02 Novembre 2026
Cosa c’è, realmente, dietro le proteste degli studenti?
Studenti in piazza contro tagli alla scuola, caro-vita e burocrazia

Da Redazione
Era da quasi vent’anni, dai tempi dell’Onda Anomala contro la Riforma Gelmini, che non assistevamo a manifestazioni studentesche così massicce come quelle che riempiono piazze e strade delle principali città italiane in questi giorni.

I motivi che hanno riacceso le proteste, mobilitando una generazione il cui attivismo è stato troppo spesso sottovalutato, sono molteplici.
Sicuramente il caro-vita e la crisi abitativa, che coinvolgono gli studenti universitari fuorisede. Affitti delle stanze a cifre insostenibili, che sommati alle difficoltà generali delle famiglie, i cui stipendi sono spesso inadeguati a fronteggiare l’aumento dei prezzi, rischiano di limitare l’accesso all’istruzione universitaria alle classi sociali più agiate, arrestando di fatto l’ascensore sociale.
Ed è ancora la crisi dei salari a preoccupare gli studenti, quando si tratta di immaginare il loro futuro in un mercato lavorativo che offre scarse garanzie e piuttosto spinge all’emigrazione.
Per questo alle proteste fa da sfondo il tema della pace: le priorità sono altre, e investire in riarmo significa sottrarre ulteriori risorse ai settori pubblici già in crisi, compresa la scuola. Inoltre l’ipotesi di una guerra fa paura, sottrae quelle certezze e quella fiducia nel futuro di cui i ragazzi avrebbero bisogno.
La mancanza di sicurezza è tangibile anche all’interno della maggior parte degli edifici scolastici, ormai inadeguati e fatiscenti, e in perenne attesa di interventi di manutenzione e ristrutturazione. Una scarsità di fondi in generale che le scuole cercano di compensare con richieste economiche alle famiglie, il famoso contributo volontario, grazie al quale possono essere acquistati materiali e strumenti di prima necessità.
Ebbene, di fronte a tante ragioni, è giusto interrogarsi su cosa stia accadendo davvero alla scuola negli ultimi anni. E perché così tanti slogan contro il governo e i suoi rappresentanti campeggino sui cartelloni e gli striscioni esposti dai ragazzi nelle manifestazioni.
La Manovra Finanziaria del 2025 e i successivi decreti attuativi hanno determinato per l’anno scolastico in corso una riduzione strutturale di 5.660 cattedre. Tagli che sebbene non si siano tradotti in licenziamenti del personale di ruolo, sono andati a colpire il ricambio dopo i pensionamenti, i posti vacanti, e l’organico dell’autonomia (il cosiddetto potenziamento). Analogamente è stato ridotto il personale ATA (Amministrativo, Tecnico e Ausiliario), con 2.174 posti in meno e uno specifico taglio di collaboratori scolastici negli istituti superiori.
Oltre alle mancate nuove assunzioni, le conseguenze dei tagli si ripercuotono sulla gestione ordinaria delle scuola, sulla continuità didattica dei docenti nelle classi, nonché sul miglioramento dell’offerta formativa. Un obiettivo, quest’ultimo, che sembra essere particolarmente caro al MIM, che a settembre 2026 ha stanziato per l’apposito fondo, in linea con gli esercizi precedenti, complessivi 847.360.000 di euro lordo Stato.
Inoltre, con la Legge n. 106/2024, il D.M. 28/2025 e i successivi decreti, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha infatti introdotto la valutazione del Dirigente Scolastico. Un sistema di punteggio in centesimi attribuito sulla base di due componenti principali: il raggiungimento degli obiettivi, legati al Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) e al Rapporto di Autovalutazione (RAV) della scuola, e i comportamenti professionali ed organizzativi, che valutano le capacità gestionali del dirigente.
L’esito della valutazione ha naturalmente un impatto economico. Un punteggio compreso tra gli 80 e i 100 punti garantisce l’accesso alla quota massima della retribuzione di risultato, mentre i dirigenti che si collocano nel top 5% delle valutazioni a livello regionale beneficiano di una ulteriore maggiorazione del 30%.
In aggiunta, nel settembre di quest’anno, sempre a vantaggio dei dirigenti, vengono introdotti un aumento medio lordo di circa 500 euro al mese, e un incremento stabile di 11 milioni di euro del Fondo Unico Nazionale (FUN), che finanzia le quote variabili di posizione. In pratica una progressiva equiparazione della retribuzione a quella degli altri dirigenti della Pubblica Amministrazione.
Allora perché, se da un lato si motivano economicamente i dirigenti affinché migliorino l’offerta formativa, dall’altra si procede con un taglio di risorse, umane ed economiche, che ne limita agli effetti l’azione?
Un nesso lo si può immaginare cambiando punto di vista, e riflettendo sul fatto che chi controlla il vertice di un’istituzione ne controlla, di fatto, le decisioni strategiche. Ipotizzando, cioè, un fenomeno di “spoils system” anche nella scuola.
Quello che nella realtà accade, è che mentre l’azione del Dirigente si focalizza sulla spunta di caselle che dimostrino il raggiungimento degli obiettivi programmati, su tutto il personale scolastico ricadono a pioggia adempimenti e procedure burocratiche che appesantiscono il lavoro e finiscono col far perdere di vista i veri obiettivi. Tanto più se all’aumento del carico di lavoro non corrisponde un incremento della retribuzione, né un effettivo vantaggio per gli studenti.
Per questo la scuola è sempre meno un luogo di stimolo e di benessere, in cui imparare a sviluppare consapevolezza e senso critico e ad affrontare la complessità dell’epoca contemporanea, ma diventa per gli studenti fonte di ansie e preoccupazioni, un ambiente in cui si amplifica quanto già subiscono dall’esterno. Come ci dimostrano i sintomi di disagio e di sofferenza che sempre più frequentemente manifestano. E non solo loro.
Ricorre sui social, in questi giorni, un pensiero di Italo Calvino: “Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.”
Ebbene, dovremmo fermarci tutti a riflettere. E forse, dovremmo tutti scendere in piazza.


