mi ha presentato come «il nostro caro Lorenzo»: tra noi c’è un rapporto ironico, dice sempre che faccio domande spinose. Ho parlato in inglese, d’accordo con i miei vicini di posto, un malese, un cinese, un tedesco e un russo.

Cosa gli hai chiesto?

Due domande in una. La prima: quale architettura di sicurezza europea sarebbe possibile dopo il conflitto, e a quali condizioni per la Russia, con una NATO e una difesa europea armate contro Mosca. La seconda: in una «post-EU Europe», un’Europa dopo la fine dell’Unione, Mosca interverrebbe per aiutare i popoli europei a rinascere, o li lascerebbe autodeterminarsi nella competizione tra Atlantico ed Eurasia? E l’Europa potrebbe entrare nel progetto della Grande Eurasia, la vecchia casa comune europea di cui si parlava negli anni Ottanta?

Come ha risposto?

È partito dalla seconda domanda. Ha detto che per lui l’Italia fa già parte della Grande Eurasia, e questo me lo porto a casa volentieri. Poi tre punti. Primo: la Russia non pone precondizioni e non le ha mai poste; ha ricordato Minsk 1, Minsk 2 e i negoziati di Istanbul. Secondo: la Russia non ha intenzione di fare ingerenze da nessuna parte; aiuta i popoli che chiedono aiuto, ma la soluzione per l’Europa spetta agli europei. Il senso era: se agli europei non interessa liberarsi dei loro dirigenti, perché dovremmo occuparcene noi? Terzo: l’Europa si sta disgregando da sola, non c’è bisogno che qualcuno intervenga.

Nella risposta Putin ha esitato sul deficit italiano e qualcuno in sala l’ha corretto. Chi era?

Ero io. Gli ho mostrato un 3 con le dita, ma dalla sua parte il numero risultava al contrario; ho invertito le mani e lui ha detto: «Ah, adesso i numeri vanno bene». Conosceva a memoria i conti di Francia, Germania, Italia e Regno Unito. In quel momento ho incrociato lo sguardo di Karaganov, che rideva: erano gli argomenti di cui avevamo discusso tutta la settimana.

La tua domanda è stata ripresa ovunque.

Ho ricevuto centinaia di messaggi e ho dato 7 o 8 interviste subito dopo, anche alla Rossijskaja Gazeta. Ma la mia era una domanda su circa 20, l’unica che «finiva male»; tutte le altre erano positive. In Occidente ha fatto notizia solo Putin che parla del crollo dell’Europa. Nessuno ha raccontato le sessioni sulla responsabilità dello Stato in un mondo in transizione multipolare, sull’intelligenza artificiale applicata alla guerra, sulla neutralità. Guardiamo il mondo dal buco di una serratura che ha la forma dell’Europa.

Oreshkin: «L’Europa per noi è finita»

Hai detto che lo stesso messaggio è arrivato da altri interlocutori.

Sì, da Lavrov e da Maksim Oreshkin, vicecapo dell’Amministrazione presidenziale, cioè della squadra di Putin. In una sessione gli ho chiesto se, con il Nord Stream 2 fuori uso, Mosca avesse pensato a nuove vie per portare energia in Europa in uno scenario di pace. La risposta è stata perentoria: «L’Europa per noi è finita. Dovete competere sul mercato con la Cina e l’India, 4 miliardi di persone in due». E ha aggiunto: avete sabotato, ingannato, armato il nemico, ci lanciate droni sulle città, proclamate economie di guerra; perché dovremmo darvi la nostra energia? Poi, guardandomi negli occhi: «Se soffrirete la fame e il freddo, sarà solo colpa vostra».

È brutale, ma è la logica del mercato. Se un cliente non vuole il mio prodotto e per di più mi grida contro, mentre altri dieci lo vogliono, pagano di più e mi garantiscono decenni di investimenti, vado dagli altri.

E sul ritorno alle relazioni di prima?

In uno dei colloqui è stata posta la domanda in termini pragmatici: quale utilità avrebbe per la Russia riprendere i rapporti precedenti con i Paesi europei? La risposta è stata: nessuna. I limiti sono stati superati, noi siamo andati avanti. La Russia resta pronta a sedersi a un tavolo, come ha ribadito Putin. Ma non alle condizioni di un anno fa, o di dieci pacchetti di sanzioni fa.

Lavrov: Anchorage e la risposta «esemplare»

Il giorno prima eri in prima fila davanti a Lavrov. Com’è dal vivo?

Lo conosco da anni. È brillante, ironico, diretto: ti guarda negli occhi e ride. Si è seduto sbottonandosi il colletto, «tanto siamo tra amici», poi ha scherzato sulle nostre scarpe in prima fila: «Io porto il 47, siamo lì». Ma pesa ogni parola e parla velocissimo, senza mai fermarsi a pensare. Accanto a me sedevano Karaganov, il preside del MGIMO, un ex ministro della Difesa indiano, il norvegese Glenn Diesen, Anatol Lieven del Quincy Institute.

Cosa ha detto sull’Europa?

È stata posta l’ipotesi di un conflitto diretto con la Russia. Lavrov ha risposto che, se l’Europa farà la guerra alla Russia, la Russia la colpirà in maniera esemplare: «Non agiremo come abbiamo fatto in Ucraina». Un collega tedesco ha obiettato che l’uso di armi nucleari tattiche contro l’Europa è impensabile. Ma, come aveva già detto Putin in plenaria, non esistono solo quelle: la Russia ha molti strumenti prima di arrivarci.

Poi Lavrov ha fatto una domanda che condivido: chi credete che verrà ad aiutare gli europei? Africa, Sud-Est asiatico, America Latina ricordano il colonialismo. Restano Stati Uniti e Canada, e Washington non ha interesse a difendere questa Europa. Nessuno è pronto a morire per noi.

Lavrov è sembrato più freddo di Putin su Washington. Hai notato differenze?

Putin ha parlato del suo rapporto personale con Trump. Lavrov, a porte chiuse, ha raccontato Anchorage. Ha detto che l’intesa era stata raggiunta alle condizioni poste dagli americani, e che la più importante, nelle parole di Trump, era questa: «Zelensky farà tutto quello che gli dico io». Mosca ha risposto: vediamo. Zelensky non ha fatto nulla e Trump non ha esercitato abbastanza pressione; per questo, ha concluso Lavrov, per la Russia l’accordo ha perso valore.

Scetticismo o disillusione?

Scetticismo, molto forte. I russi avevano a cuore di chiudere la partita ucraina con la diplomazia già molto tempo fa, ma le condizioni non sono state poste realmente da tutte le parti. Per i russi è diventato un sacrificio enorme. E Lavrov, come Putin, è un pragmatico: ci ha parlato di cosa vogliono fare, cosa hanno fatto, cosa non è stato fatto. Poca teoria.

Karaganov: la fascia neutrale e la Siberia

Sergej Karaganov, 74 anni, è considerato uno degli strateghi della politica estera russa. Nel giugno 2023, su Russia in Global Affairs, scrisse che Mosca doveva essere pronta a usare l’arma nucleare contro l’Europa. Com’è stato il faccia a faccia?

Il primo incontro è stato alle 7 del mattino in piscina, poi in sauna, secondo la tradizione russa. Abbiamo fatto colazione, pranzato e nuotato insieme per una settimana. È una delle figure più inarrivabili del mondo russo, ma lì parlare con chiunque era la cosa più naturale. Nella foto che hai scelto stavamo commentando a bassa voce un altro relatore, tanto che ci hanno chiesto di fare silenzio; poco dopo lui ha preso il microfono per dire quello che ci eravamo detti dieci secondi prima.

Gli hai chiesto cosa intendesse nel 2023?

Sì, e mi ha risposto con grande razionalità. Il punto è un sistema di garanzie: una fascia di Paesi neutrali tra l’Occidente collettivo e la Federazione Russa, a partire dall’Ucraina, che assicuri a Mosca di non essere attaccata. È esattamente ciò che disinnesca la necessità di ricorrere alle bombe. Mi ha detto anche: «La Russia ha già aiutato l’Europa. Avremmo potuto bombardarvi, e se n’è discusso». Ma nessuno voleva colpire persone che non capiscono nemmeno perché si trovino in questa situazione. Da noi, intanto, i vertici della Difesa annunciano di essere pronti sul fianco orientale.

Ha anche scherzato: «Napoleone e Hitler furono fermati dal generale Inverno. Questa volta gli europei possono sperare nel cambiamento climatico».

Avete parlato dei territori annessi e della sua idea di investire a Est?

La ricostruzione dei nuovi territori è una volontà confermata, e lo ha detto anche Putin rispondendo proprio a Karaganov. Dove è stato possibile è già avvenuta, come a Mariupol; dove il fronte è ancora vicino, come a Donetsk, gli attacchi continuano e serve prima stabilità. Karaganov propone di ripopolare quelle regioni e, insieme, la Siberia, la Jacuzia, la Buriazia e l’Estremo Oriente. Infrastrutture, logistica, connettività digitale e anche il clima hanno reso abitabili aree prima impraticabili. L’idea è alleggerire la concentrazione su Mosca e San Pietroburgo e distribuire la popolazione su tutto il continente russo. La condivido: è la condizione della stabilità di lungo periodo di un Paese immenso e poco popolato.

La lezione iraniana

La guerra contro l’Iran ha cambiato la visione russa?

Sì. Al Valdai c’era un intero panel sulla deterrenza nucleare, e la vicenda iraniana l’ha riscritta. Russia e Iran hanno firmato nel 2025 un trattato di partenariato strategico, eppure Mosca non è intervenuta direttamente: non era conveniente. Gli iraniani, dal canto loro, hanno dimostrato che si può logorare il nemico fino a costringerlo a cambiare posizione senza un ingaggio troppo costoso. Senza essere una potenza nucleare, hanno dettato le regole nel Golfo. Per i russi è stata una lezione: si può giocare su altre strade.

Sullo Stretto di Hormuz la Russia ha mantenuto un equilibrio che le ha permesso di arrivare ai vertici della SCO a Bishkek e dei BRICS a Nuova Delhi senza sporcarsi le mani, coerente anche nel rapporto con Israele. Il prossimo appuntamento è la conferenza sulla sicurezza eurasiatica di Minsk, dove sarò presente come esperto.

Cosa chiedevano gli iraniani presenti?

Nel panel sul Medio Oriente hanno detto: abbiamo sempre rispettato le regole, abbiamo dimostrato di saper reagire, non torneremo alle posizioni di prima. Senza nuove garanzie di sicurezza non ci sarà ripristino della navigazione. Mohammad Marandi, con cui sono in contatto ogni settimana, ha posto a Putin la questione palestinese e quella della riforma delle Nazioni Unite. Teheran vorrebbe da Mosca una condanna diretta di Israele. Per me è impossibile: in Israele vive una comunità russofona di oltre un milione di persone, molte delle quali con passaporto russo, e una rottura destabilizzerebbe anche la società russa. Sullo sfondo c’è la Turchia, protagonista e insieme fonte di difficoltà per Mosca, che ha chiesto più volte garanzie russe nei confronti di Israele sulla Siria.

«L’Italia se la devono salvare gli italiani»

Cosa ti porti a casa da questa settimana?

Nella dichiarazione finale della plenaria ho detto che noi del Valdai siamo pionieri del multipolarismo, perché lo sperimentiamo tra di noi. Non c’è stato un tavolo senza almeno 7 o 8 persone di Paesi diversi, e ci siamo sempre capiti. Da quegli incontri nascono progetti, inviti, gruppi di lavoro. Noi invece partiamo dall’idea del «giardino» circondato dalla «giungla», come disse Josep Borrell. Se vai a parlare con un indiano con questa mentalità, prima ti guarda storto, poi si arrabbia, e ha ragione.

Ai miei studenti dico: viaggiate, fate scambi, uscite dalla gabbia psicologica di questo continente. Visto da fuori, il mondo guarda a quello che abbiamo con ammirazione, mentre noi vediamo solo quello che non funziona. E non c’è alcun messianismo: non verrà Putin a salvarci, non verrà Trump. L’Italia se la devono salvare gli italiani, l’Europa gli europei.

I resoconti di Lorenzo Maria Pacini sul forum escono sulla Strategic Culture Foundation, in inglese e in traduzione italiana, e sul sito del Valdai Club.

Chi sono

Sergej Lavrov (1950) – Ministro degli Esteri della Federazione Russa dal 2004. In precedenza è stato per dieci anni rappresentante permanente della Russia alle Nazioni Unite.

Maksim Oreshkin (1982) – Vicecapo dell’Amministrazione presidenziale dal 2024. Economista, è stato ministro dello Sviluppo economico dal 2016 al 2020 e poi consigliere economico di Putin.

Sergej Karaganov (1952) – Politologo, presidente onorario del Consiglio per la politica estera e di difesa e docente alla Higher School of Economics di Mosca. È tra i fondatori del Valdai Club ed è noto per le posizioni sulla deterrenza nucleare verso l’Europa.

Fëdor Lukyanov (1967) – Direttore della ricerca del Valdai Club e direttore della rivista Russia in Global Affairs. Presiede il Consiglio per la politica estera e di difesa e ha moderato la plenaria con Putin.