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20 Aprile 2026

La fine dell’era Orbán e il nuovo allineamento europeo: una vittoria incompleta

Fine di Orbán in Ungheria: vince Magyar, ma resta sfida progressista.

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Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

La sconfitta del Fidesz pone fine a 16 anni di autoritarismo — ma l’ascesa di Magyar non rappresenta una rottura popolare. Per la sinistra, la vera sfida comincia ora.

Le elezioni del 2026 in Ungheria segnano la fine di un’epoca. Viktor Orbán, leader del Fidesz e uno dei principali simboli dell’estrema destra globale, è stato sconfitto dal partito Tisza, guidato da Péter Magyar, che ha conquistato la maggioranza parlamentare.

Il risultato supera i confini ungheresi: è un segnale rilevante per l’Europa — ma anche un avvertimento per i settori progressisti in tutto il mondo.

Sedici anni di erosione democratica

Orbán non è stato soltanto un governante conservatore. È stato l’artefice di un processo sistematico di smantellamento istituzionale. Nel corso di oltre quindici anni, il suo governo ha riscritto la Costituzione, indebolito l’indipendenza della magistratura, limitato la libertà di stampa e perseguitato organizzazioni della società civile.

Si è così consolidato un modello di potere in cui la separazione dei poteri è stata progressivamente svuotata — un modello che ha ispirato l’estrema destra internazionale, da Salvini a Le Pen, passando per forze come Vox e Alternative für Deutschland, oltre a dialogare con settori del bolsonarismo.

Sul piano internazionale, Orbán ha mantenuto rapporti stretti con Donald Trump e ha sostenuto un riavvicinamento dell’Europa alla Russia di Vladimir Putin. La sua posizione ambigua sulle sanzioni e sulla guerra in Ucraina lo ha posto in tensione con l’Unione Europea.

La sua sconfitta rimuove un elemento di blocco all’interno dell’UE — ma non risolve le contraddizioni strutturali di un’Europa segnata dalla dipendenza strategica e da una crescente militarizzazione.

Magyar: cambio di asse, non rottura

Péter Magyar è arrivato al potere con un discorso di rinnovamento democratico, intercettando il malcontento diffuso nella società ungherese verso l’autoritarismo.

La sua vittoria segna la fine di un ciclo politico importante. Ma interpretarla come una svolta progressista sarebbe un errore.

Il partito Tisza rappresenta un’area conservatrice di centro-destra. Magyar non propone una trasformazione strutturale del modello economico né una solida agenda di giustizia sociale. Il suo progetto si colloca all’interno dell’ordine liberale europeo.

Allo stesso tempo, la sua posizione internazionale è più complessa di una semplice adesione alla logica dello scontro. Magyar ha mostrato cautela rispetto a un coinvolgimento diretto nella guerra, non sostiene l’invio di truppe e mantiene aperture al dialogo con la Russia.

Questa posizione indica un equilibrio instabile: riavvicinamento all’Unione Europea senza un’adesione piena alla logica della militarizzazione.

Tuttavia, questo cambiamento non rappresenta un avanzamento per i lavoratori. La sostituzione di un autoritarismo nazionalista con un liberalismo conservatore non modifica le basi sociali che producono disuguaglianza, precarietà e insicurezza — condizioni che hanno alimentato lo stesso fenomeno Orbán.

Partecipazione popolare: mobilitazione senza rottura

Un elemento centrale di queste elezioni è stata la partecipazione massiccia della popolazione alle urne — un fenomeno che non si registrava da anni in Ungheria.

Questo dato rivela un elemento fondamentale: esiste una domanda reale di cambiamento, un accumulo di insoddisfazione e una società disposta a mobilitarsi.

Tuttavia, questa energia popolare non si è ancora tradotta in un progetto politico capace di rompere con le strutture che sostengono la disuguaglianza e la concentrazione del potere.

L’alta partecipazione esprime il rifiuto dell’autoritarismo, ma evidenzia anche un limite: senza un’organizzazione politica autonoma, il malcontento tende a essere canalizzato da alternative che amministrano il sistema, invece di trasformarlo.

La sfida politica per la sinistra nel mondo

Per i settori progressisti — in Europa e a livello globale — questo risultato richiede lucidità.

La sconfitta di Orbán non è una vittoria dei lavoratori. È, al massimo, la rimozione di un ostacolo. Il terreno politico resta aperto e in disputa.

Senza un’alternativa popolare organizzata, lo spazio lasciato dall’estrema destra rischia di essere occupato da forze che mantengono la stessa logica economica e gli stessi limiti strutturali.

Anche dove emergono voci di dissenso all’interno dell’Europa, queste restano limitate e non costituiscono, al momento, un progetto alternativo capace di orientare il futuro del continente.

La sfida della sinistra è costruire un progetto che superi questa falsa alternanza:
un’agenda fondata sulla giustizia sociale, sulla sovranità popolare e sulla democratizzazione reale del potere.

Militarizzazione, contraddizioni e disputa del futuro

La guerra in Ucraina ha accelerato una tendenza già in corso: la crescente centralità della dimensione militare in Europa.

I bilanci della difesa aumentano, il dibattito politico si sposta verso la sicurezza e le voci che difendono la diplomazia e la pace diventano sempre più marginali.

L’uscita di Orbán — che, pur con motivazioni proprie, metteva in discussione questo consenso — non elimina questa dinamica. Al contrario, può ridurre ulteriormente gli spazi di dissenso all’interno dell’Unione Europea.

Questo pone una sfida strategica: difendere la pace senza alcuna concessione all’autoritarismo, ma anche senza accettare la normalizzazione della guerra come orizzonte politico.

Conclusione: un nuovo ciclo, vecchie contraddizioni

L’Ungheria entra in una nuova fase politica. La fine di 16 anni di governo Orbán ha un significato reale per una società segnata da restrizioni democratiche e persecuzioni politiche.

Ma la vittoria di Magyar non risolve le contraddizioni europee — le riorganizza.

La forte partecipazione popolare dimostra che esiste energia sociale e desiderio di cambiamento. Ma senza un progetto trasformativo, questa energia rischia di essere assorbita da soluzioni che preservano l’essenziale del sistema.

Per i lavoratori e per la sinistra nel mondo, la sfida non è celebrare, ma costruire.

Il vero orizzonte resta aperto: costruire un’alternativa capace di affrontare tanto l’estrema destra quanto il modello economico e politico che la alimenta.