Mettiti in comunicazione con noi

05 Ottobre 2026

Disturbi alimentari e medicina, intervista alla dott.ssa Micaela Quintavalle

L’intervista alla Dott.ssa Quintavalle sui DCA e l’approccio medico.

Avatar photo

Pubblicato

su

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Disturbi alimentari e la risposta multidisciplinare della medicina, intervista alla dott.ssa Micaela Quintavalle. Che ringraziamo

Presentazione d’obbligo. Lei è un medico chirurgo, arrivata ad un miglio dalla specializzazione in anestesia e rianimazione. Lavora anche in pronto soccorso. Con questo curriculum perché si occupa di disturbi dell’alimentazione?

Solitamente nel mio lavoro ci occupiamo di acuzie. Non abbiamo molto tempo per dedicarci alla storia clinica del paziente. Devo innanzitutto con tutto il mio team preservare la vita a discapito della morte. Prendere in pochi secondi decisioni estreme : intubare o non intubare, portare via un paziente dalla radiologia alla velocità della luce per uno pneumotorace massivo con sbandieramento del mediastino da drenare, trattare un arresto cardiaco, intervenire su squilibri elettrolitici nell’immediato.

Occuparmi dei disturbi dell’alimentazione mi permette innanzitutto di avere un rapporto medico paziente più profondo. Avere più tempo per gestire un problema che espone sicuramente il paziente ad un pericolo di vita importante, ma a lungo termine e non nell’immediato. In ultimo, ma non elemento trascurabile, mi piace dare un contributo importante alle persone che meritano la possibilità di liberarsi di una ossessione. Il cibo è una dipendenza legale. Il paziente soffre costantemente. Si priva di contesti sociali che sono alla base di una qualità di vita decente. Teme di verbalizzare ogni disagio perché su di lui vige il pregiudizio che essendo obeso in fondo in fondo di quel malessere e’ responsabile.

Ho vissuto quello strazio in prima persona per oltre un ventennio: gli sguardi eloquenti, il pietismo come unica risposta alle richieste di aiuto, l’ assenza totale di empatia e della possibilità di una cura finalizzata ad una guarigione da parte degli interlocutori.

Vorrei che ai nostri pazienti tutto questo fosse evitato.

Il Regimen Sanitatis Salernitanum dava grande importanza allo stile di vita e all’alimentazione. Quindi e concretamente cos’è il cibo in medicina?

Tutto.

Lei non può immaginare come cambia clinicamente un paziente anche solo dopo la somministrazione di un riempimento o l’infusione di liquidi in mantenimento.

Acqua e cibo associati ad uno stile di vita sano sono il carburante che fa la differenza tra la sopravvivenza e la possibilità di una vita congrua per la realizzazione della propria identità e quindi di un benessere fisico associato ad un benessere mentale.

Se diciamo dieta pensiamo al dietologo, al nutrizionista o a qualche evento miracoloso che dia la costanza necessaria per rispettare la dieta. Quando serve invece il medico?

La dieta è una terapia. Poche figure professionali hanno il diritto di prescriverla. Però tutti sanno ormai che l’unica modalità per perdere peso sia impostare un deficit calorico. Per un paziente sano, sia fisicamente che psichicamente , che deve perdere un paio di chili, spesso il medico non serve. E’ sufficiente introdurre meno kilocalorie di quelle che consumiamo impostando una alimentazione bilanciata nel rispetto dei macronutrienti e l’obiettivo viene raggiunto in una manciata di settimane.

Diverso è il discorso di pazienti obesi o con patologie invalidanti come il lipedema , l’insufficienza renale cronica, i DCA che hanno provato ogni alternativa possibile, dalla dieta proposta dalla Sora Lella su Novella 2000 ai consigli dello stregone di corte e non solo vagano nel mare magnum dell’insoddisfazione, ma iniziano ad intuire, fino a pensare e verbalizzare che una via d’uscita non esista ed una cura non sia possibile.Ecco lì il medico diventa indispensabile. Ma da solo non basta comunque. Questo tipo di pazienti ha la necessità di essere e di sentirsi supportato in maniera totalizzante. Il percorso clinico va associato ad un contesto di psicoterapia, di attività fisica mirata, di rispetto dei bioritmi e, in caso di necessità appurata, di un aiuto farmacologico che permetta al paziente di rimanere aderente alla dieta prescritta.

Siamo arrivati al punto. Bulimia, anoressia e obesità sono malattie. Invalidanti. Così dovrebbe essere. Ma il nostro sistema sanitario e medico-legale ( Inps per accertamento invalidità) le considera effettivamente e pienamente tali ?

Sulla carta L’Italia è diventata il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente per legge l’obesità come una malattia cronica, progressiva e recidivante. La svolta storica è avvenuta con l’approvazione definitiva in Senato del disegno di legge dedicato (Legge Pella 149/2025).

Questo provvedimento punta a rivoluzionare l’approccio terapeutico e sociale verso una condizione clinica complessa e multifattoriale che coinvolge circa 6 milioni di italiani.

L’introduzione di questa norma contempla tutele concrete per i pazienti e un piano strutturato a livello nazionale:

• Inserimento nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza): Viene riconosciuto in modo esplicito il diritto dei pazienti ad accedere a prestazioni di screening, cura e percorsi diagnostici garantiti e uniformi sul territorio nazionale tramite il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

• Programma Nazionale e Fondi dedicati: È stato istituito un piano nazionale per la prevenzione e la cura, supportato da finanziamenti mirati (pari a 800.000 € per il 2026 e 1,2 milioni di € annui a decorrere dal 2027).

• Osservatorio Nazionale: Viene creato l’Osservatorio per lo Studio dell’Obesità (OSO) presso il Ministero della Salute, volto a monitorare la diffusione e a guidare le strategie pubbliche.

• Lotta allo stigma e Formazione: Sono stanziati 400.000 € all’anno per la formazione specialistica del personale sanitario e universitario, oltre a fondi dedicati a campagne scolastiche e sociali per contrastare i pregiudizi e promuovere la corretta educazione alimentare.

In pratica però siamo ancora lontani dall’aver realizzato tutto questo ma il problema si è slatentizzato. Oggi se hai occhi per vedere, orecchie per ascoltare e pelle per sentire hai gli strumenti per occuparti di obesità nel modo giusto con un approccio adeguato.

 Lei è passata in poco tempo da 37 a 119. No, non parliamo di velocità automobilistica ma di peso corporeo. Ha conosciuto quindi anoressia, bulimia e obesità. Ora che è medico può giudicare: quali cure efficaci ha avuto all’epoca e cosa invece è mancato?

La mia storia racconta di lacrime, sudore e sangue.

I problemi alimentari furono solo la punta dell’iceberg.

Ma questo lo compresi dopo anni di psicoterapia individuale e collettiva con il Prof. Massimo Fagioli e gli psichiatri della scuola romana di psichiatria e psicoterapia.

Io fui abusata da ragazzina.

Oltre ad aver avuto una lesione dell’immagine interna in dinamiche di rapporti non sani con il mio papà e la mia mamma durante l’infanzia.

La mia malattia esplose in tutta la sua incoercibile violenza nell’età dell’adolescenza. Quando il rapportarmi con l’essere umano diverso avrebbe dovuto riempire i miei giorni. Invece io ero terrorizzata dal rapporto con l’altro sesso. E scelsi coscientemente di smettere di mangiare per rendermi eterea. Solo che piacevo lo stesso. Così iniziai ad ingrassare a dismisura. Presi sessanta… settanta chili in due mesi. E da lì ebbe inizio l’inferno durato oltre venti anni. Mi tagliavo le carni con un coltello, attuavo dinamiche compensatorie vomitando anche otto volte al giorno. I miei denti marcivano. Il cardias era sempre più scollato dallo stomaco. Gli squilibri elettrolitici dati dal vomito autoindotto mi rendevano soporosa gran parte del tempo.

Avevo 19 anni quando il rischio di emorragia interna per le lesioni provocate fu concreto.

In ospedale al San Giacomo venni contenuta per non autoinfliggermi ciò che poteva diventare irreversibile a quel livello.

Venne uno psichiatra freudiano che con un eloquio rallentato chiese a me di fare su me stessa una diagnosi.

Mi sentivo all’inferno.

Una palla di grasso informe che nessuno avrebbe potuto trascinare fuori da quel limbo.

Fu mia madre a propormi il colloquio con una specialista della Scuola Romana. Io accettai vista la tragica alternativa. E fu il lentissimo inizio della risalita.

Nei giorni dei mille selfie è una domanda ancora più cruciale: come troviamo l’equilibrio tra piacere a noi stessi e piacere agli altri?

Questo è un contesto che esula un po’ dalla questione dei farmaci e del dimagrimento.

Se non stiamo bene mentalmente non ci piaceremo mai.

Il fatto che il nostro aspetto o benessere dovrebbe piacere agli altri non dovrebbe proprio interessarci ma anche quella è una dinamica che si conquista con il ristabilire l’omeostasi della sanità mentale che ognuno di noi ha alla nascita.

Lavorare sulla realizzazione della propria identità ti porta inevitabilmente ad aumentare la tua autostima.

E guardarti allo specchio e piacerti da matti sarà solo una piacevole conseguenza.

La domanda delle cento pistole. “I farmaci per dimagrire”. Per tanti (troppi?) un elisir miracoloso. Rimanendo invece nel campo della scienza medica: che tipo di farmaci sono, perché fanno perdere peso, quando vanno usati e con quali precauzioni?

Si tratta di agonisti di un ormone prodotto dal tratto iniziale e finale dell’intestino e vengono chiamati incretine. Stimolano la produzione di insulina da parte del pancreas. Da qui l’utilizzo nella cura del Diabete di tipo II.

L’effetto collaterale più importante è stato il calo ponderale che nel diabete di tipo 2 e’ particolarmente favorevole perché gran parte dello squilibrio metabolico è dovuto all’obesità.

Da lì è partita la sperimentazione dell’obesità.

Questi farmaci hanno un effetto periferico sullo stomaco riducendo lo svuotamento gastrico, agiscono sul pancreas regolando l’insulina, proteggendo le beta cellule e rilasciano gli enzimi pancreatici in modo adeguato.

Agiscono sul circuito centrale della gratificazione da cibo, modulano cioè la nostra richiesta di cibo che è indipendente dalla fame.

Si tratta di un presidio molto importante in chi deve fare una modifica nello stile di vita aiutando a rimanere aderenti alla dieta.

Quando i chili da perdere sono pochi il sistema funziona da solo. Non abbiamo bisogno di agonisti recettoriali. Quando c’è molto peso da perdere quel sistema ormonale si è un po’ perso e questi agonisti funzionano da integrazione. Ti riequilibrio il sistema associando alimentazione corretta, esercizio fisico e rispetto dei bioritmi.

La prescrizione deve essere esclusivamente medica. Ed il medico deve essere dalla parte del paziente, sempre, che richiede la soluzione per la sua patologia. Non possiamo fare discorsi universali e parlare di entità fisse quando la differenza la fanno le persone. Perché le definizioni di obesità e sovrappeso sono molto chiare ma il medico deve superare meri calcoli aritmetici e matematici ed inserire i parametri all’interno di un ragionamento clinico cucito addosso alla singola persona.

 Facciamo che lei è il Ministro della Salute. Quali politiche e provvedimenti adotterebbe per la prevenzione dei disturbi dell’alimentazione nelle popolazione giovanile?

C’è tantissima ignoranza. Manca l’informazione. In un mondo ideale e a me che piace il confronto diretto occhi negli occhi e petto a petto organizzerei incontri in tutta la penisola nelle scuole, con i genitori, con psicoterapeuti, dietologi, endocrinologi, personal trainer…

Queste sono patologie che hanno radici profonde e prima si slatentizzano più facile e’ intervenire

Ci parli della sua collaborazione con la Dottoressa Ilaria Rossiello e del convegno del 25 ottobre

Ho conosciuto la Dottoressa Rossiello sui social. E sono rimasta piacevolmente colpita ed affascinata dalle modalità con cui tratta un tema così delicato senza il timore di inevitabili bordate che le arrivano addosso. Non raccontiamoci bugie. Un mondo di obesi, di instabili dal punto di vista emodinamico, di insoddisfatti può far comodo…

La sfida deve essere invece proporre qualcosa di nuovo nel miglioramento della qualità di vita di ogni paziente. Sono andata nel suo paesino per conoscerla personalmente ed ho trovato una professionista impeccabile oltre che una donna empatica e dedita all’inclusione.

Una collega che basa la sua attività su dati scientifici associati ad una grande umanità. Mi sono sentita onorata di avere la possibilità di collaborare con lei e tutto il suo gruppo da subito. Già dal convegno del 25 ottobre a Tolentino dove affronteremo da vicino problematiche e soluzioni di questa epidemia contemporanea.

Per concludere, per ora, lei ha sempre lavorato con e contro il tempo. Da autista ATAC e ora da medico nell’emergenza. È corretto dire che molti dei mali che ci affliggono, anche psicologici che dell’alimentazione, sono collegati al rapporto scorretto che abbiamo con il tempo?

Su questo tema forse servirebbe scrivere un libro. Dovremmo tutti imparare a vivere con lentezza. Assaporando ogni sapore. Ogni colore. Dovremmo fermarci ad osservare un’alba o un tramonto. O una luna piena che , per quanto di luce riflessa, brilla nel cielo.

Ma questa è un’altra storia e ce la racconteremo un’altra volta.