05 Ottobre 2026
La trappola del successo: perché le economie che diventano ricche finiscono quasi sempre per rallentare

- Il Giappone aggiunge 26.887 dollari pro capite in quarant’anni, poi soltanto 8.320 nei trentadue successivi.
- Nel 2000 Italia e Germania erano appaiate; nel 2022 il divario supera i 10.000 dollari.
- Oltre il 70% del reddito americano la rincorsa quasi si ferma: appena 0,06 punti l’anno.
- Su 21 economie salite oltre metà del reddito USA, solo 7 hanno poi raggiunto l’80%.
- La Cina tocca i 20.000 dollari: lì le tigri asiatiche hanno quasi dimezzato la crescita.

Per settant’anni la storia economica del dopoguerra è stata raccontata soprattutto come una storia di rincorse. Il Giappone ricostruisce la propria industria e in quattro decenni passa da 3.062 a quasi 30.000 dollari pro capite. La Corea del Sud parte da meno di 1.000 dollari e supera l’Italia. La Cina moltiplica il proprio reddito per ventiquattro. Sono racconti di accelerazione, di paesi poveri che imparano a crescere più in fretta di quelli ricchi.
Questo articolo guarda la stessa storia dall’altro lato. Non chiede come si avvia un miracolo economico, ma che cosa succede quando finisce. E i miracoli finiscono tutti. Tra il 1950 e il 1990 il Giappone aggiunge quasi 27.000 dollari a testa; nei trentadue anni successivi ne aggiunge poco più di 8.000. L’Italia cresce del 3,6% l’anno per mezzo secolo e poi, dal 2008, smette quasi del tutto. Anche la Corea, che resta uno dei casi di maggior successo, è passata dal 7% l’anno tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta al 2% di oggi.
La domanda, allora, non è se le economie rallentino diventando ricche: lo fanno tutte. Bisogna capire quanto di quel rallentamento sia fisiologico e quanto invece eccezionale. Un paese che frena dopo aver raggiunto la frontiera tecnologica paga il prezzo del proprio successo. Un paese che frena molto prima, e poi smette di crescere, ha un problema di natura diversa. Distinguere i due casi è il filo conduttore di tutto il lavoro.
Per farlo l’articolo usa il Maddison Project Database 2023, la ricostruzione più completa del reddito pro capite mondiale nel lungo periodo, e lo interroga in modo diverso dal solito. Sull’asse orizzontale, al posto degli anni, mette il livello di sviluppo raggiunto. Invece di chiedere chi cresce di più, chiede come cambia la crescita mentre un paese sale. Due indicatori guidano l’analisi. Il primo è la crescita nei dieci anni successivi a un dato livello di reddito. Il secondo è la distanza dalla frontiera, misurata come quota del reddito pro capite degli Stati Uniti.
Il percorso parte da cinque casi. Il Giappone è il laboratorio perfetto, con una cesura netta nel 1990. L’Italia mostra un rallentamento arrivato prima del previsto. La Germania, appaiata all’Italia nel 2000 e distante oltre 10.000 dollari nel 2022, fa da controfattuale. La Corea del Sud pone la domanda sul futuro: diventerà il prossimo Giappone? La Cina chiede quanto spazio di rincorsa le resti.
Poi lo sguardo si allarga all’intero database: migliaia di decenni di crescita di oltre cento paesi, raggruppati per livello di reddito e per distanza dalla frontiera. Ne emergono una curva del rallentamento, una scala della convergenza e una mappa dei paesi che si sono fermati a metà. Ne emerge anche una tassonomia in tre tipi: rallentamento da successo, rallentamento prematuro, catch-up ancora aperto.
La tesi finale è semplice da enunciare e meno semplice da accettare: il successo economico cambia il problema che un paese deve risolvere. Finché è povero, deve recuperare tecnologie e capitale che esistono già. Quando diventa ricco, deve produrre da solo lapropria crescita, alla frontiera. È in quel passaggio che molti miracoli si fermano.
Il paradosso: diventare ricchi rende più difficile crescere?
Una delle regolarità più interessanti della storia economica emerge quando si smette di chiedere semplicemente quali paesi siano cresciuti di più e si osserva invece come cambia la velocità della crescita durante il processo di sviluppo. Giappone, Italia, Corea del Sud e Cina offrono quattro traiettorie particolarmente utili per affrontare questa domanda. Partono da livelli differenti, iniziano la loro accelerazione in momenti diversi e nel 2022 occupano posizioni molto distanti. Eppure le loro curve suggeriscono un’ipotesi comune: la crescita tende a diventare più difficile man mano che un’economia diventa più ricca.
Il Giappone rappresenta probabilmente il caso più evidente. Nel 1950, dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, il PIL reale pro capite era pari a circa 3.062 dollari internazionali del 2011. Nel 1970 aveva già raggiunto 15.484 dollari e nel 1990 sfiorava i 30.000. In quarant’anni il reddito per abitante era diventato quasi dieci volte quello iniziale. Da quel momento, tuttavia, la curva cambia nettamente inclinazione: nel 2000 il PIL pro capite raggiunge 33.211 dollari, nel 2010 circa 35.011 e nel 2022 38.269. Tra 1950 e 1990 l’incremento era stato vicino al 900%; nei successivi trentadue anni appena il 28% circa. 30-08-2026
L’Italia racconta una storia in parte simile. Nel 1950 il PIL pro capite era di 5.582 dollari. Nel 1970 aveva raggiunto 15.492 dollari, nel 1990 26.003 e nel 2000 32.717. Il paese aveva quindi realizzato in mezzo secolo una straordinaria convergenza verso le economie più avanzate. Dopo il 2000, però, la dinamica cambia radicalmente: nel 2022 il valore è appena 36.224 dollari. 30-08-2026 In questo caso il rallentamento è particolarmente marcato e non può essere interpretato semplicemente come conseguenza inevitabile della ricchezza; altre economie già sviluppate hanno continuato a crescere più rapidamente.
La Corea del Sud si trova in una fase differente della stessa possibile traiettoria. Nel 1950 disponeva di appena 998 dollari pro capite, meno di un quinto del livello italiano. Nel 1980 era arrivata a 6.064 dollari, nel 2000 a 23.108 e nel 2022 a 41.321. 30-08-2026 Il dato più impressionante non è soltanto il livello finale, ma la persistenza della crescita: mentre Giappone e Italia rallentavano, la Corea continuava a recuperare terreno. La domanda interessante diventa allora se anche l’economia coreana, ora entrata nella fascia dei paesi ad alto reddito, finirà progressivamente per perdere velocità.
La Cina si trova ancora più indietro lungo questo percorso. Il PIL reale pro capite passa da appena 799 dollari nel 1950 a 1.930 nel 1980, 4.730 nel 2000, 9.658 nel 2010 e 19.238 nel 2022. Nell’intero periodo il reddito medio è diventato circa ventiquattro volte quello iniziale. 30-08-2026 30-08-2026 La Cina conserva quindi ancora un grande spazio di convergenza rispetto alle economie più ricche.
Dietro queste quattro storie esiste un meccanismo economico intuitivo. Un paese povero dispone di molte opportunità di recupero. Può importare tecnologie già esistenti, costruire infrastrutture, trasferire lavoratori da attività agricole a bassa produttività verso industria e servizi, aumentare il capitale disponibile per lavoratore e imitare processi produttivi sviluppati altrove. Non deve necessariamente inventare la tecnologia più avanzata: può adottarla.
Quando il paese si avvicina alla frontiera, però, una parte di queste opportunità si esaurisce. Gli incrementi più semplici di produttività sono già stati realizzati, le infrastrutture fondamentali sono state costruite e la forza lavoro si è già spostata verso settori più produttivi. Per continuare a crescere rapidamente diventa sempre più importante innovare, anziché semplicemente recuperare.
Il confronto non dimostra quindi una legge secondo cui ogni paese debba inevitabilmente rallentare raggiunto un determinato reddito. Mostra piuttosto un’ipotesi da verificare: il processo di crescita cambia natura con lo sviluppo. Giappone e Italia sembrano essere entrati da tempo nella fase del rallentamento; la Corea potrebbe trovarsi molto più vicina alla frontiera; la Cina conserva ancora un ampio margine di catch-up.
Il paradosso è proprio questo: diventare ricchi è il risultato della crescita, ma essere già ricchi può rendere più difficile continuare a crescere alla stessa velocità. Il successo economico, in altre parole, modifica progressivamente il problema che un paese deve risolvere.

2. Il vantaggio dell’inseguitore
Per capire perché alcune economie riescano a crescere a velocità straordinarie durante le prime fasi dello sviluppo bisogna partire da un vantaggio apparentemente paradossale: essere indietro può offrire maggiori possibilità di crescita. Un paese relativamente povero non deve necessariamente inventare da zero le tecnologie, le infrastrutture e i sistemi produttivi necessari per diventare più ricco. Molte di queste conoscenze esistono già altrove. Può quindi importarle, adattarle e utilizzarle per aumentare rapidamente la propria produttività.
È quello che possiamo definire vantaggio dell’inseguitore. Chi parte lontano dalla frontiera tecnologica dispone di una sorta di catalogo delle trasformazioni già sperimentate dai paesi più avanzati. Macchinari, processi industriali, sistemi logistici, tecniche manageriali e tecnologie possono essere acquistati o imitati senza sostenere interamente i costi e i rischi affrontati da chi li ha sviluppati per primo.
Il trasferimento di tecnologia rappresenta soltanto una parte del processo. Un secondo enorme potenziale di crescita deriva dalla trasformazione strutturale dell’economia. Nelle economie povere una quota elevata della popolazione lavora spesso in attività agricole caratterizzate da produttività relativamente bassa. Spostare progressivamente lavoratori verso industria e servizi può aumentare notevolmente la produzione media per occupato anche senza inventare nuove tecnologie. Lo stesso lavoratore, inserito in un sistema produttivo dotato di macchinari, energia, infrastrutture e organizzazione più efficiente, può produrre molto più valore.
A questo meccanismo si aggiunge l’accumulazione di capitale. Strade, porti, ferrovie, centrali elettriche, fabbriche, telecomunicazioni e successivamente infrastrutture digitali possono modificare rapidamente la capacità produttiva di un paese. Anche l’istruzione svolge un ruolo fondamentale: una popolazione più istruita può utilizzare tecnologie più complesse e spostarsi verso occupazioni caratterizzate da maggiore produttività.
Giappone, Corea del Sud e, più recentemente, Cina mostrano con particolare evidenza la potenza di questo processo. Nel 1950 il PIL reale pro capite giapponese era di circa 3.062 dollari internazionali del 2011. Nel 1970 raggiungeva 15.484 dollari e nel 1990 quasi 30.000. Industrializzazione, accumulazione di capitale, istruzione e rapido assorbimento delle tecnologie accompagnarono una trasformazione straordinariamente veloce. 30-08-2026
Ancora più spettacolare è la Corea del Sud. Nel 1950 disponeva di appena 998 dollari pro capite, contro 5.582 dell’Italia. Nel 1990 era arrivata a 13.874 dollari, nel 2000 a 23.108 e nel 2022 a 41.321 dollari, superando l’Italia. 30-08-2026 La trasformazione coreana mostra quanto rapidamente possa restringersi una distanza apparentemente enorme quando industrializzazione, capitale, istruzione, esportazioni e aumento della produttività agiscono contemporaneamente.
La Cina rappresenta una fase ancora diversa del processo. Nel 1950 il PIL reale pro capite era appena 799 dollari e nel 1980 raggiungeva ancora soltanto 1.930. Successivamente la curva cambia inclinazione: 4.730 dollari nel 2000, 9.658 nel 2010 e 19.238 nel 2022. 30-08-2026 In poco più di settant’anni il reddito reale per abitante è diventato circa ventiquattro volte quello iniziale. 30-08-2026
Ma proprio questi successi contengono il limite del vantaggio dell’inseguitore. Più il paese recupera terreno, meno tecnologie e trasformazioni relativamente semplici rimangono da imitare. Una volta costruite le infrastrutture fondamentali, completato gran parte dello spostamento dall’agricoltura verso industria e servizi e adottate le tecnologie internazionali disponibili, continuare a crescere alla stessa velocità diventa progressivamente più difficile.
Il Giappone mostra chiaramente questo passaggio. Tra il 1950 e il 1990 il PIL pro capite aumenta da 3.062 a 29.949 dollari, quasi dieci volte. Tra il 1990 e il 2022 sale invece da 29.949 a 38.269, appena il 28% circa. 30-08-2026 Il paese non diventa povero: semplicemente, avvicinandosi alla frontiera, perde una parte delle opportunità di recupero che avevano alimentato la precedente accelerazione.
È qui che cambia la natura della competizione. Un’economia lontana dalla frontiera può aumentare la produttività adottando ciò che altri hanno già inventato. Un’economia vicina alla frontiera deve invece contribuire sempre più direttamente a spostarla: ricerca scientifica, nuovi prodotti, nuovi processi produttivi, capitale umano altamente specializzato e innovazione diventano progressivamente più importanti.
La formula che sintetizza il meccanismo è quindi semplice: chi insegue può copiare; chi è davanti deve innovare.
Non significa che imitare sia facile né che tutti i paesi poveri siano destinati automaticamente a convergere. Significa che esiste un potenziale di catch-up che tende a ridursi proprio quando la convergenza ha successo. Il paradosso dello sviluppo ritorna così sotto un’altra forma: più un paese riesce a colmare la distanza dai leader, più deve abbandonare il modello che gli ha consentito di recuperarli e imparare a crescere attraverso innovazioni proprie.
3. Giappone: il laboratorio perfetto
Tra il 1950 e il 1990 il PIL pro capite giapponese passa da 3.062 a 29.949 dollari: quasi dieci volte in quarant’anni, con una crescita media del 5,9% l’anno. Nei trentadue anni successivi arriva soltanto a 38.269 dollari, con una media dello 0,8%. Il primo periodo aggiunge 26.887 dollari a testa, il secondo 8.320.

Maddison Project Database 2023 · PIL pro capite, dollari 2011 PPA · Giappone e Stati Uniti, 1950–2022
Pochi casi nella storia economica sono così netti. Il Giappone non conosce una lenta erosione della crescita: conosce una cesura. Fino alla fine degli anni Ottanta si comporta come un’economia in rincorsa da manuale; dopo, come un’economia arrivata. Per questo è il laboratorio ideale per studiare che cosa succede quando un miracolo economico finisce.
L’indicatore più semplice è anche il più eloquente: quanto reddito aggiunge un paese nei primi quarant’anni del catch-up e quanto nei trent’anni successivi. Nel caso giapponese il rapporto è di oltre tre a uno, anche se il secondo periodo parte da una base dieci volte più alta. In termini relativi la differenza è ancora più brutale: il reddito si moltiplica per 9,8 nel primo periodo e per 1,28 nel secondo.
Il grafico mostra anche la distanza dagli Stati Uniti. Nel 1950 il reddito medio giapponese era circa un quinto di quello americano; nel 1990 era salito all’81%. Nel 2022 è sceso al 65%: la rincorsa non si è semplicemente fermata, si è in parte invertita.
Che cosa rende il caso giapponese così utile? Tre cose. La prima è la durata: quarant’anni di crescita rapida escludono spiegazioni congiunturali. La seconda è la nettezza della svolta, che coincide con lo scoppio della bolla finanziaria e immobiliare dei primi anni Novanta. La terza, la più importante, è che la svolta arriva vicino alla frontiera: il Giappone non si ferma a metà strada, si ferma quando ha quasi raggiunto il paese leader.
Qui nasce il concetto che attraversa tutto l’articolo: la fine del catch-up facile. Finché un paese è molto lontano dalla frontiera, può crescere importando tecnologie già esistenti, spostando lavoratori dall’agricoltura all’industria, accumulando capitale dove ce n’è poco. Sono fonti di crescita potenti ma esauribili. Ogni fabbrica moderna costruita, ogni contadino diventato operaio, ogni tecnologia copiata riduce lo spazio per la prossima.
Naturalmente la crisi bancaria, la deflazione e l’invecchiamento demografico pesano sul risultato. Il ristagno giapponese ha cause specifiche, che gli economisti discutono da trent’anni. Ma la domanda di questo articolo è un’altra: il rallentamento sarebbe arrivato comunque? E quanto della frenata è fisiologico, quanto è dovuto agli errori di politica economica?
Per rispondere non basta guardare il Giappone. Serve una regola generale: sapere come crescono di solito le economie che arrivano a quei livelli di reddito. Il Giappone fornisce l’ipotesi, cioè che oltre una certa soglia la crescita cambi natura. I capitoli successivi la mettono alla prova, prima con l’Italia e la Germania, poi con la Corea e la Cina, infine con l’intero database Maddison.
4. Italia: quando il rallentamento arriva prima
L’Italia passa da 5.582 dollari pro capite nel 1950 a 32.717 nel 2000, una crescita media del 3,6% l’anno per mezzo secolo. Tra il 2000 e il 2022 arriva a 36.224 dollari: lo 0,5% l’anno. Dal 2008 al 2022 la crescita media è praticamente nulla, lo 0,06% l’anno.
La domanda di questo capitolo non è se l’Italia sia in declino, né se faccia meglio o peggio della Spagna. È più precisa: a quale livello di reddito l’Italia ha cominciato a perdere velocità, e quel rallentamento è semplicemente ciò che succede alle economie mature?
Per rispondere serve un termine di paragone. Il grafico prende 19 economie avanzate e misura la loro crescita nei dieci anni successivi al momento in cui hanno superato i 30.000 dollari pro capite. È un modo per confrontare i paesi alla stessa altezza della salita, invece che nello stesso anno.

Maddison Project Database 2023 · 19 economie avanzate che hanno superato i 30.000 $ (dollari 2011 PPA) prima del 2012
Il risultato è meno drammatico di quanto ci si aspetterebbe. L’Italia supera la soglia nel 1998, praticamente insieme a Germania (1997), Francia (1997) e Regno Unito (1998). Nel decennio successivo cresce dell’1,6% l’anno: meno della mediana del gruppo, che è del 2,0%, ma non molto meno di Francia, Regno Unito, Svizzera o Finlandia. Giappone e Spagna, nello stesso esercizio, fanno peggio.
In altre parole, il primo rallentamento italiano non è un’anomalia. Quasi tutti i paesi del grafico crescono oltre i 30.000 dollari a ritmi compresi tra l’1 e il 3%; solo Taiwan, ancora in piena rincorsa, e pochi altri superano di poco il 3%. Il passaggio dal 5% degli anni Cinquanta e Sessanta al 2% degli anni Novanta è la normale fisiologia di un’economia che diventa ricca. Nessun paese avanzato ha mantenuto ritmi da miracolo a quei livelli di reddito.
Il problema italiano arriva dopo. Nel decennio dopo la soglia l’Italia è ancora dentro la normalità; nei quattordici anni successivi ne esce completamente. Tra il 2008 e il 2022 il PIL pro capite italiano resta fermo, mentre quello tedesco cresce di quasi un punto l’anno e quello francese di circa mezzo punto. Il rallentamento fisiologico si trasforma in stagnazione.
C’è poi un secondo elemento, meno visibile nel grafico: il livello a cui si ferma la corsa. In rapporto agli Stati Uniti l’Italia tocca il massimo nel 2001, al 73% del reddito americano. Il Giappone si era fermato all’81-83%, la Germania ha continuato a salire fino all’87% nel 2011. L’Italia, insomma, rallenta prima di aver completato la convergenza, non dopo.
Questa è la distinzione che il resto dell’articolo proverà a rendere rigorosa. Un rallentamento che arriva vicino alla frontiera è il prezzo del successo. Un rallentamento che arriva al 70% della frontiera, e che poi diventa stagnazione, chiede una spiegazione diversa. Per capire quale, il confronto più utile è con il paese che nel 2000 si trovava esattamente allo stesso punto: la Germania.
5. Germania: il controfattuale italiano
Nel 2000 Italia e Germania erano quasi indistinguibili: 32.717 contro 33.367 dollari pro capite, un divario di appena 650 dollari. Nel 2022 sono 36.224 contro 46.648: il divario è salito a 10.424 dollari, e il reddito medio italiano è sceso dal 98 al 78% di quello tedesco.

Maddison Project Database 2023 · PIL pro capite, dollari 2011 PPA · Italia e Germania, 1950–2022 (Germania: serie per i confini attuali)
Questo confronto è prezioso perché elimina la spiegazione più comoda. Se il rallentamento italiano fosse soltanto il destino di ogni economia matura, la Germania avrebbe dovuto seguirlo. Partiva dallo stesso livello di reddito, con una struttura produttiva simile, centrata sulla manifattura, e con la stessa moneta dal 1999. Eppure le due traiettorie si separano proprio quando le condizioni di partenza sono più simili.
Va detto subito che anche la Germania rallenta. Tra il 1950 e il 2000 il suo PIL pro capite cresce del 3,4% l’anno; tra il 2000 e il 2022 dell’1,5%. All’inizio degli anni Duemila era anzi descritta come il malato d’Europa, con disoccupazione alta e crescita debole. Il rallentamento tedesco esiste, ed è quello che ci si aspetta da un’economia che ha già completato gran parte della rincorsa.
Ma la differenza di intensità è enorme. Dal 2000 al 2022 l’Italia cresce dello 0,5% l’anno, cioè un terzo della Germania. Dal 2008 al 2022 lo scarto si allarga ancora: la Germania aggiunge quasi un punto l’anno, l’Italia resta ferma. In rapporto agli Stati Uniti, la Germania sale dal 73% del 2000 all’87% del 2011, prima di riscendere all’80%. L’Italia scende dal 71 al 62%.
Questo permette di evitare una conclusione semplicistica, quella secondo cui tutti rallentano quando diventano ricchi. È vero, ma non tutti rallentano nello stesso modo. Serve quindi distinguere due fenomeni diversi:
- il rallentamento fisiologico, che colpisce tutte le economie vicine alla frontiera e porta la crescita dal 4-5% al 1-2% l’anno;
- il rallentamento eccezionale, che porta la crescita vicino allo zero per un periodo lungo, e che non è spiegato dal livello di reddito raggiunto.
La Germania è un esempio del primo. L’Italia, dopo il 2008, del secondo. La differenza tra le due curve è una stima approssimativa di quanto del ristagno italiano non dipenda dalla maturità, ma da qualcos’altro: produttività, investimenti, demografia, istituzioni, specializzazione settoriale. Il database Maddison non dice quale di questi fattori conti di più, ma dice con chiarezza che il livello di reddito da solo non basta a spiegare la divergenza.
Una cautela sui dati: la serie tedesca prima del 1991 ricostruisce l’economia entro i confini attuali, e il salto intorno al 1990 riflette in parte l’unificazione. Per questo il confronto più pulito è quello che parte dal 2000, quando le due economie erano già entrambe nella loro forma attuale e quasi allo stesso livello.
Il controfattuale tedesco rende il caso italiano più chiaro e più scomodo. L’Italia non è semplicemente un’economia matura che cresce poco: è un’economia che ha smesso di crescere quando un paese simile continuava a farlo. Resta da capire se questo destino minacci anche chi oggi sta completando la rincorsa, a cominciare dalla Corea del Sud.
6. Corea del Sud: il prossimo Giappone?
Nel 1950 la Corea del Sud aveva meno di 1.000 dollari pro capite; nel 2022 ne ha 41.321, più del Giappone (38.269) e più dell’Italia (36.224). Ma la sua crescita media è scesa dal 7% l’anno del decennio 1987-1997 al 3,5% del decennio successivo e al 2,3% dell’ultimo.
Negli articoli precedenti la Corea era soprattutto il paese che recupera e supera l’Italia. Qui la usiamo in un altro modo. Il catch-up coreano è ormai una storia nota; la domanda aperta è che cosa succede dopo il miracolo. Salendo verso 30.000-40.000 dollari, la curva coreana sta perdendo inclinazione come accadde a quella giapponese?
Per rispondere, il grafico allinea Giappone, Taiwan e Corea non per anno di calendario, ma per anni trascorsi dal momento in cui ciascuno ha superato i 10.000 dollari pro capite: il 1966 per il Giappone, il 1984 per Taiwan, il 1987 per la Corea. Così le tre economie vengono confrontate nello stesso punto della salita.

Maddison Project Database 2023 · PIL pro capite, dollari 2011 PPA · anno 0 = Giappone 1966, Taiwan 1984, Corea del Sud 1987
Nei primi vent’anni le tre curve sono quasi sovrapposte. Il Giappone impiega 25 anni per passare da 10.000 a 30.000 dollari, Taiwan e la Corea 21. Fin qui la Corea è una replica fedele del modello giapponese, con un ritmo persino un po’ più veloce.
La differenza appare dopo. Arrivato a 30.000 dollari, nel 1990, il Giappone si appiattisce: nei dieci anni successivi cresce dello 0,8% l’anno. La Corea, superata la stessa soglia, continua a salire: tra il 2012 e il 2022 cresce del 2,3% l’anno. A 35 anni dalla soglia dei 10.000 dollari, la Corea ha un reddito di circa 41.000 dollari, il Giappone allo stesso punto ne aveva circa 33.000.
Quindi, per ora, la risposta è no: la Corea non è il prossimo Giappone. Ma il grafico mostra anche che la pendenza della curva coreana si è ridotta in modo regolare, decennio dopo decennio. Non c’è stata una cesura come quella giapponese del 1990, ma un rallentamento graduale, coerente con l’avvicinamento alla frontiera.
Il punto decisivo è dove si trova oggi la Corea rispetto agli Stati Uniti: al 71%. È la zona in cui, come vedremo nei capitoli 9 e 12, la rincorsa diventa più difficile. Il Giappone si è fermato poco sopra l’80%, l’Italia poco sopra il 70%. Taiwan, invece, ha superato il 90% e continua a crescere più rapidamente della Corea.
Ci sono poi fattori che i dati Maddison non mostrano ma che rendono la domanda attuale. La Corea ha il tasso di fecondità più basso del mondo e sta invecchiando più rapidamente del Giappone negli anni Novanta. La sua crescita dipende da pochi grandi gruppi industriali e da settori, come semiconduttori e batterie, in cui è già alla frontiera tecnologica: lì non c’è più nulla da copiare.
Il protagonista di questo capitolo, quindi, non è più il sorpasso sull’Italia. È il rischio di diventare il prossimo Giappone. La Corea è il caso più interessante per capire se la frenata giapponese sia stata un incidente evitabile o la sorte normale di chi completa la rincorsa. Per ora la Corea suggerisce che rallentare sia inevitabile, ma fermarsi no.
7. Cina: quanto catch-up rimane?
La Cina passa da 799 dollari pro capite nel 1950 a 19.238 nel 2022: circa 24 volte il livello iniziale. Eppure è ancora al 33% del reddito americano, molto sotto Giappone (65%), Corea (71%) e Taiwan (91%). Lo spazio teorico di convergenza resta enorme; la domanda è quanto di quello spazio sia ancora percorribile alla velocità del passato.
Non si tratta di prevedere il PIL cinese nel 2050. Si tratta di chiedersi se la Cina possa mantenere gli stessi tassi di crescita quando il vantaggio dell’arretratezza si riduce. Il modo più semplice per affrontare la questione è confrontare la Cina con le economie asiatiche che hanno già percorso la stessa strada, nello stesso punto della salita.

Maddison Project Database 2023 · PIL pro capite, dollari 2011 PPA · per la Cina il secondo decennio non è ancora iniziato
Il primo confronto è rassicurante per Pechino. Nei dieci anni successivi al superamento dei 10.000 dollari, la Cina è cresciuta del 6,2% l’anno: quanto il Giappone (6,0%) e poco meno di Corea (6,8%) e Taiwan (6,9%). A quella soglia, la Cina si è comportata esattamente come le tigri asiatiche.
Il secondo confronto è quello che conta per i prossimi anni. Dopo aver superato i 20.000 dollari, Giappone, Corea e Taiwan hanno quasi dimezzato il ritmo: 3,2%, 3,5% e 4,0% l’anno. La Cina, con 19.238 dollari nel 2022, è esattamente su quella soglia. Se seguisse il percorso dei suoi predecessori, il prossimo decennio dovrebbe portarla intorno al 3,5-4% l’anno, non al 6%.
C’è però una differenza importante, visibile sotto le barre. Quando il Giappone superò i 10.000 dollari era già al 46% del reddito americano; Corea e Taiwan intorno al 31-32%. La Cina ha raggiunto la stessa soglia quando era solo al 21%. In termini relativi è più lontana dalla frontiera di quanto lo fossero gli altri allo stesso livello di reddito, semplicemente perché la frontiera nel frattempo si è spostata in avanti.
Questo significa che la Cina conserva, almeno in teoria, più spazio per imitare e recuperare. Molte delle sue regioni interne sono ancora a livelli di reddito molto più bassi della costa, e la quota di popolazione rurale resta elevata. Il serbatoio di crescita facile non è esaurito.
Ma ci sono anche fattori che lavorano in senso opposto. La popolazione in età lavorativa ha cominciato a diminuire. Il modello basato su investimenti e costruzioni ha prodotto un debito elevato e rendimenti decrescenti. E nei settori più avanzati, dall’elettronica alle auto elettriche, la Cina è già alla frontiera: lì la crescita deve venire dall’innovazione, non dall’imitazione. Infine, l’accesso alle tecnologie occidentali è oggi più limitato di quanto lo fosse per Giappone e Corea.
Una cautela: le stime cinesi del database Maddison si basano su ricostruzioni alternative a quelle ufficiali, e restano più incerte di quelle degli altri paesi.
La risposta alla domanda del capitolo, quindi, è doppia. In termini di distanza dalla frontiera, alla Cina resta molto catch-up. In termini di livello di reddito, la Cina sta entrando nella fascia in cui tutte le tigri asiatiche hanno rallentato. Il prossimo decennio dirà quale delle due misure conta di più. Per capirlo, bisogna guardare la regola generale.
8. Costruire la curva del rallentamento
Oltre i 5.000 dollari pro capite, la crescita tipica di un paese diminuisce in modo regolare con il reddito: dal 3,1% l’anno tra 2.500 e 5.000 dollari al 2,0% tra 20.000 e 30.000, fino all’1,1% oltre i 40.000. È questa la curva del rallentamento, ricavata dall’intero database Maddison.
Il grafico abituale mette gli anni sull’asse orizzontale e il PIL pro capite su quello verticale. Racconta chi cresce, ma non dice se la crescita dipenda dal punto della salita in cui un paese si trova. Qui la prospettiva è rovesciata: sull’asse orizzontale c’è il livello di reddito di partenza, su quello verticale la crescita nei dieci anni successivi.
Ogni osservazione risponde a una domanda semplice. Un paese che nel 1975 si trovava tra 10.000 e 20.000 dollari, quanto è cresciuto tra il 1975 e il 1985? Ripetendo il calcolo per ogni paese e ogni anno dal 1950 al 2012 si ottengono oltre 7.600 decenni di crescita, raggruppati per fascia di reddito.


Con questo indicatore la rincorsa diventa una scala con gradini intuitivi: 25% della frontiera, poi 40%, 60%, 80%, 100%. E si può porre una domanda precisa: quanto tempo impiega un’economia a passare dal 20 al 50% della frontiera, e quanto dal 50 all’80%?

Maddison Project Database 2023 · primo anno in cui il PIL pro capite supera la quota indicata di quello USA, 1950–2022
La colonna di sinistra mostra che il primo tratto può essere percorso rapidamente. Le tre economie asiatiche lo hanno coperto in meno di vent’anni, raddoppiando e mezzo il proprio reddito relativo in una generazione.
La colonna di destra racconta un’altra storia. Nessuno dei paesi che hanno percorso entrambi i tratti dopo il 1950 ha fatto il secondo più in fretta del primo. Il Giappone ci mette quattro anni in più, Taiwan uno in più. La Corea è sopra il 50% da 25 anni ed è arrivata solo al 71%. Germania e Austria, partite già sopra la metà nel dopoguerra, hanno raggiunto l’80% solo nel 2008.
I pochi casi rapidi sono economie molto particolari: l’Irlanda in dieci anni, Hong Kong e Singapore in quattordici. Sono piccoli centri finanziari e commerciali, aperti agli investimenti esteri e con una struttura produttiva molto diversa da quella di un grande paese manifatturiero. Il loro percorso dice poco su che cosa possano aspettarsi Corea, Cina o Italia.
C’è poi il dato forse più significativo, che il grafico non può mostrare: chi non ce l’ha fatta. Tra le economie con almeno un milione di abitanti che nel 1950 erano sotto il 50% degli Stati Uniti, 21 hanno superato la metà del reddito americano. Solo 7 sono poi arrivate all’80%. Le altre 14, tra cui Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Israele e Corea, si sono fermate o stanno ancora salendo.
Il caso italiano è il più lungo del grafico. L’Italia supera il 50% del reddito americano nel 1958 e da allora non ha mai raggiunto l’80%: si è fermata al 73% nel 2001 e oggi è al 62%. Sono 64 anni sulla stessa porzione di scala.
L’ipotesi narrativa di partenza era che l’ultimo tratto della rincorsa fosse più difficile del primo. I dati la confermano, con una precisazione: non è solo più lento, è anche più selettivo. Il primo tratto lo percorrono molti; il secondo, una minoranza.
10. I paesi che si fermano a metà
Tra le economie che crescono molto senza completare la convergenza, il caso tipico sale fino al 40-60% del reddito americano e poi arretra. L’Argentina tocca il 54% nel 1958 ed è oggi al 31%; la Grecia arriva al 57% nel 2008 e scende al 43%; il Venezuela crolla dal 69 al 9%.
Negli articoli precedenti questa categoria non era mai stata isolata davvero. I racconti sulla crescita tendono a dividere il mondo in due: i miracoli, come Corea e Taiwan, e i fallimenti, come i paesi rimasti poveri. In mezzo c’è un gruppo numeroso e poco raccontato: economie che crescono molto, ma si fermano prima del traguardo. Non sono fallimenti, né miracoli completi.
Per trovarle in modo sistematico, il database Maddison si può interrogare con una regola semplice: per ogni paese si individua il punto più alto raggiunto in rapporto agli Stati Uniti dopo il 1950, e lo si confronta con il livello del 2022. La distanza tra i due cerchi è la rincorsa perduta.

Maddison Project Database 2023 · PIL pro capite in % di quello USA, massimo dal 1950 e valore 2022
Il primo gruppo è quello latino-americano del dopoguerra. Argentina, Uruguay e Venezuela erano negli anni Cinquanta tra le economie più ricche fuori da Europa e Nord America, intorno alla metà del reddito statunitense. Nessuno dei tre è riuscito a restare stabilmente sopra quella soglia. Il Venezuela, la cui ricchezza dipendeva dal petrolio, è il caso estremo: oggi è sotto il 10%.
Il secondo gruppo è composto da paesi a reddito medio che hanno avuto una fase di crescita forte e poi si sono assestati. Messico, Brasile, Sudafrica, Iran, Cile e Russia hanno raggiunto il loro massimo tra il 25 e il 50% della frontiera, e da allora oscillano qualche punto più in basso. È quella che gli economisti chiamano trappola del reddito medio.
Il terzo gruppo è il più interessante per un lettore italiano: l’Europa mediterranea. La Grecia sale fino al 57% nel 2008 e perde 14 punti con la crisi del debito. La Spagna tocca il 65% nel 2009 e scende al 58%. L’Italia, con un massimo del 73% nel 2001, è il paese del gruppo che era arrivato più in alto, ed è oggi al 62%.
La fascia evidenziata nel grafico, tra il 40 e il 60%, è quella in cui si concentrano molti di questi massimi. Coincide con la zona in cui, come abbiamo visto, il catch-up basato su capitale e imitazione comincia a esaurirsi. Chi la attraversa senza sviluppare altre fonti di crescita tende a fermarsi lì, o a ricadere.
C’è una differenza importante tra questi paesi e il Giappone. Il Giappone si è fermato all’81-83% della frontiera, quando le possibilità di imitazione erano quasi esaurite. Argentina, Messico o Grecia si sono fermati quando ne restavano moltissime. Il loro rallentamento non può essere spiegato dalla vicinanza alla frontiera.
Le cause sono diverse da paese a paese: inflazione e instabilità macroeconomica, dipendenza dalle materie prime, crisi del debito, istituzioni deboli, conflitti politici. Il database non permette di distinguerle. Ma permette di contare: e il conto dice che fermarsi a metà è molto più frequente che arrivare in fondo.
11. Tre tipi di rallentamento
I casi visti finora si possono ordinare in tre famiglie: il rallentamento da successo, quello prematuro e il catch-up ancora aperto. Dal 1990 al 2022 il Giappone scende dall’81 al 65% del reddito americano, l’Italia dal 70 al 62%, mentre la Corea sale dal 38 al 71% e la Cina dall’8 al 33%.
Una classifica dei paesi per crescita direbbe poco. Una tassonomia dice di più, perché separa fenomeni che i numeri aggregati confondono. Due paesi possono crescere entrambi dell’1% l’anno per ragioni completamente diverse: uno perché è arrivato quasi in cima, l’altro perché si è inceppato a metà strada.

Maddison Project Database 2023 · PIL pro capite in % di quello USA, 1990 e 2022 · classificazione degli autori
Rallentamento da successo. È il caso del Giappone, e in parte della Germania. Il paese raggiunge un livello elevato, vicino alla frontiera, e la crescita inevitabilmente diventa più difficile. Il Giappone si ferma oltre l’80% del reddito americano; la Germania, dopo un lungo stallo, sale fino all’80% e si stabilizza. Il rallentamento qui non è un fallimento: è la conseguenza dell’aver esaurito il vantaggio dell’arretratezza. Il Giappone mostra però che anche questo tipo di rallentamento può trasformarsi in un arretramento relativo, se la crescita alla frontiera non decolla.
Rallentamento prematuro. Un paese perde velocità prima di aver raggiunto la frontiera, quando lo spazio per l’imitazione è ancora ampio. In questa famiglia ci sono situazioni molto diverse: l’Italia, ferma intorno al 60-70%; la Spagna e la Grecia, rallentate dalla crisi del 2008; l’Argentina, il Brasile e il Messico, fermi da decenni tra il 20 e il 30%. Il grafico rende evidente un tratto comune: le loro linee sono quasi piatte, o in discesa, per oltre trent’anni.
Catch-up ancora aperto. Taiwan, Corea, Polonia e Cina continuano ad avvicinarsi alla frontiera. Le loro linee sono le uniche con una pendenza netta verso l’alto: Taiwan raddoppia la propria quota, la Polonia la raddoppia e mezzo, la Cina la quadruplica. Ma come abbiamo visto, rallentano anche loro, e la domanda è in quale delle altre due famiglie finiranno.
Il confine tra le famiglie non dipende solo dal livello di reddito, ma dalla combinazione di due elementi: la distanza dalla frontiera nel momento in cui la crescita frena, e la direzione presa dopo. Rallentare all’80% e mantenere la posizione è un successo. Rallentare al 60% e scivolare all’indietro è un problema. Rallentare al 30% e restarci per decenni è una trappola.
L’Italia occupa una posizione scomoda in questa tassonomia. Per livello di reddito assomiglia alle economie della prima famiglia, ma per traiettoria appartiene chiaramente alla seconda: è l’economia avanzata con il rallentamento prematuro più marcato. Il Giappone, al contrario, è il caso puro del primo tipo.
Questa classificazione rende l’articolo più interessante di una semplice graduatoria, perché sposta la domanda. Non più chi cresce di più, ma che tipo di problema sta affrontando ciascun paese. E i problemi, come vedremo, sono di natura diversa a seconda del punto della salita.
12. La vera domanda: quanto è difficile l’ultimo 20%?
Il recupero sulla frontiera accelera finché un paese sale fino al 60-70% del reddito americano, poi crolla. Tra il 60 e il 70% un’economia guadagna in mediana 0,41 punti l’anno; tra il 70 e l’80% solo 0,06; tra l’80 e il 90% nessuno. L’ultimo 20% è quasi un altro problema economico.
Il grafico applica a tutto il database l’indicatore relativo del capitolo 9. Per ogni paese e ogni anno misura la quota di reddito americano di partenza e quanti punti di quella quota guadagna, in media, nei dieci anni successivi. Sotto ogni barra c’è la percentuale di casi in cui il paese recupera terreno invece di perderne.

Maddison Project Database 2023 · 7.539 decenni paese-anno, 1950–2022, paesi con almeno 2 milioni di abitanti, esclusi Stati Uniti e principali petro-stati
La forma è sorprendente. Ci si potrebbe aspettare che la convergenza sia più veloce quando la distanza è massima, e poi rallenti gradualmente. Invece la velocità di recupero cresce fino al 60-70% della frontiera, dove tre paesi su quattro guadagnano terreno. Poi, superato il 70%, cade di colpo. Tra l’80 e il 90% recuperare o perdere terreno diventa un lancio di moneta: ci riesce il 49% dei casi.
La colonna più a destra va letta con prudenza: sopra il 90% ci sono solo 91 osservazioni, quasi tutte piccole economie molto aperte o ricche di risorse, che crescono per ragioni particolari.
Passare da poveri a mediamente ricchi è dunque lo stesso problema economico che passare da ricchi alla frontiera? I dati dicono di no. Nel primo tratto contano enormemente:
- capitale, in economie dove ce n’è poco e ogni investimento rende molto;
- infrastrutture, strade, porti, energia;
- trasferimento tecnologico, cioè l’adozione di tecniche già inventate altrove;
- urbanizzazione e industrializzazione, lo spostamento di lavoratori da attività a bassa produttività ad attività ad alta produttività.
Sono strumenti che uno Stato può mobilitare: si può decidere di investire, di costruire, di importare macchinari. Avvicinandosi alla frontiera diventano invece sempre più importanti:
- innovazione propria, perché c’è sempre meno da copiare;
- ricerca, e la capacità di trasformarla in prodotti;
- capitale umano avanzato, non solo istruzione di base;
- organizzazione, nelle imprese e nella pubblica amministrazione;
- produttività totale dei fattori, cioè la capacità di ottenere di più dalle stesse risorse.
Questi fattori non si mobilitano con un piano di investimenti. Dipendono da istituzioni, mercati, concorrenza, finanza capace di sostenere il rischio, imprese disposte a cambiare. Per questo il passaggio è così selettivo: le politiche che avevano funzionato nel primo tratto non bastano più, e a volte diventano un ostacolo.
È quello che è successo, in forme diverse, a Giappone e Italia. Entrambi sono arrivati nella zona del 70-80% con un modello costruito per la rincorsa. In quella zona, come mostra il grafico, il paese tipico smette di avvicinarsi alla frontiera. Cambia, in altre parole, la natura stessa della crescita.
13. Il grafico centrale dell’intero articolo
Messe sullo stesso piano, le traiettorie di Cina, Corea, Taiwan, Giappone, Germania e Italia disegnano lo stesso versante: più un paese si avvicina alla frontiera, più la sua crescita scende. Le tigri asiatiche crescevano del 7-9% l’anno quando erano al 20-50% del reddito americano; oltre il 70% nessuno dei sei supera il 4%.
Questo è il grafico che riassume l’articolo. Lo si può immaginare come una montagna vista di profilo. Sull’asse orizzontale c’è la distanza percorsa verso la frontiera, cioè il reddito in percentuale di quello americano. Sull’asse verticale la velocità con cui il paese stava salendo nei dieci anni precedenti. Ogni linea è il percorso di un’economia dal 1960 al 2022.

Maddison Project Database 2023 · crescita media annua del PIL pro capite nei 10 anni precedenti e quota del reddito USA, 1960–2022
Le tre fasce di sfondo corrispondono alle tre fasi della salita.
A sinistra, sotto il 40% della frontiera, c’è la zona del reddito basso. Qui lo spazio per l’imitazione e per il catch-up è massimo: si può crescere importando tecnologie, costruendo infrastrutture, spostando lavoratori dalle campagne alle fabbriche. Corea e Taiwan l’hanno attraversata negli anni Settanta e Ottanta a ritmi superiori al 7%. La Cina ci si trova ancora oggi, con una crescita intorno al 6%.
Al centro, tra il 40 e il 70%, c’è la zona del reddito medio. La crescita viene ancora dall’industrializzazione e dall’aumento della produttività, ma comincia a perdere slancio. È la zona in cui l’Italia e il Giappone hanno trascorso gli anni Sessanta, e in cui la Corea è rimasta fino a pochi anni fa. Il Giappone la attraversa ancora a velocità altissima; l’Italia già più lentamente.
A destra, oltre il 70%, c’è la frontiera. Qui imitare non basta più. Tutte le linee si abbassano sotto il 4%, e il loro comportamento diventa molto diverso. La Germania continua a spostarsi verso destra, fino a oltre l’85%, con una crescita intorno al 2%. Taiwan è l’unico caso che continua a correre, arrivando al 91% con una crescita ancora vicina al 3%.
Giappone e Italia, invece, disegnano un uncino. Raggiunto il loro massimo, il Giappone all’83% nel 1992 e l’Italia al 72% nei primi anni Novanta, le loro linee tornano verso sinistra e verso il basso: la crescita scende sotto l’1%, e in Italia sotto lo zero, mentre la distanza dalla frontiera aumenta di nuovo. È l’immagine grafica del rallentamento che diventa arretramento.
La Corea è il caso più interessante da seguire nei prossimi anni. La sua linea è appena entrata nella zona della frontiera, intorno al 71%, con una crescita del 2%. Può proseguire verso destra come Taiwan e la Germania, o piegare all’indietro come il Giappone.
Sopra tutto il grafico vale una frase sola: più ti avvicini alla frontiera, più la crescita diventa difficile. Ma il grafico mostra anche che la difficoltà non è uguale per tutti. La pendenza della montagna è comune; la capacità di continuare a salire no.
14. Una conclusione diversa: il successo cambia il problema
Il successo economico modifica il problema che un paese deve risolvere. Quasi ogni economia di questo articolo ha avuto il suo decennio da miracolo, tra il 7 e il 9% l’anno (l’Italia si è fermata poco sopra il 5%), e nessuna lo ha ripetuto dopo essersi avvicinata alla frontiera: oggi le cinque economie avanzate del gruppo crescono tra lo 0,3 e il 3%.
Gli articoli precedenti si chiudevano con conclusioni di altro tipo: le istituzioni contano, la democrazia non basta, la crescita non è lineare, l’Asia ha recuperato terreno. Sono tutte affermazioni vere, ma descrivono chi cresce. Questo articolo prova a descrivere come cambia la crescita mentre un paese sale.

Maddison Project Database 2023 · crescita media annua composta del PIL pro capite, dollari 2011 PPA · ultimo periodo 2010–2022
La tabella colorata rende visibile il percorso. Le celle più scure si spostano nel tempo da un paese all’altro: il Giappone negli anni Cinquanta e Sessanta, la Germania nel dopoguerra, la Corea e Taiwan negli anni Settanta e Ottanta, la Cina negli anni Duemila. Ma per ciascuno, dopo il periodo più scuro, le celle si schiariscono e non tornano più scure. In basso, gli Stati Uniti, che rappresentano la frontiera, crescono quasi sempre tra l’1 e il 3%: è il ritmo di chi non ha nessuno da imitare.
Il meccanismo è lo stesso in tutti i casi. Quando un’economia è povera, deve recuperare tecnologie e capitale che esistono già. Il compito è difficile, ma è chiaro: si sa che cosa costruire, che cosa importare, dove spostare i lavoratori. Quando diventa ricca, quel vantaggio scompare. Deve produrre una quota crescente della propria crescita alla frontiera, invece di importarla.
È proprio qui che molti miracoli economici cominciano a rallentare. Non perché abbiano sbagliato qualcosa, ma perché il problema che hanno risolto non è più quello che hanno davanti. Le istituzioni, le imprese e le politiche costruite per la rincorsa non sono necessariamente quelle adatte all’innovazione.
Questo non significa che il rallentamento sia sempre uguale. I capitoli precedenti hanno mostrato tre esiti diversi. Il Giappone si ferma vicino alla frontiera e poi arretra lentamente. La Germania si ferma, riparte e si stabilizza intorno all’80% del reddito americano. L’Italia rallenta prima, al 70%, e dopo il 2008 smette di crescere del tutto: nella tabella condivide con il Giappone gli ultimi due periodi sotto l’1%, ma il Giappone ci è arrivato dopo aver superato l’80% della frontiera, l’Italia senza averlo mai fatto.
Per la Corea e la Cina la lezione è anticipata. La Corea è appena entrata nella zona in cui, storicamente, la rincorsa si ferma: il suo futuro dipende dalla capacità di crescere innovando, come Taiwan, invece che accumulando. La Cina ha ancora molta strada prima della frontiera, ma ha già superato i livelli di reddito a cui Giappone, Corea e Taiwan hanno quasi dimezzato il ritmo.
Per l’Italia la lezione è opposta, e più scomoda. Il suo rallentamento negli anni Novanta era normale; la sua stagnazione dopo il 2008 no. Non è il prezzo del successo, perché il successo non era stato completato. È il segno di un’economia che ha esaurito le fonti della crescita facile senza trovare quelle della crescita difficile.
La vera domanda, alla fine, non è perché i miracoli finiscano. Finiscono tutti. È che cosa un paese riesce a diventare dopo.
Conclusioni
Il quadro che emerge dai dati Maddison è più netto di quanto ci si potrebbe aspettare. Il rallentamento non è un incidente che colpisce alcuni paesi sfortunati o mal governati: è una regola. Oltre i 5.000 dollari pro capite, la crescita mediana scende a ogni gradino di reddito, dal 3,1% l’anno fino all’1,1% oltre i 40.000. In termini relativi, il recupero sulla frontiera accelera fino al 60-70% del reddito americano e quasi si azzera oltre il 70%.
La regola però ha due facce. La prima riguarda la pendenza: tutti rallentano. La seconda riguarda il punto in cui il rallentamento comincia e ciò che succede dopo, e qui le differenze sono enormi. Il Giappone si è fermato oltre l’80% della frontiera. La Germania, dopo un lungo stallo, è risalita fino all’87%. Taiwan ha superato il 90% e cresce ancora intorno al 3% l’anno. L’Italia, invece, si è fermata al 73% nel 2001 ed è oggi al 62%.
È questa la distinzione che l’articolo ha cercato di rendere misurabile, tra rallentamento fisiologico e rallentamento eccezionale. Il primo è il ritmo dell’1-2% tipico delle economie mature. Il secondo è una crescita vicina allo zero per quindici anni, che colloca l’Italia sotto il quarto più lento dei paesi con lo stesso reddito. Il confronto con la Germania lo rende evidente: stesse condizioni di partenza nel 2000, traiettorie opposte dopo.
Il secondo risultato è che l’ultimo tratto della rincorsa è più selettivo del primo. Delle 21 economie salite oltre la metà del reddito americano dopo il 1950, solo 7 sono poi arrivate all’80%. Molte altre, dall’Argentina alla Grecia, dal Messico all’Italia, hanno toccato un massimo e poi sono arretrate. Fermarsi a metà, o poco oltre, è più frequente che arrivare in fondo.
Il motivo è che cambia la natura della crescita. Nel primo tratto contano capitale, infrastrutture, industrializzazione e tecnologie importate: strumenti che uno Stato può mobilitare. Vicino alla frontiera contano innovazione, ricerca, capitale umano avanzato, organizzazione e produttività. Sono risultati che dipendono da istituzioni, concorrenza e imprese capaci di rischiare. Le politiche che servono per la rincorsa non bastano per innovare.
Per i protagonisti di domani le implicazioni sono diverse. La Corea è appena entrata nella zona in cui la rincorsa tende a fermarsi: può proseguire come Taiwan o piegare come il Giappone. La Cina ha ancora molto spazio rispetto alla frontiera, ma ha raggiunto i 20.000 dollari, il livello a cui le tigri asiatiche hanno quasi dimezzato il ritmo.
Per l’Italia la lezione è la più scomoda. Il suo rallentamento degli anni Novanta era normale; la stagnazione dopo il 2008 no. Non è il prezzo del successo, perché la convergenza non era stata completata. Ritrovare la crescita non significa tornare ai tassi del miracolo, che nessun paese ricco ha mai recuperato. Significa tornare almeno nella normalità delle economie avanzate.
I miracoli finiscono tutti. La differenza tra i paesi sta in ciò che riescono a diventare dopo.
Fonte; Maddison Historical Data
Link: https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/

