Mettiti in comunicazione con noi

01 Marzo 2026

Tassare i super-ricchi: la battaglia decisiva per salvare la democrazia

Due economisti di fama mondiale lanciano un avvertimento urgente: la guerra fiscale contro le grandi fortune è, oggi, inseparabile dalla difesa della democrazia

Pubblicato

su

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

C’è una battaglia in corso che non appare nei notiziari su guerre o elezioni, ma che potrebbe determinare il destino delle democrazie in questo secolo. Si combatte nelle sale di negoziazione dell’OCSE, nei parlamenti nazionali e nelle lobby di Washington — e ha per oggetto qualcosa di apparentemente tecnico: chi paga le tasse, quanto paga e a chi risponde.

Per gli economisti Joseph Stiglitz, Premio Nobel ed ex capo economista della Banca Mondiale, e Jayati Ghosh, professoressa dell’Università del Massachusetts e membro della Commissione per un’Economia Trasformativa del Club di Roma, la risposta a questa domanda determina se vivremo sotto governi democratici o sotto quello che chiamano “cesarismo del XXI secolo” — il dominio coercitivo degli ultra-ricchi sulla vita pubblica.

In un articolo pubblicato su Project Syndicate, i due autori sono diretti: “Gli sforzi continui per sabotare la cooperazione fiscale multilaterale sono al centro di un programma globale per sostituire la governance democratica con il dominio degli ultra-ricchi. Tassare la ricchezza estrema è essenziale per salvare la democrazia.”

L’imposta minima che è diventata lettera morta

Il punto di partenza dell’argomento è concreto. Nel 2021, dopo oltre un decennio di negoziati, 140 paesi avevano concordato un’imposta minima globale del 15% sui profitti delle grandi multinazionali — un tentativo di porre fine alla corsa al ribasso fiscale che avvantaggia le imprese e impoverisce gli Stati.

L’accordo è durato poco. Nei negoziati del cosiddetto Quadro Inclusivo OCSE/G20 tenutisi nel gennaio di quest’anno, oltre 145 paesi hanno ceduto alle pressioni di Washington e approvato ampie esenzioni per le aziende americane dei settori energia, tecnologia e farmaceutico. Il principio centrale della riforma è stato svuotato prima ancora di essere pienamente attuato.

Il risultato, secondo Stiglitz e Ghosh, è un vantaggio competitivo artificiale concesso alle multinazionali americane — e una sconfitta per gli altri paesi, che perdono gettito mentre vedono le proprie imprese in posizione di svantaggio. L’attuale architettura fiscale priva già i governi di almeno 240 miliardi di dollari all’anno, distorce la concorrenza e scarica il peso della tassazione su lavoratori e ceti medi.

Il Brasile come riferimento — e il silenzio dell’Europa

In questo scenario, il Brasile emerge come un caso inatteso di resistenza. La tassazione progressiva sui redditi elevati, combinata all’esenzione fiscale per i lavoratori con redditi fino a 5.000 real — approvata dal Congresso ed in vigore da quest’anno — viene citata dagli economisti come esempio di riforma possibile e politicamente praticabile.

Insieme al Brasile, Stiglitz e Ghosh menzionano la Spagna di Pedro Sánchez e la Colombia post-riforma fiscale come prove che politiche tributarie più eque tendono ad associarsi a maggiore coesione sociale e migliori indicatori economici — contraddicendo la narrativa secondo cui tassare il capitale scoraggia gli investimenti.

L’Europa, tuttavia, invia segnali contraddittori. In Francia, la cosiddetta “Imposta Zucman” — una tassa minima del 2% sulle grandi fortune — dovrebbe tornare all’agenda parlamentare nel 2025, con forte sostegno popolare nei sondaggi. La Tunisia ha già approvato un’aliquota tra lo 0,5% e l’1% sugli attivi globali dei residenti ad alto reddito. La California discute un’imposta del 5% sul patrimonio dei miliardari per finanziare sanità e istruzione.

In Italia, il dibattito è più silenzioso — ma non meno urgente. Il paese convive con uno dei tassi di evasione fiscale più elevati della zona euro, mentre i lavoratori dipendenti sopportano un carico fiscale sproporzionato. La posizione italiana nei negoziati OCSE, segnata da ambiguità, riflette la tensione tra gli impegni europei e le pressioni dei settori imprenditoriali organizzati a livello interno. La flat tax sulle partite IVA, l’ampliamento della rottamazione delle cartelle esattoriali e la resistenza a qualsiasi forma di imposta patrimoniale delineano un quadro in cui la giustizia fiscale resta un terreno politicamente evaso.

La geopolitica fiscale di Trump

Gli autori collocano inoltre il problema nel quadro più ampio della politica estera di Donald Trump. La strategia economica americana — caratterizzata da dazi unilaterali, minacce commerciali e pressioni sugli alleati — non è soltanto protezionismo commerciale. È, secondo Stiglitz e Ghosh, parte di un programma deliberato di indebolimento dei meccanismi multilaterali che potrebbero limitare il potere delle corporazioni americane.

In questo senso, la resistenza alla cooperazione fiscale internazionale e la guerra tariffaria fanno parte dello stesso progetto: garantire che le regole del gioco economico globale siano scritte da Washington — o che semplicemente non esistano.

L’alternativa che gli economisti difendono passa dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sulla Cooperazione Fiscale Internazionale, considerata un foro meno permeabile alla pressione diretta delle grandi corporazioni rispetto all’OCSE. L’Unione Africana si è già schierata in sua difesa. I negoziati dovrebbero riprendere a breve.

Cosa è in gioco

La conclusione di Stiglitz e Ghosh non è una metafora: è un’analisi di tendenza. Quando i governi mancano di entrate fiscali, perdono la capacità di investire, di redistribuire e di offrire alternative reali ai cittadini. Quando perdono questa capacità, aprono spazio all’autoritarismo — non necessariamente attraverso la forza, ma attraverso la convinzione crescente che la democrazia non produca risultati concreti.

Tassare la ricchezza estrema non è, quindi, una bandiera di sinistra tra le altre. È una condizione strutturale affinché i governi eletti possano governare davvero.

Affinché la democrazia prevalga sul cesarismo, dobbiamo tassare la ricchezza estrema — e dobbiamo farlo subito.”

L’avvertimento è diretto. Il tempo, breve.


Questo testo si basa sull’articolo di Joseph Stiglitz e Jayati Ghosh pubblicato su Project Syndicate, con contestualizzazione per i lettori brasiliani e italiani.