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02 Novembre 2026

Italo Zannier, la fotografia come storia dello sguardo

Il ricordo di Italo Zannier

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Italo Zannier con la fotografa Daniela Ciriello, Venezia 2013

Di Pietro Fabris

Il fotografo, lo storico, il maestro e l’intellettuale anticonformista che ha restituito alla fotografia italiana dignità culturale, profondità storica e autonomia critica.

Italo Zannier era un uomo ironico, coltissimo, anticonformista, animato da una curiosità intellettuale inesauribile e da una passione profonda per la fotografia. Germano Celant lo definì un monumento, un pioniere e un magister della storia della fotografia italiana. Una definizione che restituisce bene la statura di uno studioso che ha dedicato la propria vita a riconoscere alla fotografia una dignità culturale e disciplinare che, in Italia, fino a pochi decenni fa, era tutt’altro che scontata. In un Paese abituato a scivolare velocemente sulle immagini, a consumarle senza soffermarsi, spesso più incline alle parole e alle chiacchiere che alla riflessione visiva, la fotografia era stata a lungo considerata una presenza marginale, una semplice cornice per corredare un testo, un elemento illustrativo, un po’ di colore da aggiungere alla pagina. Zannier ha contribuito in maniera decisiva a superare questa concezione riduttiva, dimostrando che la fotografia non era soltanto una pratica tecnica o un mestiere, ma un linguaggio autonomo, un documento storico, una forma di conoscenza e un’espressione fondamentale della cultura contemporanea. Fu tra i protagonisti di quella stagione culturale che portò la storia della fotografia dentro l’università italiana, contribuendo a costruire una disciplina dotata di propri strumenti critici, archivi, bibliografie e metodologie di ricerca. Umberto Eco lo volle al DAMS di Bologna, riconoscendone il valore intellettuale e la capacità di affrontare la fotografia come fenomeno complesso, capace di mettere in relazione arte, storia, società e antropologia. Zannier non fu soltanto uno storico e un teorico della fotografia. Fu innanzitutto un fotografo, un uomo che aveva conosciuto direttamente il lavoro sul campo, le esigenze della committenza e la responsabilità dello sguardo. Ricordava di aver fotografato mobili, edifici e paesaggi, lavorando per importanti aziende come Alfa, Rex e Zanussi. Fu inoltre il fotografo di fiducia di Bruno Zevi, l’architetto e urbanista, noto soprattutto come critico e storico dell’architettura. Un’esperienza professionale che gli consentì di confrontarsi con mondi differenti, dalla produzione industriale all’architettura, dal paesaggio alla documentazione del territorio. Questa familiarità con la pratica fotografica contribuì a rendere particolarmente concreta la sua riflessione teorica. Zannier sapeva che fotografare non significava semplicemente registrare ciò che si trovava davanti all’obiettivo. Ogni immagine nasce da una scelta, da una posizione, da una distanza, da una determinata sensibilità nei confronti della realtà. Il suo interesse per la fotografia documentaria e per il realismo si accompagnò a un’attenzione costante verso le trasformazioni del paesaggio e della società. Le campagne di rilevamento territoriale in Veneto e in Friuli, così come le ricerche dedicate alle coste e agli Appennini italiani nell’ambito delle committenze dell’ENI di Enrico Mattei, testimoniano una concezione della fotografia che andava ben oltre la semplice rappresentazione estetica. Il paesaggio non era per lui uno scenario da contemplare, ma una realtà storica, antropologica e produttiva, attraversata dalle tracce del lavoro, dalle trasformazioni degli insediamenti umani e dal rapporto, spesso contraddittorio, tra comunità e ambiente. In questa prospettiva si colloca anche la sua vicinanza a quella sensibilità fotografica che avrebbe trovato in autori come Luigi Ghirri e Guido Guidi alcune delle sue espressioni più significative. La fotografia diventava uno strumento per leggere il territorio, interrogare il quotidiano e comprendere le trasformazioni del mondo. Uno dei contributi più importanti di Italo Zannier è rappresentato dai suoi studi storici, in particolare dai volumi pubblicati da Laterza, fondamentali per la ricostruzione della vicenda fotografica italiana.

La sua “Storia della fotografia” non è una semplice successione di nomi, biografie e opere dei grandi protagonisti dello scatto. È piuttosto il tentativo di ricondurre le immagini alla storia complessiva della cultura, restituendo loro un contesto e una funzione conoscitiva. Zannier aveva compreso che non era sufficiente celebrare i grandi autori. Occorreva ricostruire il mondo che aveva reso possibili le loro fotografie: le tecniche, le convenzioni, le ambizioni documentarie, le trasformazioni del gusto, le condizioni sociali e le diverse sensibilità attraverso cui ogni epoca aveva imparato a guardare. La sua impostazione, sostenuta da una solida sensibilità storicistica, riconosceva agli autori dell’Ottocento e alle esperienze meno celebrate il posto che meritavano nella storia della fotografia. Non soltanto i capolavori, dunque, ma anche le immagini popolari, le fotografie di documentazione, le testimonianze della vita quotidiana, i repertori visivi che raccontano la società nelle sue manifestazioni più diverse, aristocratiche e popolari. La fotografia diventava così uno strumento per comprendere l’uomo e il suo tempo. Perché la storia della fotografia non è soltanto la storia di ciò che è stato fotografato, ma anche la storia di ciò che le diverse epoche hanno ritenuto degno di essere visto, conservato, pubblicato e ricordato. Ogni archivio fotografico racconta il mondo, ma rivela contemporaneamente il punto di vista di chi lo ha costruito. Studiare le immagini significa quindi interrogare non soltanto ciò che esse mostrano, ma anche le condizioni che le hanno prodotte e il destino che le ha condotte fino a noi. La sua importanza non si esaurisce nei libri scritti e nelle mostre curate. Zannier è stato anche un grande docente e un organizzatore culturale, capace di formare generazioni di studiosi e fotografi e di creare occasioni di confronto tra discipline differenti. La sua attività didattica allo IUAV di Venezia, a Ca’ Foscari e in altre istituzioni accademiche contribuì a consolidare il riconoscimento universitario della fotografia. In quegli ambienti, la fotografia poteva finalmente essere affrontata non soltanto come tecnica o professione, ma come linguaggio capace di interrogare l’architettura, la città, il paesaggio e le trasformazioni della società. In questo contesto si intrecciarono percorsi e sensibilità di protagonisti come Guido Guidi e Franco Vaccari, insieme ad altri importanti interpreti della cultura visiva italiana. Tra le esperienze espositive che hanno segnato il suo percorso merita un posto particolare “L’insistenza dello sguardo”, la mostra allestita a Palazzo Fortuny a Venezia in occasione del centocinquantesimo anniversario della fotografia. Fu un appuntamento di grande rilievo per la cultura fotografica italiana, un’occasione per comprendere quanto la fotografia fosse ormai un territorio autonomo di ricerca e di elaborazione culturale. Il titolo della mostra sembra racchiudere una vera e propria dichiarazione di poetica. Insistere nello sguardo significa tornare a osservare, rifiutare la prima evidenza, non accontentarsi della superficie. Significa riconoscere che ogni immagine contiene qualcosa che non si lascia esaurire da una lettura immediata. La fotografia, proprio perché sembra offrirci il mondo nella sua evidenza, richiede un esercizio continuo di interpretazione. Il suo realismo è una promessa, non una garanzia di verità; la sua apparente immediatezza nasconde sempre una costruzione. Un altro capitolo importante della sua attività è rappresentato da “Fotologia“, la rivista fondata insieme a Paolo Costantini. Non si trattava di una semplice pubblicazione dedicata alla fotografia, ma di un progetto editoriale di grande spessore, nel quale la qualità dei contenuti si accompagnava a una particolare attenzione per la grafica, l’impaginazione e il rapporto tra testo e immagine. La forma della rivista non era un involucro destinato a contenere il pensiero, ma partecipava direttamente alla sua elaborazione. La successione delle fotografie, il ritmo della lettura, la relazione tra immagini e parole diventavano parte integrante del discorso critico. Era una consapevolezza tutt’altro che scontata in un periodo in cui la fotografia doveva ancora conquistare il riconoscimento culturale e istituzionale riservato alle altre arti. Con “Fotologia”, Zannier e Costantini contribuirono a costruire uno spazio nel quale la fotografia poteva essere studiata e discussa attraverso gli strumenti della storia, dell’editoria e della cultura visiva. Tra le iniziative più significative legate al suo nome vi è la fondazione del CRAF, il Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia, a Spilimbergo, in Friuli Venezia Giulia. Il Centro diventò un importante punto di riferimento internazionale per la conservazione, la ricerca e la valorizzazione del patrimonio fotografico. Un luogo nel quale la memoria visiva viene raccolta, studiata e restituita alla collettività, attraverso archivi, mostre, pubblicazioni e iniziative culturali. Il CRAF ha rappresentato un’occasione di incontro tra generazioni e protagonisti della fotografia, frequentato da grandi autori come Fulvio Roiter, Nino Migliori e Gianni Berengo Gardin. La sua fondazione rispondeva a un’esigenza precisa, quella di sottrarre le immagini alla dispersione e all’oblio, riconoscendo loro il valore di testimonianze insostituibili della storia individuale e collettiva. In un Paese nel quale la memoria fotografica rischia spesso di essere trascurata, Zannier aveva compreso che conservare un’immagine significa conservare una parte della nostra esperienza, del nostro modo di abitare il mondo e di riconoscerci nella storia. Negli ultimi anni il suo pensiero si è rivolto con particolare intensità alla natura stessa della fotografia e alla proliferazione delle immagini nella società contemporanea. Al termine fotografia preferiva talvolta quello di “fotofania“, parola che divenne anche il titolo di importanti cicli espositivi composti da scatti istintivi, essenziali e minimalisti, realizzati durante i suoi viaggi e nell’osservazione della vita quotidiana. La fotofania era, nella sua concezione, un’apparizione di luce, un evento visivo improvviso, un’immagine che si manifesta e subito sembra sottrarsi. Una riflessione sulla natura della fotografia moderna e sulla quantità di immagini che affollano ormai i nostri smartphone. Zannier osservava con ironia e inquietudine questa sovrabbondanza visiva. Davanti alle fotografie che appaiono sugli schermi ricordava che, una volta spenta la sorgente luminosa, tutto svanisce. Rimane soltanto il Buio …l’effimero apparire di un lampo che ci lascia quasi l’amaro della sua scomparsa”. In questo pensiero si ritrova tutta la sua capacità di interrogare il presente attraverso il linguaggio della fotografia. La facilità dello scatto non coincide necessariamente con la profondità dello sguardo. La moltiplicazione delle immagini non garantisce una maggiore conoscenza del mondo.Parafrasando Leonardo Sinisgalli, Zannier aveva coniato con la sua consueta ironia l’espressione «Furor delle immagini», accompagnandola con un’immagine poetica della pupilla e delle apparizioni, quasi un cinguettio di passero.Era il suo modo di giocare con le parole, di mescolare riferimenti colti, intuizioni e provocazioni, senza mai perdere quella leggerezza intellettuale che lo distingueva.Negli ultimi tempi sembrava vivere come un folletto dispettoso, animato da grandi sogni di umanità, capace di intrecciare storie fantastiche della fotografia, epoche, stili e personaggi. Nella sua visione, la fotografia era diventata una sorta di madre occulta della nostra epoca, una presenza che ha trasformato radicalmente il nostro modo di conoscere, ricordare e immaginare il mondo.Accanto allo studioso rigoroso e al docente, c’era un uomo di grande ironia, anticonformista, curioso, capace di attraversare con libertà i territori della cultura e della vita.Alla notizia della sua scomparsa, avvenuta il 27 ottobre, è riaffiorato anche il ricordo di un incontro veneziano con Chiara Samugheo. Camminavamo con loro lungo la Giudecca, in una Venezia splendida, mentre Italo e Chiara si ritrovavano e conversavano come due ragazzi che, dopo essersi persi per una stagione, avessero ancora moltissime cose da raccontarsi.In quella scena c’era qualcosa di commovente: la memoria di un ambiente culturale nel quale fotografia, arti visive, editoria e mondanità intellettuale si erano incontrate, talvolta scontrate, ma sempre alimentandosi reciprocamente.I ricordi di quegli anni sembravano riaffiorare nel soffio di un vento leggero, fra i capelli bianchi di Chiara e il cappello a larghe falde di Italo. La Venezia delle Biennali, delle mostre, delle occasioni creative e delle amicizie intellettuali tornava a vivere attraverso i loro racconti.Sotto la leggerezza della conversazione si avvertiva, tuttavia, anche la malinconia di chi vede allontanarsi un mondo e si interroga sul futuro della fotografia e delle arti.La battuta di Zannier sul diventare sordo e farsi muto, ricordata anche da Roberta Valtorta, aveva il sapore di un paradosso amaro. Forse il desiderio di sottrarsi alla sovrabbondanza delle parole, al rumore di una realtà che non sempre sa più ascoltare le immagini.Quanta presunzione e arroganza si nascondono nel mercato del consumo delle immagini e delle parole!La morte di Italo Zannier segna il congedo da una stagione culturale e da un modo di intendere il sapere. Con lui se ne va uno dei protagonisti di quella generazione che ha costruito le condizioni perché la fotografia potesse essere finalmente riconosciuta, studiata ed esposta senza complessi di inferiorità.Resta però un’eredità che va ben oltre i suoi libri, le riviste, i cataloghi, le mostre e gli archivi. Resta soprattutto un metodo, un modo di guardare e di interrogare le immagini, la convinzione che una fotografia non sia mai soltanto una superficie da consumare velocemente, ma una forma di pensiero e un documento della nostra esperienza collettiva.

In un tempo nel quale tutti fotografano e le immagini circolano senza tregua, la sua lezione appare ancora più necessaria. Produrre fotografie non significa automaticamente comprenderle. Occorre fermarsi, osservare, riflettere, ricostruire i contesti, riconoscere le intenzioni e le contraddizioni che ogni immagine porta con sé. Soffermarsi davanti a una fotografia, senza scivolare via distrattamente, può diventare un’occasione per ritrovare qualcosa che l’occhio ha già rimosso. Può significare recuperare la capacità di vedere, di riconoscere la complessità del reale e di restituire valore a ciò che rischia di scomparire nella velocità della comunicazione contemporanea. La sua eredità non consiste in una formula da ripetere, né in una storia definitivamente conclusa. Consiste nell’averci insegnato a prendere sul serio le immagini, a riconoscere nella fotografia una forma di conoscenza capace di essere contemporaneamente testimonianza e interpretazione, memoria e progetto, indagine sul reale e interrogazione sul nostro modo di guardarlo. Resteranno i suoi libri, le fotografie, le riviste, le biblioteche e gli archivi. Resteranno anche le tracce meno visibili, le conversazioni, le amicizie, gli insegnamenti, le intuizioni trasmesse a chi ha avuto la fortuna come me di incontrarlo. È così che una stagione culturale sopravvive alla scomparsa dei suoi protagonisti, non come un repertorio immobile di ricordi, ma come una possibilità ancora aperta di leggere il presente. Con Italo Zannier se ne va un’epoca, come ha scritto Roberta Valtorta. Ma non scompare quella particolare “insistenza dello sguardo” che ha accompagnato la sua vita di studioso, docente, fotografo e intellettuale. Ci rimane il compito di continuare a esercitarla, con la stessa curiosità, la stessa intelligenza e la stessa passione per le immagini e per il mondo che esse ci consegnano. E forse, pensando a lui, alla Venezia di quegli incontri, alla luce della laguna e alle parole scambiate lungo la Giudecca, il modo più giusto di congedarsi non è aggiungere un’altra celebrazione, ma tornare a guardare. Con pazienza, con intelligenza, con quella passione per la fotografia che Italo ha contribuito a rendere una forma alta di conoscenza.

Ciao, Italo.