02 Novembre 2026
Elezioni USA , non so chi vincerà, ma so come potrebbe finire

Di Fulvio Rapanà
Tutti i sondaggi danno sia alla Camera che al Senato una maggioranza per i Democratici, ma non sono convinto delle dimensioni della vittoria pronosticata dai media. È già successo con Obama nel 2010, favoritissimo, finì con una sconfitta netta, prodotta dalla volontà dei bianchi di non consegnare tutti i poteri ad un buon presidente, che aveva stravinto le presidenziali, ma…era nero. I bianchi decisero di tagliare le ali a Obama. Non era una motivazione razzista ma raziale. Trump è accreditato al 38% di gradimento. È molto per un presidente così controverso, che ha avuto l’unico merito , guidato dalle lobby che ne tirano i fili, di radicalizzare lo scontro fra nord e sud degli Stati Uniti e fra conservatori e progressisti. Gli USA sono da sempre divisi in queste quattro fazioni, ma le tensioni e gli odi sono stati attenuati da una struttura politica monopartitica. Questa realtà politica, sociale ed economica è finita. Ora le quattro parti si odiano, si detestano e ritengono che pro o anti Trump sia la battaglia finale da vincere prima che i barbari, i corrotti, i comunisti, chi odia l’America, arrivino al potere. Anche se perdesse la sola Camera, Trump non accetterà l’esito e approfitterà proprio di questa situazione, che espone lui e chi lo sostiene a una guerriglia parlamentare, per aumentare lo scontro. Anche perdere la sola Camera, potrebbe essere un colpo mortale per il Presidente, perché questa ha il potere di istituire commissioni per indagare sull’operato di Hegseth , di Musk ,come responsabile del DOGE , su Patel e sull’FBI, sull’operato dell’ICE e dei suoi capi, sulle azioni di due Segretari alla Giustizia, Pam Bondi e l’attuale Todd Blanche che hanno utilizzato i poteri giudiziari per perseguire chi ha indagato su Trump, e insabbiare le indagini su Epstein . Un’evenienza impossibile da accettare per Trump, anche perché con una larga maggioranza alla Camera e un pareggio al Senato non sarebbe impensabile per i democratici trovare i 67 voti necessari al Senato per approvare l’impeachment di Trump, ora che lo scontro pro o contro Trump si è diffuso anche fra i Repubblicani.
Dalla pulizia etnica elettorale al colpo di mano
Robert Rubin, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti dal 1995 al 1999, ha pubblicato questa settimana un editoriale sul New York Times avvertendo che: “ le affermazioni infondate di Trump su “presunti brogli nelle prossime elezioni (!!)” gettano le basi per mettere in discussione i risultati elettorali”. Negli ultimi mesi Trump ha già avuto modo di attuare una serie di azioni volte a sabotare o condizionare le prossime elezioni.
Già da mesi il comitato d’affari di Trump prova a eliminare dalle liste o dalla possibilità di votare persone che per la loro provenienza sociale, economica o razziale potrebbero non votare repubblicano. Una specie di “pulizia etnica elettorale”. I repubblicani hanno intimidito gli stati e i funzionari elettorali affinché consegnino al governo federale le liste degli elettori, e hanno fatto la richiesta perentoria agli stati di adottare norme che rendano più difficile il voto. I giudici a tutti i livelli hanno più volte respinto queste richieste. Il giorno delle elezioni Trump potrebbe schierare l’ICE a “difesa” dei seggi e far controllare i documenti di chi va a votare ed escludere, arbitrariamente, elettori su base razziale o economica. Non sarebbe un’operazione colossale, in quanto a determinare la vittoria o la sconfitta per entrambe le parti saranno al massimo 600 seggi, ampiamente controllabili con pochi uomini.
L’ulteriore escalation di condizionamento delle elezioni riguarderebbe la manipolazione dell’esito del voto. Ispettori elettorali disonesti, in passato quasi sempre repubblicani, si potrebbero rifiutare di certificare i risultati elettorali che provengono dagli scrutini dei seggi , se sfavorevoli ai repubblicani, negli stati in bilico. Manipolare le regole per la certificazione delle vittorie elettorali non è impresa difficile. È già successo con almeno 30 funzionari coinvolti in Arizona, Colorado, Georgia, Michigan, Nuovo Messico e Pennsylvania.
Se questo non bastasse a manipolare il voto a favore dei repubblicani, questi potrebbero utilizzare lo strumento costituzionale del “temporeggiamento”. Semplicemente, se gli stati non inviano i risultati elettorali o ne inviano di manipolati, il Presidente della Camera, il repubblicano Johnson, potrebbe dichiarare di non essere in grado di proclamare i nuovi eletti entro il 3 gennaio e quindi spetterebbe alla precedente Camera, a maggioranza repubblicana, eleggere un nuovo presidente che avrebbe il potere di nominare nuovi componenti della Camera di suo gradimento. Qualora Trump e i repubblicani, nonostante tutte queste manipolazioni, non riuscissero ad alterare gli esiti di elezioni a loro sfavorevoli, potrebbero, “denunciando frodi elettorali su vasta scala” e dichiarare che i risultati non possono essere certificati. A quel punto, se l’attuale responsabile elettorale, Kevin McCumber, dichiarasse di voler certificare i vincitori che gli pervengono dai singoli stati, è del tutto plausibile che Trump chieda allo speaker della Camera, il repubblicano Johnson, di licenziarlo per nominare un funzionario compiacente e certificare come “dichiarati eletti candidati repubblicani che in realtà non hanno vinto le elezioni”. Non sarebbe un colpo di stato militare ma un colpo di mano: è con le mani che si scrivono i risultati. Nel 2020 Trump l’ha già tentato ma non gli è riuscito perché la catena amministrativa, a incominciare dal vicepresidente, Pence, si è rifiutata di firmare il falso. Questa volta potrebbe riuscirci. I democratici, di cui mi fido quasi meno di Trump, i movimenti popolari e la società civile non stanno con le mani in mano ad aspettare che accada il peggio. L’AFL-CIO, l’intero movimento sindacale, le organizzazioni per i diritti civili e molte altre organizzazioni liberali stanno mettendo in atto la più grande operazione di protezione elettorale della storia. Osservatori elettorali, avvocati e attivisti di seggio, giornalisti di tutte le testate più importanti sono già presenti in tutto il paese. Un numero record di elettori si sta mobilitando. Se l’affluenza alle urne dovesse essere massiccia, sarà più difficile per Trump manipolare o ribaltare i risultati. A quel punto a Trump rimarrebbe la soluzione di proclamare l’“Insurrection Ac, dichiarare sospesa la Costituzione e schierare tutte le forze di polizia e i Marines per le strade. Se lo ritenesse necessario potrebbe valutare di farlo.
Trump non può accettare una realtà politica diversa dell’ attuale
Trump non accetterà alcun esito negativo che non sia l’attuale situazione politica. Non può permetterlo per la sua sorte personale e della sua famiglia, ma soprattutto non possono permetterselo i gruppi e le lobby che ne tengono i fili. Il trumpismo è un progetto politico, economico e razziale pensato da tempo. Viene dalla doppia presidenza di Obama, passa dalla Corte Suprema, che teme di essere smantellata, che contrasta il mutamento razziale della nazione, e che, con sentenza, ha sancito l’immunità delle decisioni prese dal Presidente durante il mandato. La lobby dell’hi-Tech che teme l’antitrust, le tasse e le normative di controllo su tutto il settore dell’Intelligenza Artificiale. Musk, Zuckerberg. Bezos, Thiel e Karp (Palantir) , Sam Altman (OpenAI) e centinaia di altri oligarchi del settore hi-Tech sono passati generalmente da posizioni filo-democratiche a Trump, giovando in questi anni delle politiche espansive, senza controlli e con poche tasse, sulla loro attività. Non se lo può permettere: Larry Ellison, che pur minacciato dai democratici di attivare l’antitrust, si è scoperto per 87 miliardi di dollari per acquistare la Warner Bros. Discovery e fare una fusione con Paramount. È impensabile che tutti questi interessi rischino di rimanere senza una copertura di difesa politica con un Congresso in mano ai democratici. Non se lo può permettere la lobby più importante, per il livello di intrusione nelle istituzioni americane, quella sionista che non ha necessità di prendere un appuntamento con Trump, i suoi uomini lo tengono a portata di mano tutti i giorni dentro lo Studio Ovale. Le implicazioni dell’influenza di questa lobby sulle decisioni di Trump sono diventate prioritarie nel dibattito elettorale. Il coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Medio Oriente era stato richiesto da tutti i primi ministri di Israele negli ultimi 25 anni, ma nessun presidente USA aveva acconsentito ad intervenire su indicazioni e informazioni dei servizi militari e di intelligence. Dietro le pressioni di questa lobby, Trump ha fatto entrare in guerra gli USA, impreparati militarmente, contro le indicazioni di quasi tutti i comandi militari e dei centri studi strategici, come l’Eisenhower Media Network, ben sapendo delle ripercussioni a livello planetario sull’economia. Trump ha provato anche ad uscire dalla guerra, con la firma del Memorandum di Intesa di giugno con l’Iran, con le lobby sioniste/neocon che in 10 giorni hanno fatto saltare tutto e costretto Trump a riprendere periodicamente la guerra. Così come più volte Trump ha provato a chiudere la guerra fra Russia e Ucraina, compreso un mese fa con l’accordo sul gasolio, ma i gruppi di potere neocon-euroatlantici hanno sabotato qualsiasi ipotesi di accordo.

